Il Nieuwe Instituut di Rotterdam riapre la riflessione sulla prima fase di Redesigning Design Weeks – un programma di residenza pluriennale dedicato a ripensare l’impatto sociale, ambientale e culturale degli eventi di design, sviluppato in collaborazione con l’Ambasciata e il Consolato Generale dei Paesi Bassi in Italia e con l’agenzia italiana per la trasformazione culturale cheFare.
Ecco cosa se ne può trarre – e cosa si prepara a venire.
È ormai evidente: il modello della design week è in crisi. Le settimane del design restano momenti cruciali e fortemente influenti, in cui progettisti, imprese e visitatori si incontrano e condividono visioni. Tuttavia, questo accade a un costo sempre più elevato per le città che le ospitano. Tali programmi – con Milano come caso emblematico – contribuiscono all’inquinamento locale, all’aumento del costo della vita, all’ampliarsi delle disuguaglianze sociali e al fenomeno dell’overtourism, tra le altre criticità.
Da questa consapevolezza prende avvio Redesigning Design Weeks, la cui prima edizione, intitolata Civicity, si fonda sull’intento di rovesciare la narrazione dominante. Radicata nel termine latino civis, “cittadino”, Civicity è un invito a superare la logica effimera delle esposizioni temporanee, orientandosi verso una pratica civica continua all’interno delle settimane del design.
Questo principio ha costituito l’ossatura del mandato affidato ai primi designer selezionati: Riel Bessai e Pedro Daniel Pantaleone di Studio-Method, insieme a Pete Fung. Il collettivo dell’Aia Collective Works ha invitato Fung e Studio-Method a trascorrere due mesi in due quartieri periferici di Milano: Chiaravalle e Quartiere Adriano, rispettivamente. Giunto quasi al termine, il progetto ha già prodotto alcune intuizioni fondamentali su come il design possa divenire uno strumento attivo di risoluzione collettiva dei problemi, radicato nei contesti locali.
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