Per le persone con disabilità italiane il 2025 si apre con la proroga di due anni del decreto legislativo 62/2024, nato per rendere esigibile il “progetto di vita indipendente”, ovvero la possibilità di scegliere come vivere, dove vivere e con chi vivere. Il decreto è una rottura simbolica e politica con la logica abilista che domina il sistema socio-sanitario e culturale italiano, perché intende eliminare l’istituzionalizzazione nel panorama delle politiche pubbliche in materia. La proroga dimostra quanto lontano sia invece il sistema italiano dal concepire l'autonomia e l'autodeterminazione per le soggettività disabili. Lo stesso anno però si chiude con l'uscita del densissimo volume Prospettive cyborg sulla disabilità. Tecnologie, relazioni di cura e futuri culturali della studiosa Chiara Montalti per DeriveApprodi. Un libro che, oltre a offrire una ricca mappa degli studi internazionali sulle disabilità, si pone proprio l'obiettivo di riposizionarle nella sfera culturale e politica, sradicandole dal terreno vischioso dell'assistenzialismo, della pietas, della segregazione. L'originalità dell'autrice risiede nell'assumere la figura ambivalente del cyborg come lente attraverso cui guardare genealogie e discrepanze tra le istanze dell'attivismo disabile e proposte teoriche differenti: disability studies, femminismi, post-umanesimo tecnoscienza e transumanesimo.
Nella prima sezione Verso un terreno comune, l'autrice rintraccia le radici del cyborg, conosciuto in Italia soprattutto attraverso Caronia e Haraway, ma emerso negli anni '60 in un'area di interesse che in effetti tocca da vicino le disabilità, legate a doppio filo con le pratiche di istituzionalizzazione, le innovazioni tecnologiche e la supremazia coloniale occidentale. L’ingresso nell’immaginario della categoria si deve infatti all'articolo Cyborgs and space di Nathan S. Kline e Manfred E. Clynes pubblicato sulla rivista «Astronautics» nel 1960. Clynes, ingegnere, e Kline, psichiatra, collaborano nel Dynamic Simulation Laboratory del Rockland State Hospital, un ospedale psichiatrico nello Stato di New York. Riflettendo sull'impatto dei viaggi spaziali sugli astronauti, Clynes e Kline propongono di alterare la natura umana, dotandola di impianti tecnologici che, sfruttando i segnali fisiologici, potessero “aggiustarne” le funzioni. Alla base della commistione tra organico e tecnologico proposta, vi è un'assenza di consenso da parte dell'astronauta, anzi è proprio tale assenza a costituirsi come conditio sine qua non per la riuscita dell'esperimento. Quindi il primo cyborg immaginato è un intervento coatto sulla natura umana, un'estensione che ne potenzia e stabilizza il comportamento in un ambiente extraterrestre, per non ostacolare la smania di scoperta e conquista.
Un libro che, oltre a offrire una ricca mappa degli studi internazionali sulle disabilità, si pone proprio l'obiettivo di riposizionarle nella sfera culturale e politica, sradicandole dal terreno vischioso dell'assistenzialismo, della pietas, della segregazione
Una pratica di istituzionalizzazione ben lontana dalla prospettiva tracciata dagli anni '80 da Donna Haraway che intende attraverso il cyborg depotenziare il pensiero dicotomico che edifica il sé occidentale, intorbidendo i confini tra animale, umano, non umano, organico e tecnologico, natura e cultura. Ne deriva una concezione del corpo come campo di codici socioculturali, anziché meramente biologici. Un orizzonte molto in sintonia con quello dei Disability Studies - evidenzia Montalti- se non fosse che le disabilità compaiono assai di rado negli studi femministi. Come osserva la studiosa Rosemarie Garland-Thomson: “Ripetutamente, le questioni femministe che sono profondamente legate alla disabilità – come le tecnologie riproduttive, il posto delle differenze corporee, le particolarità dell’oppressione, l’etica della cura, la costruzione del soggetto – sono discusse senza alcun riferimento alla disabilità” (1997, p. 2). Da qui il tentativo di mappare possibili convergenze, senza tralasciare dissonanze e criticità, tra le riflessioni mutuate da Haraway e i saperi incorporati generati da studiosi/e con disabilità.
Il pericolo del Manifesto per cyborg nell'alveo dei DS è rintracciato nel rapporto tra corpo e tecnologia quando quest'ultima è letta in una cornice correttiva, confermando una concezione del corpo-mente non conforme da normalizzare, piuttosto che evidenziare la responsabilità sociale della marginalizzazione. Si sottolinea il legame tra cyborg e supercrip, ovvero quelle narrazioni preponderanti nei media mainstream che insistono su una rappresentazione eroica e tecnologicamente potenziata del soggetto disabile. L'autrice rimarca che, sebbene una simile narrazione venga spesso avvallata dalle stesse persone con disabilità, bisogna calare le protesi tecnologiche nel contesto materiale ed economico delle persone, problematizzando possibili frizioni tra corpi e dispositivi (rigetti, dolori, malfunzionamenti, manutenzioni ad opera di figure “esperte”). Inoltre, l'idea che “per forza di cose” una tecnologia migliori la vita di una persona con disabilità è un’aspettativa di chi non ne fa esperienza che trova affinità con il terreno teorico del transumanesimo.
Montalti però evidenzia anche le potenzialità del cyborg per gli studi sulle disabilità come “la capacità di flettere la normatività corporea, di rendere conto delle negoziazioni attuate dalle persone disabili con tecnologie, animali non umani, personale assistivo ” (p.54). In questa direzione centrale è il concetto di interdipendenza, implicito nella politica cyborg e nelle epistemologie postumaniste. Il “making kin” di Haraway è un nodo nevralgico dell'agenda attivista disabile che non di rado problematizza le basi essenzialistiche e separatiste di alcune politiche identitarie. Guardare la società con la lente della disabilità fa scricchiolare l'idea della piena indipendenza di ciascuna persona, mostrandone il carico di efficienza preteso dal sistema capitalista. Non si tratta però di ammettere che chiunque possa trovarsi nella condizione di “dipendere” da qualcuno o qualcosa, ma di riconoscere il carattere di reciprocità nelle relazioni multi-specie, nelle commistioni organico-tecnologiche, in un esame costante della distribuzione del potere in un dato contesto.
Il pericolo del Manifesto per cyborg nell'alveo dei DS è rintracciato nel rapporto tra corpo e tecnologia quando quest'ultima è letta in una cornice correttiva, confermando una concezione del corpo-mente non conforme da normalizzare
Rispetto infatti all'ambito produttivo delle tecnologie, le persone con disabilità godono di un expertise, raramente presa in considerazione. Dagli hardware ai software, passando per l'AI, la progettazione tecnologica si carica di bias e stereotipi che portano non solo a discriminare persone con disabilità dall'utilizzo di determinati dispositivi, ma nei casi peggiori alla creazione di strumenti pensati ad hoc, senza alcuna familiarità con le esigenze materiali della comunità. Per non parlare del fatto che a volte l'avanzamento tecnologico cela e compensa il mancato adeguamento di spazi pubblici inaccessibili. In questa direzione la tecnoscienza femminista crip mette a valore i saperi incorporati e le capacità artigianali delle persone disabili, spesso costrette a reinventare strumenti, hackerando la tecnologia per generare contributi materiali significativi in ambito tecnoscientifico.
Ecco che allora, riprendendo Haraway, di Chthulucene “è importante quali storie raccontiamo per raccontare altre storie” (2019, p. 27). Ed è con l'invito a complicare gli immaginari sul futuro che Montalti chiude il libro, evidenziando la responsabilità delle rappresentazioni mediatiche e letterarie a far proliferare futuri utopici epurati da qualsiasi disabilità. L'autrice sottolinea come la fantascienza, un genere narrativo di cui si sono nutrite molte riflessioni femministe, pur appellandosi alla creatività trasformativa di inventare futuri inediti, rinunci a immaginare relazioni e condizioni materiali complesse per i soggetti disabili, rendendo plausibile e desiderabile un domani che ne faccia a meno. “L’ipotetica assenza della disabilità viene interpretata, semplicemente, come «buonsenso», logico evolversi della modernità” (Garland-Thomson 2012, p. 340). Ripensare le narrazioni, non significa tuttavia inserire le disabilità in una cornice fondata sulla sacralità della vita o nel boicottare a priori le possibilità offerte dall’ingegneria, ma sgomberare gli immaginari dai bias, dalle discriminazioni, dalla visione dei corpi-menti non conformi come umanità solo in potenza. Tornando alla Haraway di Chthulucene l'invito è allora quello di modelllare un tessuto di narrazioni stratificato, ben impiantato nel «trouble», che non rinunci cioè al conflitto e alle possibilità disturbanti, ma che convochi pratiche relazionali complesse, imprevedibili, mutevoli.