Questo articolo di Andy C. Pratt, proposto su cheFare nella traduzione italiana, è parte di una collaborazione tra cheFare e Radical Creativities.
L'originale è consultabile qui, sul sito di Radical Creativities.
Un messaggio ricorrente alla fine di ogni rapporto sul settore creativo e culturale (Creative and Cultural Sector, CCS) è che le conclusioni sono limitate dalla disponibilità di dati, e che ciò di cui si ha bisogno è un Osservatorio Culturale. È un tema su cui vige un ampio consenso: servono più dati, e aggregare quante più fonti possibili sarebbe l’idea migliore. Pur condividendo questo sentimento, si sostiene qui che le particolari sfide del CCS ci impongono di adottare un approccio più sfumato: invece del semplice «più dati», abbiamo bisogno di dati più rilevanti; anzi, dovremmo chiederci «rilevanti per che cosa»?
Disponiamo di molte informazioni sul CCS, e siamo stati sufficientemente fiduciosi della sua portata generale da avanzare alle regioni, alle nazioni e all’UE la richiesta di un riconoscimento ricalibrato del CCS, tanto nella definizione e nel concetto (al di là della cultura tradizionale non profit e della cultura commerciale), quanto in relazione alla scala e alla crescita indicata da questi dati, con l’esigenza che siano poi rappresentati nelle politiche.
I diversi esercizi di “mappatura” condotti dagli Stati nazionali e dall’UE nei primi anni 2000 introdussero il CCS a chi non lo conosceva e produssero una narrazione positiva. Tuttavia, sollevarono anche interrogativi più scomodi su come e perché sostenere il CCS. Queste domande spinsero il dibattito oltre la vecchia retorica del sostegno alla cultura come «cosa buona», verso questioni su come promuovere crescita, sviluppo e innovazione; e se strumenti politici generici adottati, per esempio, per la produzione automobilistica o chimica fossero adatti anche al CCS. Fu allora che i ricercatori percepirono l’esigenza di maggiori informazioni e comprensione del CCS, legate alle sue uniche organizzazioni e ai processi che esso presenta.
La sfida dei dati, in particolare quelli raccolti regolarmente da Eurostat, è duplice: innanzitutto, vi è scarso dettaglio su organizzazione, processi e natura dei cambiamenti; in secondo luogo, sussiste una storica inadeguatezza delle classificazioni industriali, radicate nelle economie di metà Novecento. Il CCS, tuttavia, è un fenomeno dirompente che ha spesso anticipato i cambiamenti, e molte delle sue trasformazioni non risultano nelle classificazioni di industria — del resto, settori come quello dei videogiochi non esistevano prima degli anni ’90. Per sviluppare serie storiche robuste occorrerebbero cambiamenti minimi alle classificazioni e un coordinamento attento tra territori e agenzie di rilevazione.
Oltre agli aggiornamenti tardivi e non abbastanza dettagliati di classificazioni di industrie e professioni, il CCS ha subito una rivoluzione organizzativa guidata dalla digitalizzazione, che si è tradotta in una crescita di prima grandezza. Tuttavia, gran parte di questa trasformazione è avvenuta mediante processi di dis- e ri-intermediazione: la dissoluzione di grandi datori di lavoro monopolistici e la loro sostituzione con una rete agile di nuovi intermediari, freelance, operatori solitari e organizzazioni basate su progetti. Questo è una delle cause principali delle lacune nei dati: le unità sono così piccole da sfuggire alla periodicità delle rilevazioni.
A tutto ciò si aggiungono complesse attività ibride che spaziano tra cultura non-profit e attività economico-commerciali; nonché rilevazioni basate rigidamente sulla distinzione tra cultura commerciale e non-commerciale, o sull’uso dei visitatori come proxy per la «produzione». Infine, i dati sull’occupazione per territorio non riflettono i flussi di beni e servizi — materiali e soprattutto immateriali — tra idee, produzione, distribuzione, scambio e archiviazione.
In teoria, la soluzione sarebbe raccogliere più dati. Ma i costi sarebbero elevati, i tempi lunghi, e noi abbiamo bisogno di risposte subito. Come già accennato, il tipo di dati utile va definito in funzione dei «quali scopi». Occorre anche considerare che, mentre l’offerta di dati è più o meno rimasta statica, la domanda è cambiata: non solo industrie e pubblici che utilizzano beni e servizi CCS (oggi estesi all’intera economia), ma associazioni di categoria, città e regioni richiedono valutazioni e interpretazioni più raffinate del CCS.
Il progetto CICERONE, pioniere nello studio delle reti produttive integrate del CCS, offre spunti su come modificare il nostro approccio alla raccolta di informazioni sul settore. Basandosi sull’idea di “ciclo di produzione”, occorre spingersi oltre e riconoscere le caratteristiche spaziali e organizzative della “produzione culturale estesa”, seguendo le catene di fornitura lungo il ciclo. Un tempo si presumeva che molte attività culturali fossero radicate e consumate a livello locale; oggi il settore riflette concentrazioni e dispersioni complesse di intermediari culturali la cui localizzazione può variare. In queste reti, la questione di chi controlla i “punti di instradamento” — i gatekeeper — è cruciale, perché influisce su prezzi e accesso al mercato. Ignorare la configurazione di potere e controllo delle reti significa presentarsi al dibattito politico privi delle armi necessarie.
Aggregare più dati omogenei non ci dirà come e cosa sia cambiato.
Proponendo un Osservatorio CCS pilota, il progetto delinea un’alternativa al principio “più è meglio”, puntando invece su qualità e utilizzo. Aggregare più dati omogenei non ci dirà come e cosa sia cambiato, né darà visibilità a novità e innovazioni. Il problema non è inedito, ma si acuisce nel CCS per la scarsità di dati di base sui domini di attività e la copertura parziale delle funzioni produttive. Perciò, un Osservatorio CCS deve poggiare su una concezione chiara del settore: finora la definizione di CCS è stata più un insieme aggregato di attività culturali, ma è mancata la misurazione delle funzioni produttive, storicamente meglio tracciate nelle industrie tradizionali ma sottorappresentate in quelle culturali.
Il banco di prova pilota CICERONE adotta uno studio innovativo dei sistemi produttivi CCS, individuando configurazioni comuni in una matrice 2 × 2: reti controllate localmente o a livello internazionale; reti governate gerarchicamente o orizzontalmente. Ciò ha permesso di creare una nuova “lente” provvisoria per osservare il CCS, integrando i dati statistici esistenti con resoconti qualitativi più ricchi sul funzionamento delle reti produttive. Sebbene il progetto accademico abbia mappato solo un numero limitato di reti, fornisce una prima approssimazione dei principali tipi, e la mappatura può essere estesa per rendere più solido il sistema di classificazione.
Si possono così illustrare reti produttive tipiche, evidenziandone le diverse dinamiche di potere e controllo, e analizzare i diversi stili di “impronta” spaziale: quali funzioni produttive intervengono, dove e quando, e quale modello di governance domina la rete. L’osservatorio consente inoltre di approfondire le interviste agli attori di queste reti, offrendo indicazioni sui tipi di politiche efficaci per ciascun caso.
Il primo risultato sorprendente è che non esiste un unico modello ideale di rete produttiva per il CCS, ma molteplici, le cui configurazioni determinano la “geometria del potere” e indirizzano i punti di intervento politico. Per semplificare, i tipi di rete sono stati ridotti a una tabella 2 × 2 basata su scala (internazionale vs. locale) e controllo (verticale vs. orizzontale). Classificando le industrie esaminate, è emersa ulteriore variabilità nella concezione dei “modelli di business”: nei CCS il modello di business permette la massimizzazione simultanea di valori culturali, economici e sociali.
Grazie agli insight investigativi, abbiamo potuto offrire una visione più ricca di nodi e flussi delle reti produttive CCS. Pur realizzando i consueti report di settore, l’innovazione chiave è stata adottare la lente della rete. Il materiale delle interviste è stato codificato in modo che ogni relazione di rete possa essere richiamata ed esaminata tramite citazioni di case study, consentendo non solo di studiare forma e tipologia delle reti, ma anche di comprendere cosa significhi operare in esse e dove risieda il potere. Questi insight integrano e approfondiscono la copertura statistica, talvolta lacunosa.
L’idea centrale di una mappatura concettuale ed empirica coerente dei sistemi produttivi, unita a un metodo per richiamarli e riportarli, costituisce un passo verso un nuovo tipo di Osservatorio CCS. Esso permette di confrontare lenti quantitative e qualitative per ottenere una visione più sfumata di un settore in rapida evoluzione e offre un nuovo snodo per le politiche basate sulle reti produttive nel loro insieme (non su singole imprese).
Naturalmente questo è solo il primo passo per ricostruire la nostra visione e comprensione del CCS; si tratta di una dimostrazione importante, di un proof of concept su cosa potrebbe essere un Osservatorio CCS affilato (non semplicemente più ampio, ma più pertinente, qualitativo e incentrato sui processi). Tuttavia, la profondità guadagnata non si accompagna automaticamente all’ampiezza desiderata: serviranno ulteriori sviluppi oltre questo progetto pilota.
Primo, occorrerà ampliare e diversificare i case study alla base del progetto: non è una questione di limitazione intrinseca al metodo dei casi studio, ma di quanto essi rappresentino le tipologie individuate, in un processo pragmatico di raffinamento sempre migliorabile.
Secondo, la visione offerta mette in luce le debolezze dei nostri attuali dati e della comprensione del CCS. Abbiamo segnalato le dimensioni organizzative, ma il processo e i flussi restano un nodo critico: molti dati sui flussi esistono, ma sono spesso dietro paywall o vincolati a segreti commerciali. Qui le associazioni di categoria e gli enti pubblici hanno un ruolo cruciale nel negoziare come rendere visibili questi flussi immateriali nel dominio pubblico. Talvolta basterà calibrare la tempestività delle rilevazioni, in altri casi sarà necessario mascheramento complesso.
Più dati migliori possono sembrare un fine a sé stante, ma abbiamo sostenuto che l’obiettivo chiave sia rendere le informazioni rilevanti per tutti gli stakeholder, con benefici strategici per singole industrie o territori. Molte micro-imprese CCS fanno dell’innovazione e della rapidità nel mercato il loro vantaggio in mancanza di un’intelligence di qualità: un’intelligence di mercato migliorata e una capacità di previsione basata su solide fondamenta possono generare vantaggi strategici e promuovere una visione industriale più matura.
A livello più ampio, altre industrie sono in grado di mobilitare insight paralleli per attrarre l’attenzione di politici e decisori, segnalando sfide future alle stesse agenzie. Oggi le industrie CCS faticano a dialogare in questo modo, perché la base informativa di cui dispongono non è adeguata a veicolare tali messaggi.
Foto di Yusuf Onuk su Unsplash