L'Italia Senza Casa (Laterza, 2025) è un saggio di Sarah Gainsforth che racconta come la casa, in Italia e in altre economie di mercato, abbia smesso di essere bene d'uso per trasformarsi in investimento finanziario, e come la precarizzazione del lavoro e l'abbandono delle politiche abitative abbiano reso le città inaccessibili. Ne pubblichiamo qui un estratto e ringraziamo l'autrice e l’editore Laterza per la disponibilità.
Fin dagli anni Cinquanta negli Stati Uniti i programmi di rinnovamento urbano (urban renewal) hanno costituito il pretesto per demolire interi quartieri popolari in aree urbane centrali dove costruire centri commerciali e direzionali. Anche in Italia, negli anni Sessanta, la riqualificazione di quartieri centrali, popolari e a volte malfamati, ha innescato processi di gentrificazione, ovvero di sostituzione di abitanti dei ceti bassi con una classe più ricca di abitanti. Negli anni Novanta, la gentrificazione è diventata a tutti gli effetti una politica pubblica: la rigenerazione di aree urbane serve a costruire la nuova immagine della città ‘attrattiva’, in competizione per attirare capitali privati e chi li possiede.
Da luogo di produzione di beni di consumo la città diventa uno strumento di estrazione di valore, oggetto stesso del consumo, attraverso nuovi strumenti finanziari di cattura e valorizzazione della rendita immobiliare. “La città è diventata sempre di più una macchina – costruita nei secoli e pagata ancora oggi dalla collettività – usata per accrescere le ricchezze private”, scrive Edoardo Salzano¹.
Con la crisi del modello industriale fordista e la riorganizzazione dei processi produttivi su scala globale, le città sono diventate protagoniste: nodi della crescita economica, sedi specializzate nelle attività finanziarie, centri organizzativi dei processi produttivi e finanziari sovranazionali. Certo, non tutte le città: solo quelle che hanno vinto la competizione per ospitare le funzioni di controllo dell’economia, le ‘città globali’ come Tokyo, Londra, New York. Le altre sono rimaste indietro, vittime di una crescita diseguale.
La tendenza all’accentramento di capitali, persone e risorse, tipica del modello di crescita urbano capitalista che si afferma con l’industrializzazione e che si intensifica con le politiche neoliberiste, produce infatti profondi divari territoriali e sociali. Le città italiane sono escluse dalla classifica delle città globali, con l’eccezione in parte di Milano, e molte sono tuttora in cerca di nuove strategie di sviluppo dopo il declino industriale. Interi ambiti urbani hanno perduto la propria funzione legata al processo produttivo, lasciando nelle città grandi vuoti in attesa di ‘valorizzazione’. Le città portuali come Genova hanno pagato il prezzo più alto della ristrutturazione economica globale, e proprio dalle aree portuali è iniziata la nuova stagione dell’economia urbana post-fordista; da Baltimora a New York e Londra, le politiche urbane neoliberiste degli anni Ottanta hanno puntato su nuove funzioni e attività per orientare lo sviluppo urbano con interventi di riqualificazione fisica dei vuoti urbani.
La ricetta per ‘rilanciare’ le economie nella stagione del capitalismo globalizzato
è stata la produzione e il consumo della città stessa
La ricetta per ‘rilanciare’ le economie nella stagione del capitalismo globalizzato (contestato proprio a Genova nel 2001) è stata la produzione e il consumo della città stessa, attraverso operazioni di ‘rigenerazione’ di parti di città per attirare flussi di merci e turisti con eventi e grandi opere. È quello che Walter Tocci chiama l’effimero strutturale², cioè l’organizzazione di grandi eventi che focalizzano le decisioni pubbliche, anche mediante legislazioni d’emergenza, in modo da assicurare un termine ai progetti immobiliari che altrimenti – come abbiamo visto – andrebbero troppo per le lunghe.
La cultura gioca un ruolo fondamentale nel processo di finanziarizzazione dell’economia, avvenuta ‘valorizzando’ (ovvero capitalizzando) grandi fabbriche o scali ferroviari attraverso complesse operazioni di rigenerazione urbana. La produzione culturale, immateriale e simbolica, è oggi centrale in questi processi di ristrutturazione dello spazio fisico dove il capitale si riproduce: gli eventi temporanei, i festival, la costruzione di grandi opere e oggetti urbani progettati da archistar servono alla ‘valorizzazione’ immobiliare e finanziaria. Da una parte assicurano una certa visibilità ai luoghi da rendere ‘attrattivi’ per l’ancoraggio di capitali, dall’altra forniscono l’illusione di una minima redistribuzione sotto forma di aperitivi, corsi di yoga, concerti e mostre (a pagamento) per rendere digeribile la speculazione immobiliare. Come ha raccontato Lucia Tozzi in L’invenzione di Milano, l’arruolamento del mondo della cultura e dell’architettura per la comunicazione di processi di privatizzazione e di consumo di suolo come ‘green’ e ‘smart’ è servita a legittimare la spirale di speculazione, presentata come ‘rigenerazione’, che ha investito Milano.
La conversione di parchi ed ex aree industriali in complessi residenziali di lusso è narrata come vantaggiosa per tutti. Ma non solo il verde è spesso ‘appoggiato’ ad arte come elemento estetico: aree come gli scali ferroviari dove erano avvenuti processi di rinaturalizzazione del suolo sono state destinate a nuove edificazioni, nell’area più inquinata d’Europa.
Oltre le narrazioni e i rendering, la città-merce è grigia, mediocre, piatta, noiosa. La città della finanza è infatti una somma di oggetti privati, edifici isolati e autoreferenziali avulsi dal contesto funzionale, economico e sociale. Nella città finanziarizzata l’oggetto architettonico non stabilisce alcuna relazione con il mondo circostante, ma sembra appartenere alla città solo a condizione di restarne fuori, scrive Pedro Levi Bismarck³. “La metropoli neoliberale è una composizione aperta di pezzi isolati che si escludono a vicenda, creando uno spazio continuo, indifferenziato e astratto di scambio finanziario” in cui gli edifici offrono una forma ai flussi astratti del capitale, mentre lo spazio della città si svuota e si converte. “Non c’è progetto, non solo perché non c’è pianificazione – intesa come modo per controllare la produzione capitalistica e le sue forze antagoniste – perché la forma è diventata fine a sé stessa e non un mezzo per collegare la sfera urbana a quella domestica”. Nella metropoli neoliberale tutta la vita è privata. Anzi, scrive Bismarck, tutta la vita è stata privatizzata.
Dal concetto di ‘rigenerazione urbana’ è stata eliminata la parte sociale, quella relativa al miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti anche attraverso la creazione di servizi pubblici che compensino la caduta dei redditi e dei salari. Nel concetto di ‘rigenerazione’ è rimasta solo la componente edilizia che, avendo a che fare con l’estrazione di rendita, peggiora le condizioni di vita degli abitanti esclusi dal banchetto della rendita.
L’aumento del valore di suoli e case produce infatti l’espulsione della popolazione più povera, man mano che gli agenti del mercato immobiliare colmano il differenziale di rendita (rent-gap), riducendo la distanza tra il valore potenziale, atteso, in un’area, e il valore effettivo capitalizzato. La riqualificazione dello spazio fisico innesca l’aumento dei valori immobiliari e cancella la vitalità culturale che nasce in spazi di sperimentazione accessibili anche a chi non può pagare affitti alti. Prima di diventare merce, infatti, prima di finire in una teca in un museo, la cultura ha bisogno di spazi protetti dal mercato per nascere e crescere. Lo stesso vale per la ricerca e l’innovazione: le principali innovazioni sono spesso state il risultato di investimenti pubblici, non di dinamiche di mercato. E delle controculture: dalle strade del Bronx alle cantine di Trastevere, i quartieri un tempo poveri e malfamati hanno offerto spazi protetti dal mercato per la nascita di nuove espressioni culturali, creative, artistiche, assorbite dal mercato una volta cresciute.
Come spiega il geografo David Harvey, per riprodursi il capitale consente l’esistenza di spazi di differenziazione e forme di divergenza, “sviluppi culturali locali in una certa misura incontrollabili, che possono rivelarsi antagonistici rispetto al suo normale funzionamento”, che il capitale può poi cooptare, mercificare, monetizzare. Se ne appropria come rendita di monopolio. “Il problema dei movimenti di opposizione consiste nell’utilizzare la validazione di particolarità, unicità, autenticità, significati culturali ed estetici per aprire nuove possibilità e alternative, piuttosto che permettere che esse vengano usate per creare un terreno più fertile per l’estrazione di rendite di monopolio da parte di coloro che hanno il potere e l’inclinazione compulsiva nel farlo”, scrive Harvey⁴.
Con l’espulsione della popolazione più povera, quartieri popolari diventano desiderabili: il desiderio di una nuova classe media (e di quella turistica, quella più temporanea dei city-users⁵) di abitare e frequentare quartieri un tempo popolari può essere letto come “un impulso verso qualcosa che non si ha (o non si ha più) legato ad una mancanza: il quartiere popolare tradizionalmente inteso e il rimpianto di urbanità ad esso correlato”, scrive Sandra Annunziata⁶. Al fondo del desiderio per il quartiere popolare, troviamo un paradosso: si desidera qualcosa che non c’è più. “Il quartiere popolare è oggi depauperato delle caratteristiche (soprattutto sociali) che lo rendevano tale e proprio questa mancanza viene colmata da nuove immagini e rappresentazioni che attingono direttamente dal repertorio di immagini del passato e della storia del quartiere come era una volta”⁷.
È la logica del turismo di massa, un’industria fondata sulla nostalgia per un mondo che esso stesso contribuisce a distruggere: quanto più una tradizione o una pratica tende a sparire, tanto più la si patrimonializza. Viceversa, quanto più una pratica si patrimonializza, tanto più tende a sparire, perché perde la sua dimensione d’uso⁸. L’attribuzione di un nuovo valore simbolico ed economico a oggetti, pratiche e luoghi ne cancella l’uso e la vita: gli strumenti di lavoro diventano oggetti di arredamento, i paesaggi agricoli diventano resort, le botteghe diventano musei, e le case diventano tutte B&B.
Foto di Vernon Raineil Cenzon su Unsplash
1 E. Salzano, Dualismo urbano. Città dei cittadini o città della rendita, in Visioni e politiche del territorio. Per una nuova alleanza tra urbano e rurale, a cura di P. Bonora, Archetipo Libri, Bologna 2012, p. 147.
2 Tocci, L’insostenibile ascesa della rendita urbana, cit., p. 3.
3 P.L. Bismarck, The Architecture of the City (in the Age of its Financial Reproducibility), in «Burning Farm», 9, giugno 2024.
4 D. Harvey, The Art of Rent: Globalisation, Monopoly and the Commodification of Culture, in A World of Contradictions, a cura di L. Panitch e C. Leys, in «Socialist Register», 38, 2002, p. 108.
5 Il concetto di city users è stato introdotto da Guido Martinotti nel 1993 per indicare la varietà di popolazioni che ‘usa’ una città senza viverci o lavorarci. La categoria comprende turisti, seconde case, studenti non residenti, professionisti nomadi, ecc. (G. Martinotti, Social Morphology and Governance in the New Metropolis, in Cities of Europe: Changing Contexts, Local Arrangements, and the Challenge to Urban Cohesion, a cura di Y. Kazepov, Blackwell, Oxford 2005, pp. 90-108).
6 S. Annunziata, Urbanità e Desiderio, in Tracce di Quartiere, il legame sociale nella città che cambia, a cura di Marco Cremaschi, Franco Angeli, Milano 2008, p. 3.
7 Ivi, p. 4.
8 L. Bindi, cit. in S. Gainsforth, Turismo, sviluppo e panchine giganti, in «Slow News», https://www.slow-news.com/serie/a-biccari-e-tutto-in-movimento/turismo-sviluppo-panchine-giganti.