Questo articolo è parte del secondo numero de LaRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione.
Si legge qui, gratuitamente.
Rispondono alle domande Chiara Bersani, Giulia Traversi, Giorgia Ohanesian Nardin, Camilla Guarino, Giuseppe Comuniello, Diana Anselmo, Elia Covolan, Francesca Cortese, Alice Delorenzi.
Allora io supplico
Che non smetta mai il suono della pioggia
Che sia sempre l’attrito ad alimentarmi
Che ci sia chiarezza e non distinzione
Che io non abbia più bisogno di sentirmi creduta per sentirmi presente
Che ardore e pazienza non si estinguano vicendevolmente
Come non si annientano l’acqua e il fuoco che mi compongono
e non sto parlando di opposti
Queste parole, tratte da Anahit, spettacolo di Giorgia Ohanesian Nardin, ci conducono per risonanza al cuore di questo articolo, dedicato alle forme di accessibilità sperimentate a Spazio Kor, un teatro della città di Asti gestito dall'Associazione CRAFT con la direzione organizzativa di Fabiana Sacco e artistica dell'autrice Chiara Bersani e della drammaturga Giulia Traversi. È qui che Anahit ha debuttato a Marzo 2024, nell'ambito della stagione Music Non Stop, la prima interamente accessibile per comunità sorde, cieche e neurodivergenti. Anahit nella tradizione armena pagana è la divinità custode dell’acqua e di tutto ciò che è fluido. Continua a essere celebrata in Armenia e nelle diaspore ogni 24 Luglio nella giornata del Vardavar, ricorrenza durante la quale le persone si regalano acqua e rose in segno di buona sorte e tutte le strade delle città vengono lavate da secchiate d’acqua. La performance di Giorgia Ohanesian Nardin guarda alla relazione tra sedimenti e detriti, geografie inscritte nel corpo, alla vibrazione come metodo mediante un formato ad appunti che oscilla tra parola, movimento e paesaggio sonoro. Una stratificazione di piani, assonanze e riverberi che sono stati resi accessibili a diverse soggettività attraverso le esperienze di disabilità degli artisti e artiste dell'associazione Al.di.Qua Artists che operano in continuo dialogo e verifica con le comunità di riferimento di Asti, a configurare una sorta di grande laboratorio di co-design.
Le pratiche generative condotte in questo bacino sperimentale interrogano ciò che consideriamo cultura e i sistemi di credenze in cui si articolano meccanismi di esclusione e privilegi che scandiscono di volta in volta chi ha il permesso di accedervi o meno e, come le secchiate d'acqua del Vardavar, sciolgono detriti e attriti sugli stereotipi legati al termine accessibilità. Nel corso di questo anno ho avuto il piacere di approfondire per cheFare il metodo messo a punto a Spazio Kor per reinventare l'immaginario del potere, garantire una maggiore pluralità alla platea che si stringe attorno al teatro e ripensare il sistema abilista in cui viviamo. Qui prende forma un dialogo con figure legate a diverso titolo a Spazio Kor: le co-direttrici artistiche Chiara Bersani e Giulia Traversi; l'artista Giorgia Ohanesian Nardin; Camilla Guarino, Giuseppe Comuniello, Diana Anselmo e Elia Covolan dell'associazione Al.di.Qua Artists; Francesca Cortese, Responsabile Accessibilità e Pubblici di Associazione CRAFT, e Alice Delorenzi, Vicepresidente.
FDD: Cosa significa rendere accessibile uno spettacolo come Anahit?
Giorgia Ohanesian Nardin: Lavorando con Elia Covolan di Al.di.Qua Artists, abbiamo capito che rendere accessibile Anahit a persone neurodivergenti fosse complesso, perché è una performance che non segue una narrazione lineare, ma procede per risonanze e associazioni. Per me è stato importante lavorare con lui perché mi ha permesso di guardare al cuore del lavoro e restituirlo attraverso modalità che non sono le mie. Il kit realizzato, che adesso circuiterà insieme al lavoro, contiene ad esempio degli approfondimenti sui riferimenti teorici o immaginifici da cui sono partita che, anche se non collimano sulla scena, aiutano ad entrarvi maggiormente. Questo processo mi ha concesso di operare una grande sintesi di contenuti del lavoro, mantenendone il tono stratificato e consentendomi di metterne in luce le dinamiche e le traiettorie.
Rispetto all'audiodescrizione, fruita in cuffia dalla comunità cieca e non, è stato sorprendente trovare una corrispondenza davvero puntuale con il timbro dello spettacolo, che è evocativo e non dichiarativo e perciò non facilmente traducibile a parole. Ma Giuseppe Comuniello e Camilla Guarino hanno avuto il merito di riuscirci.
FDD: Facciamo un passo indietro per capire da dove sia nata l'idea di Spazio Kor di affidare la direzione artistica a Chiara Bersani e Giulia Traversi e avventurarsi in questo viaggio.
Alice Delorenzi: l'incontro con Chiara Bersani e Giulia Traversi è avvenuto nel 2020 quando abbiamo ospitato lo spettacolo Gentle Unicorn della Bersani. In quel periodo ci trovavamo a dover immaginare una nuova direzione artistica per lo spazio. L'incontro con Chiara e Giulia è stato folgorante e abbiamo subito intuito una possibile collaborazione. Da tempo nutrivamo il desiderio di trasformare il nostro spazio in un luogo di cura, dove le persone potessero trovare benessere. La loro direzione ci ha permesso di esplorare nuovi linguaggi artistici contemporanei, multidisciplinari e di sperimentare l'accessibilità degli spettacoli. Siamo stati in grado di sviluppare nuove forme di interazione con il pubblico e di rendere gli spettacoli più permeabili. Siamo grati per questa opportunità e per il contributo che hanno dato al nostro Spazio.
FDD: Quali sono stati i risultati in termini di accessibilità in questi tre anni, quali le sfide, quali le criticità ancora da risolvere?
Francesca Cortese: I primi due anni con la co-la direzione di Chiara Bersani e Giulia Traversi sono stati fondamentali per verificare quali strumenti e azioni potessero concretamente promuovere l'accessibilità di un pubblico più ampio e delle persone con disabilità e per capire cosa significasse realmente sviluppare un approccio integrato all'accessibilità, sia dal punto di vista dell'organizzazione interna del personale, sia da quello del dialogo, dell'interazione e della richiesta agli artisti ospiti in stagione. Ad oggi, sono stati realizzati 16 spettacoli accessibili con 35 azioni di accessibilità sperimentate e 13 incontri post-spettacolo con i pubblici. Gli artisti coinvolti sono stati 38, gli enti partner 13 e i consulenti e collaboratori 8. Complessivamente sono 126 gli spettatori con disabilità che hanno preso parte alle sperimentazioni.
Inoltre sono state definite di alcune linee guida: rispettare il linguaggio estetico e poetico dell'opera; utilizzare le parole e le immagini dell'autore nello sviluppo di diversi percorsi di accesso; pensare a pratiche di accessibilità che possono essere attraenti anche per un pubblico che non ha disabilità, ma è semplicemente meno abituato ad alcuni particolari linguaggi artistici; e, per ultimo, fornire all'artista ospite un piccolo "kit accessibilità" da allegare al portfolio, utilizzabile in altri spazi e teatri.
Rispetto alle criticità, posso dire che non è facile aprire un dialogo con un nuovo pubblico che è stato emarginato ed escluso dalla partecipazione alle arti per molto tempo. Richiede un lungo processo di cura e di costruzione di una fiducia fiducia che va coltivata nel tempo. Ecco perché abbiamo scelto un approccio trasparente, indicando quando è possibile "intervenire" su una performance e quando non è possibile rendere piacevole lo spettacolo. Ora, iniziamo a progettare dall'idea che non tutti gli spettacoli possono essere resi godibili oltreché accessibili e che la cura è un tema che deve prendere in considerazione molti punti di vista: per esempio quello del pubblico che vuole vedere nuovi linguaggi artistici, ma anche quello degli spettatori con disabilità che desiderano vedere opere accessibili, e poi del pubblico che preferisce vedere prosa e di quello che ricerca la danza contemporanea.
FDD: Facciamo degli esempi per capire come operano i diversi referenti di Al.di.Qua Artists per rispondere alla complessità di mantenere fedeltà all'estetica delle opere e contemporaneamente “decodificarla” sulla base delle esigenze specifiche delle comunità interessate. Iniziamo da Diana Anselmo, referente per la comunità Sorda. Qual è il tuo lavoro a Spazio Kor?
Diana Anselmo: Si tratta di curare l'accessibilità del pubblico Sordo, occupandosi di quella che chiamiamo messa in accessibilità dello spettacolo. Parlo di "messa in accessibilità" perché la quasi totalità degli spettacoli non inizia con un impianto drammaturgico già dichiaratamente antiabilista, e nei casi di direzioni artistiche che si pongano la questione della diversificazione di chi accede al teatro occorre rivolgersi a professionistə che si occupino di traslare lo spettacolo in una forma accessibile. Questo è anche quello che faccio io. Sono un performer e artista visivo Sordo, membro co-fondatore di Al.Di.Qua., e accessibility manager. Per quest'ultima professione mi impegno a far sì che lo spettacolo sia fruibile ad un pubblico segnante, perciò curo l'adattamento dello spettacolo con la presenza di interpreti LIS - laddove la performance abbia del testo.
Un esempio all'interno di Spazio Kor è stato Abracadabra di Irene Serini, spettacolo per quattro performer tradotto da due interpreti LIS. In questo caso, come anche negli altri, il procedimento consiste non solo nel servire un servizio di interpretariato di qualità e curarne la traduzione, ma anche nell’entrare in dialogo con l'artista/autrice per trovare la forma che meglio coniughi estetica del lavoro e presenza di interpreti; evitando così l'effetto "stampella" di qualcosa di denaturato appiccicato ai bordi della scena. Ogni spettacolo richiede un ripensamento ad hoc, e i gradi di interazione dei corpi dei performer con i corpi delle interpreti LIS anch'esse sul palco variano per natura dello spettacolo e per disponibilità d'interesse dell'artista.
Va anche detto che benché ogni spettacolo possa potenzialmente essere reso accessibile, non sempre è il caso di percorrere questa strada. Se per esempio abbiamo davanti uno spettacolo che per sua natura drammaturgica richiede lunghi bui in scena, la LIS avrebbe un compromesso faticoso perché bisognerebbe trovare il modo di illuminare le interpreti senza che questo denaturi il lavoro. Pertanto è necessaria a monte una scelta dell'accessibility manager su ciò che ha senso rendere accessibile, così da evitare al pubblico Sordo un'esperienza frustrante. Va da sé che spettacoli che già prevedono la LIS giocando in maniera bimodale con le lingue sono decisamente più apprezzati dalla comunità Sorda, anche se la richiesta di fondo è solo una: più spettacoli fatti da Sordi. Questo è stato il caso della performance You Have to Be Deaf to Understand, di cui firmo la regia, spettacolo con tre performer Sordə. In quell'occasione il pubblico Sordo non solo era appagato dell'esperienza, ma ha anche detto che per moltə di loro fosse la prima volta a teatro.
FDD: Qual è invece il lavoro pensato per la comunità neurodivergente curato da Elia Covolan?
Elia Covolan: Per mettere in accessibilità gli spettacoli per il pubblico neurodivergente intervengo in due momenti: durante il primo creo dei materiali di supporto che abbiamo chiamato “kit” e nel secondo sono presente allo spettacolo come persona di riferimento, creando dei momenti di incontro, approfondimento e supporto durante tutti i momenti che ruotano intorno alla visione.
Per la creazione del kit, dopo aver scelto lo spettacolo e visionato i materiali, comincio a spacchettarlo: da un lato valuto quali aspetti potrebbero essere pericolosi, problematici o iperstimolanti per il pubblico e lo comunico con dei warning sia nel testo che di persona. Nel corso del 2023 ho sviluppato un set di icone che attualmente viene utilizzato per comunicare tali aspetti a tutto il pubblico, non soltanto quello neurodivergente. Un esempio è la presenza delle luci stroboscopiche o lampeggianti o la presenza della macchina del fumo (utilizzata ad esempio in maniera ingente nello spettacolo L’isola di Bouvet di Marco D’Agostin).
Dall’altro traduco in linguaggio semplificato i concetti ed i passaggi più ostici, di modo che la visione possa essere più fruibile. Lavoro, inoltre, su degli approfondimenti per dare maggiore contesto allo spettacolo. Alcuni esempi possono essere la rete di nastro adesivo presente a terra durante lo spettacolo di Eva Geatti “La vaga grazia” che ho trasposto e raccontato nel dettaglio all'interno del kit, fornendo una mappa di lettura ed interpretazione visiva e testuale dello spettacolo, oppure alcuni approfondimenti sull’Armenia o su Santa Teresa D’Avila per lo spettacolo Anahit di Giorgia Ohanesian Nardin. È importante ricordare che questo percorso viene svolto in stretta collaborazione con l’artista, e che è la disponibilità dell* stess* a fare la differenza.
La grafica del kit è costruita per essere accessibile sia al pubblico neurodivergente che a quello con ipovisione. Anche la presenza dal vivo è un aspetto fondamentale del mio lavoro, in quanto permette alle persone neurodivergenti di avere un riferimento in loco che conosce non soltanto lo spettacolo ma anche il luogo e gli spazi attrezzati come “più sicuri” e permette di tenere il gruppo lontano dai momenti più a rischio di saturazione oltre ad approfondire insieme gli aspetti più interessanti dello stesso. Durante lo spettacolo Trespass – Tales of the unexpected di Marta Olivieri ho collaborato alla costruzione di uno spazio in scena dedicato appositamente al pubblico neurodivergente. Il riscontro da parte dei e delle partecipanti neurodivergenti è stato molto positivo, in quanto si sono sentit* inclus* e hanno viste tenute in considerazione le proprie necessità per una fruizione non sfinente o stressante.
FDD : Giuseppe Comuniello e Camilla Guarino, voi ricercate modalità poetiche di incontro tra pubblici ciechi e ipovedenti e la danza. C'è uno spettacolo particolarmente emblematico per comprendere il vostro metodo a Spazio Kor?
Comuniello - Guarino: Trespass di Marta Olivieri è riuscito a integrarsi creando un’altra performance, Trespass – Tales of the unexpected in cui l’utilizzo della descrizione diventa parte drammaturgica del lavoro, necessaria e udibile sia dal pubblico cieco e ipovedente che vedente. Non è quindi una cosa in più o un servizio per il pubblico cieco ma materiale artistico intrinseco al lavoro stesso. In La vaga grazia di Eva Geatti è stata creata per la prima volta una mappa tattile della scena e abbiamo creato un lavoro che non segue sempre i tempi visivi della performance. Essendo uno spettacolo molto astratto e basato su regole nascoste al pubblico, il pubblico cieco che ascolta l’audiodescrizione ha molte più informazioni del pubblico vedente: sa i nomi dei performer con una descrizione che si mescola alla loro biografia, gli vengono svelate gradualmente tutte le regole del gioco, conosce il nome degli spazi scenici (che ritrova nella mappa con una legenda) usati solo internamente dai performer. Il risultato finale è stato apprezzato dalle persone cieche ma molte persone vedenti che hanno ascoltato la descrizione hanno trovato un appoggio alla visione e apprezzato maggiormente il lavoro di Geatti. Per questo motivo è stato proposto, in altre date successive, anche al pubblico vedente (facoltativamente): è successo ad esempio a Invisible cities e Bassano del Grappa.
FDD: Chiara Bersani e Giulia Traversi, da dove nasce la decisione di creare una stagione interamente accessibile?
Bersani - Traversi: Più che una decisione è stato un desiderio. Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, più o meno dieci anni fa, quasi nessuno era attentə alle questioni dell’accessibilità o anche solo propositivə nel pensare al teatro e alla danza come luoghi di incontro tra comunità, tra persone diverse che partono da un assunto: il valore unico e meraviglioso del proprio corpo. Da manager e artistə abbiamo cercato di sensibilizzare le strutture che programmavano i lavori della nostra compagnia, così quando ci è arrivata la proposta di co-dirigere Spazio Kor è stato un processo naturale quello di pensare e sperare che Asti potesse essere la città per la sperimentazione. Sappiamo che c’è un pubblico con disabilità che è stato per secoli fuori dal teatro, ora è il momento in cui essere presenti, insieme.
FDD: Quali sono i principi fondamentali che vi siete date e quali invece le criticità?
Potremmo rispondere dicendo che principi e criticità sono la stessa cosa per noi. Come punto di partenza abbiamo deciso che queste stagioni sono processi di ricerca e di sperimentazione, di nuove esperienze, dunque le criticità – gli errori (anche se non amiamo questa parola) fanno parte del percorso che ci porterà, chi lo sa quando, alla piena accessibilità di ogni appuntamento culturale. L’ascolto reciproco tra noi, la comunità della città e del mondo dello spettacolo è il cardine, potremmo dire il perno del nostro fare. Uno degli aspetti più complessi è però sicuramente quello delle risorse economiche: ne servono molte di più, anche banalmente per gli strumenti tecnici, come le radioline – audioguide per la descrizione degli spettacoli per pubblico cieco e ipovedente.
È possibile pensare a nuovi dispositivi? Come e in che modo? Ci piacerebbe implementare i processi di traduzione in LIS degli spettacoli per pubblico sordo con più attori o performer in scena. Questo lavoro però ha dei tempi lunghi, di riflessione condivisa e di tentativi, e se non è supportato dalle giuste sovvenzioni economiche rischia di dover sempre essere limitato. Allo stesso tempo crediamo che sia importante fare formazione, uno degli aspetti più complessi è stato il dialogo con alcuni artisti. Non tutti sono disposti a cambiare, modificare, riscrivere in alcune parti il proprio lavoro artistico per renderlo accessibile. Ci siamo chieste dunque se, nel momento della creazione, sia possibile per gli artisti avere consapevolezza rispetto all’accessibilità del proprio lavoro, allo stesso tempo non vogliamo limitare la creatività o la genialità di un’idea artistica. È però stimolante poterne parlare e provare a trovare delle soluzioni che mettano d’accordo tutt3.
FDD : Quali sono i desideri per il futuro?
Sono speranze! Di non essere le uniche curatrici o Spazio Kor l’unico luogo di cultura che fa dell’accessibilità un metodo di lavoro e di pratica quotidiana. Ci piacerebbe anche poter vedere più artisti con disabilità nelle stagioni dei grandi teatri, come quelli Nazionali, o nei centri di produzione di teatro e danza. Speriamo di poter essere delle facilitatrici e dei punti di riferimento. Continueremo a promuovere e diffondere quello che facciamo con dedizione, passione e un po’ di follia: non si può fare una rivoluzione senza rischiare, tentare, questa è la rivoluzione per un diritto, quello dell’accesso al mondo umano, emotivo, politico della cultura. Ci piacerebbe vedere i centri di produzione mobilitarsi per comprendere cosa significhi creare uno spettacolo accessibile, quali sono le domande in campo e come l'accessibilità possa diventare anche un ulteriore mezzo di ricerca ed espressione artistica. Vorremmo assistere ad un processo collettivo di educazione, formazione e sensibilizzazione all'accessibilità come parte integrante di un'opera e quindi qualcosa su cui ci si interroga dal giorno zero della sala prove. Questo va ovviamente affrontato con intelligenza ed elasticità, non con postura impositiva e castratante.
Vorremmo anche assistere all'accendersi di un dibattito su questi temi. Vorremmo che sempre più persone ed enti si rendessero conto che il tema riguarda tutte e tutti e pertanto contribuissero alla creazione di una tavola di confronto e discussione semi permanente. Vorremmo borse di studio, sostegni universitari. A costo di spingerci fino all'utopico, il tema dell'accessibilità è così ampio e articolato che deve restare continuamente in movimento. Non verranno mai raggiunte soluzioni definitive e pertanto o si resta nello studio e nel dibattito costante o il rischio di cronicizzare strategie, che diventano così destinate a invecchiare presto, diventa molto alto.
Le declinazioni di genere nel testo rispettano le scelte di ciascuna delle persone intervistate.