In un panorama frammentato segnato da crescenti disuguaglianze politiche ed economiche e da profonde mutazioni nelle politiche culturali e nella cooperazione internazionale, Call to action, esamina le sfide e le opportunità emerse dall’era postpandemica e invita a un ripensamento radicale delle politiche culturali, proponendo approcci che siano al contempo condivisi e trasformativi.
Pubblichiamo un estratto da Call to Action. Politiche culturali per chi naviga tra realtà, neoliberismo e narrazioni pluraliste, volume edito da Franco Angeli, a cura di Giuliana Ciancio, in collaborazione con Cristina Carlini ed Eleonora De Caroli. Ringraziamo l’editore, le curatrici e l’autrice per la gentile concessione.
Un contesto sociopolitico in costante deterioramento nella regione mediterranea
Negli ultimi anni, il mondo della cultura e delle arti ha dovuto navigare in acque particolarmente insidiose. Il bacino del Mediterraneo, abbracciando sia l’Europa sia le sponde meridionali e orientali, sembra essere in un continuo deterioramento. La pandemia di Covid-19 ha portato con sé conseguenze radicali e di vasta portata, ha colpito duramente la scena culturale causando perdite economiche ingenti, in alcuni casi portando persino alla perdita totale delle fonti di reddito. Nonostante la restrizione all’accesso degli spazi pubblici sia stata revocata, inizialmente le persone hanno mostrato riluttanza nel tornare a vivere i luoghi della cultura. Per le professioniste e i professionisti che sono riusciti a sopravvivere a questa tempesta, l’accesso limitato alla mobilità rappresenta una sfida ulteriore: i confini, chiusi durante la pandemia, non sono mai stati completamente riaperti, compromettendo così la possibilità di carriere internazionali fondamentale per la loro stessa sopravvivenza.
Oltre la pandemia, ulteriori dinamiche di natura politico-economica hanno offuscato l’orizzonte nella regione. Crisi finanziarie ripetute e periodi di alta inflazione hanno gravemente colpito le comunità, talvolta con conseguenze drammatiche. In Europa, i partiti di estrema destra hanno guadagnato terreno, mentre in Nord Africa e Medio Oriente i movimenti sociali che reclamavano maggiore libertà e giustizia sono stati messi a tacere. Le proteste pacifiche in Libano e il movimento Hirak in Algeria, che avevano suscitato una scintilla di speranza, si sono ormai spenti, e la Tunisia sta ricadendo nell’incubo di un regime autoritario. L’inizio della guerra in Ucraina ha causato un dirottamento degli aiuti internazionali, infliggendo un ulteriore duro colpo all’economia della regione e il conflitto nella Striscia di Gaza, con il suo intollerabile tributo di vite umane, sta mettendo a rischio la vita e le carriere di molti attori e attrici del settore artistico e culturale.
Di fatto, un numero significativo di professionisti si è trovato abbandonato a sé stesso, costretto a rinunciare a proseguire la propria carriera. Molti altri hanno scelto di emigrare, temporaneamente o in modo definitivo, verso l’Europa, il Canada o i paesi del Golfo. Sebbene sia quasi impossibile calcolare con precisione il numero di coloro che hanno lasciato il proprio lavoro o la propria terra, si stima che milioni di persone siano riuscite a ottenere un visto. Nella regione mediterranea, l’impatto di questa migrazione sul capitale umano è evidente, dato che risulta sempre più difficile trovare profili professionali in ambito culturale, come producer e manager. Inoltre, il deterioramento generale del contesto ha minato la fiducia di chi è rimasto, il quale si sente impegnato in una battaglia ormai persa, senza stimoli e strumenti adeguati per portare avanti la propria attività.
Supportare la scena culturale: differenti intermediari e metodologie
La ricerca di strategie e soluzioni a sostegno del settore culturale non è più di esclusivo appannaggio dei ministeri nazionali e delle autorità locali, bensì vede sempre più protagoniste organizzazioni non profit, associazioni, fondazioni, reti culturali ed enti finanziatori. Questo fenomeno è particolarmente evidente lungo le sponde meridionali e orientali del Mediterraneo, dove la sfiducia della scena culturale nei confronti dei governi nazionali è crescente. Molte organizzazioni culturali indipendenti, che in passato avevano cercato di mantenere un dialogo con le autorità governative ed esercitare pressione per influenzarne le politiche, scoraggiate dai continui insuccessi, stanno ora abbandonando questi tentativi.
Nel contesto appena descritto, enti privati senza scopo di lucro attivi nella regione, come El Mawred Al Thaqafy¹ e l’Arab Fund for Arts and Culture (AFAC)², o con rappresentanze nei paesi del Mediterraneo meridionale, come Ford Foundation³, Open Society⁴ o Drosos Foundation⁵ per citarne solo alcuni, stanno assumendo un ruolo di leadership nel definire framework e priorità per l’allocazione delle risorse finanziarie nel settore della cultura indipendente. Questi soggetti possono essere considerati come intermediari che delineano l’azione culturale, compensando l’assenza di politiche culturali nazionali. In un recente incontro professionale, uno di questi attori ha sottolineato che “siamo tutti cultural policy makers”, dichiarando in questo modo un approccio bottom-up nella definizione delle politiche culturali. La diversità di attori, indicati per semplicità come funders, costituisce una configurazione complessa di entità i cui profili, poteri economici e politici, agende e interessi, così come il modus operandi, possono differire sostanzialmente. Tuttavia, condividono la responsabilità di fornire soluzioni adeguate alle esigenze del settore; esaminano continuamente le loro strategie e metodologie e si sforzano di adottare un’etica del lavoro irreprensibile. Questa è considerata condizione sine qua non per costruire una fiducia duratura con il settore. Gli sforzi includono il coinvolgimento di professioniste, professionisti e beneficiari nelle attività dei finanziatori per definire le loro priorità, progettare strumenti di finanziamento, valutare le proposte di progetto, ecc. Il loro repertorio di azioni comprende consultazioni (individuali o focus group), gruppi di lavoro o pool di esperti, e così via.
La diversità di attori costituisce una configurazione complessa di entità i cui profili, poteri economici e politici, agende e interessi, così come il modus operandi, possono differire sostanzialmente
Tali processi partecipativi stanno richiedendo un serio impegno da parte dei finanziatori, al fine di garantire il coinvolgimento attivo e la titolarità degli stakeholder e dei beneficiari oltre a promuovere trasparenza nei processi decisionali. Un esempio significativo è rappresentato dalla redazione del “Manifesto per la mobilità culturale e artistica nel Mediterraneo e nel mondo”, iniziativa promossa dal Roberto Cimetta Fund⁶ che ha visto la partecipazione di circa 30 tra figure artistiche e manageriali della regione mediterranea. Nel corso degli incontri, tenuti online e in presenza nell’arco di tre mesi, le professionalità coinvolte hanno collaborato alla stesura di un documento programmatico volto a sottolineare il valore della mobilità e la necessità di sostenerla. Questa iniziativa ha prodotto una roadmap delle attività del Fondo e ha contribuito a definire i criteri di assegnazione per i grant di mobilità.
Tuttavia, simili approcci partecipativi non sono privi di limiti. I funders stessi riconoscono che, sebbene tali metodologie possano contribuire a progettare sia roadmap che sovvenzioni mirate, se isolate, potrebbero non affrontare asimmetrie inique di potere, né garantire il coinvolgimento di figure artistiche che operano in aree remote o marginali. La partecipazione ai processi decisionali, infatti, richiede tempo e risorse umane, aspetti di non facile gestione per tutte le parti coinvolte. Il modo in cui i processi partecipativi vengono progettati, attuati e interpretati riflette i valori dei funders. Questi ultimi sono consapevoli che mantenere una distanza critica dai risultati ottenuti e accogliere i molteplici input culturali che emergono da tali processi, è essenziale per dimostrare la loro maturità e la loro apertura alla ricchezza della diversità della scena culturale.
A questo va inoltre aggiunto che, sebbene le finanze del settore culturale continuino a soffrire, la revoca delle restrizioni post-Covid ha avuto un effetto positivo, permettendo alla comunità artistica e culturale di tornare finalmente a incontrarsi. Con il ripristino di numerosi eventi in presenza, sono rinati anche i contatti informali tra colleghi, riaccendendo gli scambi, i confronti e l’emergere di nuovi percorsi creativi. Nel giugno 2023, Culture Action Europe (CAE) ha organizzato la sua conferenza annuale a Eleusi, in Grecia, Capitale Europea della Cultura. Intitolato “Handle with Care”, l’evento ha invitato i partecipanti a presentare idee e progetti incentrati sul concetto di “cura”. In tale occasione, il network CAE ha presentato un progetto-pilota su Cultura e Salute, finanziato dall’Unione Europea, mentre un alto rappresentante della Commissione Europea ha condiviso i risultati di uno studio recente che, per la prima volta a un livello istituzionale così elevato, ha collegato la salute mentale alla cultura. Un mese dopo, un collettivo informale di circa trenta funders, attivi nel mondo delle arti e della cultura nella regione araba, si è riunito in Libano per condividere priorità, metodologie partecipative e accesso ai finanziamenti con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento per supportare il settore. Questo gruppo, formatosi circa dieci anni fa, ha creato uno spazio sicuro per lo scambio, contribuendo a sviluppare una cultura della cooperazione, essenziale per promuovere iniziative congiunte in risposta alle emergenze nella regione, in particolare in Libano.
Connettere, prendersi cura, accompagner
Nonostante le differenze che contraddistinguono le varie organizzazioni, gli intermediari descritti nel paragrafo precedente condividono un obiettivo comune: individuare soluzioni alle problematiche che sono divenute particolarmente pressanti in seguito ai mutamenti dello scenario socio-politico. I mesi di lockdown hanno evidenziato l’importanza cruciale delle connessioni tra attori e attrici artistico-culturali a tutti i livelli, non soltanto su scala internazionale. È ormai evidente che gli esponenti dell’ecosistema culturale non sono disposti a cedere sul loro diritto alla libera mobilità transfrontaliera. Tuttavia, i costi associati a questa mobilità e le perduranti restrizioni ai movimenti oltre confine hanno significativamente modificato le priorità nell’agenda della mobilità culturale.
Persino eventi migratori storicamente traumatici, come le diaspore, possono essere ripensati in qualità di intermediari e alleati potenti, capaci di preservare e costruire nuovi legami attraverso comunità e territori
Questa dinamica non è stata influenzata unicamente dalla scarsità di risorse economiche a disposizione del comparto artistico, ma anche dal desiderio di rafforzare i legami con la propria comunità locale. Le forme di mobilità – locale e internazionale – e le contaminazioni che da esse scaturiscono stanno dando vita a nuove articolazioni artistiche, sostenute finanziariamente dai funders. Artiste, artisti e comunità con background molto differenti possono entrare così in connessione all’interno di nuovi contesti aprendo la strada a percorsi creativi inediti. Persino eventi migratori storicamente traumatici, come le diaspore, possono essere ripensati in qualità di intermediari e alleati potenti, capaci di preservare e costruire nuovi legami attraverso comunità e territori.
Connettere implica anche fornire accesso a luoghi, spazi e risorse, contrastando così le disuguaglianze che ne limitano l’accesso. Tale questione diventa ancora più acuta nel momento in cui la comunità culturale professionale appare fragile e instabile: connettere artisti e operatori culturali che hanno meno opportunità come coloro che vivono e lavorano in aree remote o al di fuori dei grandi centri urbani, costituisce una priorità etica e professionale per garantire e mettere al sicuro l’inclusività e la diversità del settore.
Il concetto di “cura” sta guadagnando sempre più consenso nel mondo dei professionisti culturali, come dimostra il fatto che sia stato al centro della conferenza CAE menzionata in precedenza. Presa in prestito dal campo medico e sociale, la “cura” evidenzia l’urgenza di prestare grande attenzione alle attrici e agli attori di un settore che ha sofferto durante la pandemia negli ultimi anni. Evoca temi di solidarietà e la necessità di rafforzare i legami all’interno della comunità per garantirne la sopravvivenza a lungo termine, opponendosi alla dimensione competitiva che caratterizza il mercato delle arti.
Infine, sebbene il termine francese accompagner non sia di uso comune al di fuori dei paesi francofoni, sta emergendo dalla crescente consapevolezza della necessità di sostenere la comunità artistica attraverso un accompagnamento di lungo termine. Infatti, appare oggi cruciale offrire strumenti e “safe space” dove si possa dialogare, apprendere e lavorare al di fuori delle logiche basate sui progetti o dei vincoli di produzione. Offrire tali spazi, capaci di rispondere ai bisogni specifici della comunità artistica e culturale e di promuovere interazioni regolari, si rivela essenziale non solo per risolvere problematiche immediate legate alla carriera, ma anche per aiutare a costruire percorsi professionali solidi e duraturi.
“Connettere”, “prendersi cura” e accompagner rimandano dunque a modalità di supporto al settore culturale che vanno al di là del semplice finanziamento, specialmente nel breve termine. Questo non significa certo che le risorse economiche non siano necessarie per lo svolgimento delle attività. Tuttavia, le lezioni apprese dalla pandemia, insieme alle numerose crisi drammatiche che hanno colpito (e continuano a colpire) le regioni meridionali e orientali del Mediterraneo, dimostrano che il sostegno umano può essere altrettanto cruciale per permettere alla comunità artistica e ai professionisti e professioniste culturali di sviluppare il proprio lavoro con una visione a lungo termine.
Il modo in cui diverse entità private hanno collaborato per sostenere il settore culturale nel Mediterraneo, in particolare nelle regioni meridionali e orientali, offre spunti significativi per ripensare le modalità di elaborazione e implementazione delle politiche culturali. Tuttavia, questa configurazione mette in luce limiti ancora evidenti: l’assenza degli attori pubblici, o il loro relativo disimpegno, ostacola il rinnovamento delle politiche culturali ormai obsolete nella regione, impedendo la creazione di contesti favorevoli dal punto di vista politico, legale e sociale. In questo senso, il fallimento delle prolungate mobilitazioni di artisti e professionisti della cultura in Tunisia, finalizzate alla definizione di uno status artistico che rispondesse alle loro esigenze e alla realtà del loro lavoro, ha lasciato un’amarezza profonda nelle comunità culturali e artistiche.