Questo articolo fa parte del terzo numero de laRivista, la pubblicazione monografica di cheFare, dedicato alla rigenerazione urbana. Un fenomeno che assume significati diversi a seconda degli attori coinvolti e che si confronta con la crisi dell’abitare, l’overtourism, la gentrificazione, la finanziarizzazione urbana e l’aumento delle disuguaglianze. Un processo che può essere compreso solo a partire dal diritto alla città. Puoi leggere qui gli altri articoli del numero monografico.
Di cosa parliamo quando parliamo di rigenerazione urbana?
In teoria dovrebbe essere tutto chiaro. Ricercatori, teorici, e practitioner sono in pratica da sempre d’accordo sul fatto che per fare rigenerazione urbana sia cruciale tenere assieme elementi hardware e software, riqualificazione materiale e interventi strutturali di welfare e servizi. Tra le tante, una delle definizioni più diffuse è la seguente, che risale al 2000:
“una visione e un'azione complete e integrate che portino alla risoluzione dei problemi urbani e che mirino a realizzare un miglioramento duraturo delle condizioni economiche, fisiche, sociali e ambientali di un'area che è stata soggetta a trasformazioni” (Roberts, P., 2000. The evolution, definition and purpose of urban regeneration. Urban regeneration: A handbook, 1, pp.9-36.)
Qualche anno dopo, nel 2009, Vicari Haddock e Frank Moulaert hanno messo in guardia dai rischi di un’interpretazione acritica della categoria di rigenerazione urbana, evidenziando come la maggiore competitività urbana non giochi necessariamente a favore della coesione sociale. Dal loro punto di vista è necessario puntare a un modello alternativo di rigenerazione, che parta dal contrasto ai processi di esclusione sociale, mobilitando in prima istanza la società civile e le risorse locali. È una visione della rigenerazione urbana imperniata su un’innovazione sociale fatta di partecipazione democratica, cittadinanza attiva, capacitazione dei gruppi svantaggiati e redistribuzione del potere. Marcatamente diversa, quindi, da quella di matrice anglosassone - forse più conosciuta - orientata alla risoluzione di problemi collettivi attraverso soluzioni di mercato, per quanto “a impatto”.
Eppure, nella messa in pratica la rigenerazione urbana equivale molto – troppo – spesso a una riqualificazione spaziale, se non proprio a una semplice ristrutturazione con cambio di destinazione d’uso. In Italia, la presenza sporadica che il termine ha avuto per lungo tempo nel panorama legislativo non ha sicuramente aiutato. Nel Testo Unico dell’Edilizia del 2001 (D.P.R. 380/2001) compariva 4 volte, senza mai essere specificato. Diverse Regioni hanno adottato leggi e definizioni specifiche, ma non in un quadro armonico. A loro volta, molti Comuni hanno recepito queste leggi in piani e regolamenti ad hoc. Dal 2019, ogni legge di bilancio ha previsto incentivi e finanziamenti per la rigenerazione urbana, senza definirne mai veramente i perimetri ma insistendo molto sugli aspetti edilizi.
Mentre scrivo, è in discussione al Senato un Disegno di Legge unificato sulla rigenerazione urbana (DDL 29/S), che vuole creare una regia nazionale, un piano e un fondo dedicati, in ottica di unificazione e sistematizzazione. Molte critiche al testo si sono concentrate sul fatto che – anche in questo caso – le misure sono concepite soprattutto in una declinazione hardware (ristrutturazioni, efficientamenti energetici, nuove costruzioni, etc.) nell’ottica di una riduzione di regia e controllo pubblico, mentre il software (welfare, programmi sociali, etc.) ha una funzione meramente ancillare.
Una storia recente
Si è iniziato a parlare di rigenerazione urbana negli Stati Uniti attorno agli anni '60, quando le prime ondate di deindustrializzazione hanno posto il problema – in città come Baltimora e San Francisco - di cosa fare con le fabbriche in dismissione che tagliavano in due le aree urbane.
Con la fine delle città fordiste – la cui organizzazioni sociale, economica, politica era basata sulla fabbrica – la rigenerazione urbana ha iniziato a diffondersi anche in Europa, prendendo piede tra porti industriali in dismissione, altoforni da abbattere e scali ferroviari ormai abbandonati. Ne è stato un esempio paradigmatico Barcellona, che con la gigantesca riqualificazione del Port Vell per le Olimpiadi del 1992 ha cambiato completamente il fronte marino della città. Tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 la rigenerazione urbana si è agganciata ineludibilmente ad un altro fenomeno emergente, quello delle città creative: il sogno di trovare nuovi modelli di sviluppo locale a partite dal terziario avanzato, dall'arte e dalla creatività, che guarda a quanto successo a Manchester o a Bilbao come pietre di paragone.
Con la fine delle città fordiste – la cui organizzazioni sociale, economica, politica era basata sulla fabbrica – la rigenerazione urbana ha iniziato a diffondersi anche in Europa, prendendo piede tra porti industriali in dismissione, altoforni da abbattere e scali ferroviari ormai abbandonati
In Italia, il primo esempio su larga scala è probabilmente quello della Torino della seconda metà degli anni '90. Con il Progetto Speciale Periferie del 1997 il capoluogo sabaudo ha cercato delle vie d'uscita dalla crisi dell’impianto fordista sviluppatosi nel secolo precedente. Una miscela di piani locali (come i Contratti di Quartiere), interventi materiali (da Via Artom a San Salvario) e sviluppo dei servizi per la cittadinanza hanno trasformato il volto di alcuni quartieri, anche tramite l’accelerazione data dalle Olimpiadi Invernali del 2006. Il caso torinese è interessante proprio perché ormai storicizzato, e permette di osservarne pregi e criticità a distanza di quasi tre decenni: dalla grande innovazione socioculturale dei contratti e delle Case del Quartiere, alla nuova sede del Politecnico, alla mancata integrazione sistemica dei quartieri dell’area nord.
Il caso italiano più eclatante è però sicuramente quello di Milano. Una serie di grandi interventi - concepiti prevalentemente sotto le giunte di centrodestra e attuati poi soprattutto da quelle di centrosinistra - ha riconfigurato completamente la città. Come il Palazzo della Regione Lombardia, costruito sopra al Bosco di Gioia: un'area verde teoricamente inalienabile, convertita in edificabile a colpi di deroghe. O Citylife, la zona dei grattacieli e delle residenze di lusso realizzate sopra all'ex fiera, a firma Isozaki, Libeskind, Hadid e Ingels. O, ancora, il sistema di residenze di lusso e di centri direzionali di banche e aziende Porta Nuova, realizzato su alcune aree dismesse vicinissime al centro storico.
La caratteristica forse più evidente di quanto accaduto in città è che si è deciso di attrarre gli investimenti rinunciando agli adeguamenti degli oneri di urbanizzazione per 15 anni (fino al 2023), e in alcuni casi riducendoli fino al 60% attraverso una legge regionale. Un approccio improntato – quindi - ad una forte logica di attrazione di capitali a tutto vantaggio degli attori privati.
Del cosiddetto Modello Milano si è molto detto e scritto, anche a causa del clamore sollevato dall’iter parlamentare del cosiddetto DDL “Salva Milano” e da quelli giudiziari che hanno scosso la città a partire dal 2023. Quello che vale la pena ricordare qui sono alcune tendenze che hanno cambiato la faccia della città negli ultimi 10 anni.
Innanzitutto, è un meccanismo che si è innestato sulla logica degli eventi e dei grandi eventi, caratterizzato dalla costruzione di un palinsesto continuo di week esperienziali tematiche che vedono il proprio culmine annuale nella design week, arrivata a portare oltre 300.000 city user in una città di appena 1.400.000 abitanti. Un sistema inaugurato dal successo globale di Expo 2015 (21.5 milioni totali di visitatori in 184 giorni; 272,785 visitatori nella giornata di picco; 1.2 milioni di visitatori nella settimana più affollata) e che sta per entrare nelle Olimpiadi Invernali 2026.
In secondo luogo, è un sistema che si basa sull’espulsione dei cittadini meno abbienti dalla città. Circa il 40% dei residenti del 2023 non lo erano nel 2014 (dati del Piano casa del Comune di Milano). Parallelamente, si è visto un aumento impressionante degli abitanti che dichiarano più di €120,000 annui (+60%), mentre i redditi nella fascia più bassa (€15,000 - €26,000) sono diminuiti drasticamente (-14%) (Elaborazione Centro Studi Circolo Caldara). Molti abitanti si sono spostati nell’hinterland, caratterizzato da bassa sociabilità, trasporti pubblici inefficienti e lunghi tempi di pendolarismo. In questo senso, la crisi forse più drammatica ed evidente è quella abitativa. C’è stata una forte contrazione delle abitazioni accessibili, esacerbata dall’esplosione degli appartamenti turistici a breve termine al servizio dell’economia turistica in costante accelerazione. L’affitto medio è aumentato del 33.8% dal 2015 al 2022, con picchi del 60% in alcune aree. Non sono saliti allo stesso modo, ovviamente, i redditi.
C’è stata una moltiplicazione di ristoranti e bar, attività storicamente caratterizzate da lavori precari e sottopagati: dai circa 6.000 bar e ristoranti del 2013 si è passati a più di 8.000 in 10 anni (+30%). Il massiccio incremento dei centri commerciali (+133%) e discount (+95%) ha colpito in modo drastico il retail, che dopo una inziale resilienza alla concorrenza dell’e-commerce e agli effetti della pandemia ha iniziato a crollare, portando a 468 chiusure nette in un singolo anno (2023-2024).
È un sistema che si basa sull’espulsione dei cittadini meno abbienti dalla città. Circa il 40% dei residenti del 2023 non lo erano nel 2014 (dati del Piano casa del Comune di Milano)
Al di là dei numeri e delle statistiche, ciò che colpisce maggiormente della trasformazione milanese è la diffusa perdita di senso e fiducia degli abitanti rispetto alla città. Da un lato, questo è sicuramente dovuto al logoramento di molti servizi pubblici (welfare locale, asili, trasporti, etc.), soprattutto nelle aree più periferiche, prodotto da una molteplicità di cause, tra cui spicca la difficoltà dei lavoratori di sopravvivere con salari che non crescono in una città sempre più cara. Da un altro lato, questo è connesso a un dilavamento costante del capitale sociale: se la città e gli abitanti corrono così velocemente, le relazioni di amicizia e di fiducia che si costruiscono lentamente nel tempo faticano a rigenerarsi. Cose altrimenti banali come lasciare a qualcuno una copia di scorta delle chiavi di casa - o trovare chi annaffi le piante o dia da mangiare al gatto per un fine settimana – diventano complicate e devono essere mediate attraverso servizi specifici, prevalentemente a pagamento. Per non parlare di cose molto più complesse, come quelle che pertengono alla sfera delle relazioni emotivamente più significative. Sullo sfondo, una costante incertezza nei confronti del futuro della città, acuita da un aumento della percezione di insicurezza legata alla criminalità di strada, i cui numeri sono solo in leggero aumento e comunque infinitamente più bassi rispetto a qualche decennio fa.
Nonostante queste evidenti criticità, l’approccio alla rigenerazione urbana basato su grandi eventi e marketing urbano, ruolo debole del pubblico, laissez faire degli attori privati e overtourism sta prendendo piede in molte altre città italiane.
Una definizione contesa
Molte altre città stanno andando nella stessa direzione. I motivi di questo successo sono tanti. Il più evidente e facilmente comprensibile: si tratta di un modo facile e veloce di far girare su un territorio moltissimi soldi. Nel settore edilizio e delle costruzioni, ovviamente. Ma anche nei materiali, nelle forniture, nell’arredamento e nel design. Così come nei servizi legali e notarili, in quelli architettonici e ingegneristici. E ovviamente nel settore finanziario, che la fa da protagonista sia nell’emissione dei mutui – che permettono anche singole famiglie e piccoli e medi risparmiatori di entrare a piè pari nel grande gioco urbano – sia nelle operazioni su grande scala come lo sviluppo di Società di Gestione del Risparmio (SGR), e di società immobiliari, e le conseguenti operazioni di cartolarizzazione, le Private Equity e le Venture Capital immobiliari. È un’attrazione apparentemente irresistibile, perché la rigenerazione urbana sembra promettere ricchezza per tutti. Non solo l’occupazione, che indubitabilmente nei primi periodi tende ad aumentare nei settori descritti sopra, e in molti altri. Ma anche dal punto di vista del gettito fiscale, per lo Stato e per i comuni: la promessa è quella di un’orgia di IVA, imposte di registro, catastali, ipotecarie, IMU, TARI, oneri di urbanizzazione.
Molte altre città stanno andando nella stessa direzione. I motivi di questo successo sono tanti. Il più evidente e facilmente comprensibile: si tratta di un modo facile e veloce di far girare su un territorio moltissimi soldi
Eppure, come abbiamo visto, si tratta molto spesso della luce di una fiamma per le falene. In molti casi, l’incapacità – o la mancanza di volontà - di vedere gli effetti negativi della rigenerazione urbana è determinata culturalmente. Per chi fa parte dei ceti più privilegiati, i vantaggi sono clamorosi ed evidenti: realizzare grandissime plusvalenze; assistere al miglioramento a vista d’occhio dei propri quartieri, già bellissimi e servitissimi; poter compensare ogni eventuale svantaggio ricorrendo a servizi privati, o spostandosi. Per chi fa parte di quei segmenti dei ceti medi che si trovano dalla parte fortunata della linea della rendita – per chi, cioè, ha potuto avviare un percorso di patrimonializzazione immobiliare del risparmio prima dell’impennata del ciclo, comprando immobili – l’innesco di una traiettoria di rigenerazione urbana equivale a una vittoria alla lotteria, con il valore che arriva a raddoppiare o triplicare in pochi anni.
L’Italia è un paese segnato da una crisi pluridecennale delle politiche industriali e dall’incapacità di costruire politiche sistemiche di ampio respiro per il terziario avanzato; per questo, insistere sugli aspetti strettamente edilizi può sembrare un buon modo di produrre effervescenza economica sul breve-medio termine. E anzi, lo è, se guardiamo ai ceti medi e alti. Per tutti gli altri, come abbiamo visto, la traiettoria più probabile è quella del barcamenarsi in una crescente precarietà abitativa o dell’essere espulsi.
Ma abbiamo visto anche che le città che vengono trasformate da processi di rigenerazione urbana in cui si guarda solo alla produzione di ricchezza e all’hardware sprofondano in una crisi di senso condiviso in cui il capitale sociale viene dilavato dalla velocità delle trasformazioni. Per non parlare degli effetti della progressiva cementificazione del suolo libero, la riduzione degli spazi verdi, l’assenza di piani degli alberi e di uno sguardo in grado di tenere in considerazione la scarsa vivibilità dei contesti urbani alla luce dei cambiamenti climatici, in particolare per i quartieri periferici.
L’Italia è un paese segnato da una crisi pluridecennale delle politiche industriali e dall’incapacità di costruire politiche sistemiche di ampio respiro per il terziario avanzato; per questo, insistere sugli aspetti strettamente edilizi può sembrare un buon modo di produrre effervescenza economica sul breve-medio termine
Ecco perché la definizione della rigenerazione urbana è un argomento così divisivo. Perché è una cartina di tornasole su come viene inteso il rapporto tra sviluppo urbano, disuguaglianze sociali e diritto alla città. Diversi attori politici, culturali e economici ne forgiano i diversi significati, connessi a diversi valori e obiettivi.
Ci sono almeno quattro diversi campi di produzione sociale di immaginari collegati alla rigenerazione urbana. Li intendo come tipi ideali weberiani: non sono separati e impermeabili, o fissi nel tempo e nello spazio. In parte collidono, in parte si sovrappongono, si riorganizzano costantemente. Non si trovano in forma pure, ma ogni caso reale si manifesta con gradazioni maggiori o minori di alcuni o molti di loro.
I Costruttori Hardcore: «Uno spazio nuovo, più pulito, più efficiente equivale a una città migliore».
È il campo più affollato. Per loro, la rigenerazione urbana è innanzitutto – se non esclusivamente - una questione hardware. Il gioco si gioca tra attori privati, il settore pubblico che fa un buon lavoro è quello che facilita o – ancora meglio – si fa da parte. Tutti i gruppi sociali beneficiano da una maggiore e più veloce circolazione della ricchezza. Gli aspetti sociali e quelli di welfare sono secondari, ma possono essere chiamati in causa – attraverso un blando coinvolgimento del terzo settore e della Corporate Social Responsibility - se c’è bisogno di costruire narrazioni per il marketing o per una migliore advocacy dei progetti. L’accesso all’abitazione è regolato dal mercato. Il turismo è un driver primario di produzione di ricchezza per tutti.
Il Mucchio Generativo: «Il diritto all’abitare deve essere al centro di tutte le strategie urbane».
La rigenerazione è prima di tutto una questione sociale, connessa in prima istanza al welfare e ai servizi locali. I privati hanno ovviamente un ruolo, che deve però essere disciplinato e monitorato in modo ferreo dal pubblico. Il terzo settore svolge un ruolo chiave perché rappresenta i soggetti in grado di identificare i bisogni territoriali in un’ottica di beni comuni e rispondere in un’ottica non puramente di mercato. A seconda delle declinazioni, gli attori pubblici possono svolgere un ruolo direttivo o di facilitazione. Il diritto all’abitare deve essere garantito attraverso l’edilizia residenziale pubblica, mentre le cooperative di abitanti a proprietà indivisa e il social housing possono svolgere un ruolo complementare. Il turismo deve essere regolamentato e non può compromettere il diritto all’abitare e alla città.
Il Partito dell’Automobile: "Qualsiasi restrizione all'uso dell'auto è una restrizione a un diritto individuale inalienabile."
La rigenerazione urbana può essere accettabile, perché aumenta il valore degli immobili, ma dobbiamo poter raggiungere tutto in auto. Le piste ciclabili sono inutili e pericolose. La cosa principale di cui le città hanno bisogno sono più parcheggi, e il trasporto pubblico e la mobilità dolce non hanno alcuna priorità. Le misure per la città a 15 minuti (servizi essenziali di prossimità, piste ciclabili, pedonalizzazioni, nuovi spazi pubblici, nuovi limiti di velocità per le automobili, etc.) possono essere viste come forme di complotti che hanno l’obiettivo di limitare la libertà di spostamento degli individui. L’abitare è una questione tra privati, e una maggiore tutela dei proprietari garantisce una migliore efficacia ed efficienza del mercato degli affitti. Il turismo è benvenuto fintanto che rispetta il decoro e non limita i diritti individuali e di proprietà.
La Moltitudine Arrabbiata: «La rigenerazione urbana equivale alla speculazione immobiliare».
Ogni intervento di rigenerazione urbana ha natura speculativa – mira a massimizzare i profitti dei grandi attori della finanza globale – ed estrattiva – espropria i diversi tipi di valori sociali prodotti sui territori e li mette al servizio di attori economici. Il terzo settore è complice inconsapevole di questa estrazione, e attraverso il sistema dei bandi e dei finanziamenti si lega colpevolmente al capitale globale. I beni comuni sono un elemento centrale, ma devono essere gestiti in modo diretto dalla cittadinanza senza intermediazione di attori strutturati della società civile. L’abitare è una questione centrale, che deve essere affrontata esclusivamente dal punto di vista dell’edilizia residenziale pubblica. Ogni forma cooperativa e di social housing rappresenta un’intromissione indebita di soggetti non pubblici nel diritto all’abitare, e in quanto tale costituisce un potenziale cavallo di troia della finanza globale da contrastare duramente.
5 lezioni generative dalle città italiane
Alla luce di questo campo complesso, polisemico e conteso, possiamo provare qui a identificare 5 lezioni generative possibili dalle città italiane per quello che riguarda la rigenerazione urbana giusta.
1) Diritto alla città
Non ci può essere rigenerazione urbana giusta senza diritto alla città. Con "diritto alla città", data la definizione molto ampia che ne ha dato Henri Lefebvre alla fine degli anni '60, si intendono molte cose. Eppure, sostanzialmente, il "diritto alla città" ha due aspetti: l'attenzione al valore d'uso piuttosto che al valore di scambio dello spazio e delle risorse urbane; e la messa in condizione degli abitanti – di tutti gli abitanti – di prendere parola ed esercitare diritto di scelta sulla forma del territorio.
Questo vuol dire, sostanzialmente, scoraggiare programmaticamente la finanziarizzazione della città, e con essa lo smembramento dei beni pubblici a favore degli operatori privati; e vuol dire moltiplicare le narrazioni e le agencies sulla città: le agentività, capacità di agire nel mondo, esercitando un potere causale e un'influenza sul proprio contesto e sugli eventi.
Non più solo, quindi, legittimità alle prospettive e alle forme della città date dai ceti più ricchi e dei ceti medi che aspirano ad arricchirsi; ma anche quelle date dai più poveri, e dai tutti coloro che stanno in mezzo. Non solo più punti di vista maschili ma anche, come insegna l’urbanistica di genere, quelli femminili, con tutto quello che comporta in termini di attraversabilità e sicurezza. Non più solo punti di vista eterosessuali, ma anche LGTBTQ+. Non più solo punti di vista della bianchezza, ma di tutte le gradazioni somatiche. Non più solo punti di vista di corpi e menti in apparente salute, ma anche di persone disabili. Non ci può essere rigenerazione urbana giusta – in altri termini – senza un’attenzione costante a come vengono allocate le risorse e a chi beneficia dei cambiamenti delle città. Perché un conto sono i rendering, un conto è l’esperienza quotidiana di chi deve prendere i mezzi pubblici con una sedia a rotelle.
2) Lotta al cambiamento climatico
Non ci può essere rigenerazione urbana giusta senza lotta al cambiamento climatico. Le nostre città sono – e saranno – sempre più al centro di eventi climatici estremi. Alluvioni, come a Valencia nel 2024, o in Emilia-Romagna nel 2023. Incendi, come quelli che cingono d’assedio sempre più città ogni estate: Palermo, Roma, Atene, Toledo. Ondate di calore sempre più acute e prolungate, che rendo sempre più spazi delle città inabitabili durante i mesi estivi. E allora, non si può parlare di rigenerazione urbana giusta senza interventi misurabili e concreti, senza standard di efficienza energetica ancora più severi. Senza che vengano incentivate le energie rinnovabili a discapito di quelle fossili. Senza che vengano sottratte aree alla cementificazione e all’impermeabilizzazione dei suoli. Senza che si impedisca che le risorse idriche dei territori vengano inquinate, sprecate o compresse dove finiranno per strabordare con il massimo danno possibile. Senza che le isole verdi non siano solo nei quartieri residenziali dei più benestanti, ma siano invece un patrimonio di tutti. Andiamo verso un futuro di fuoco, e le città devono essere verdi per tutte e tutti.
3) Diritto all’abitare
Non ci può essere rigenerazione urbana senza diritto all'abitare. Negli ultimi 40 anni, la maggior parte dei paesi occidentali – Italia in testa - ha visto una progressiva e drammatica messa in discussione del diritto dei cittadini ad avere una casa dignitosa e accessibile. Questo è successo per la convergenza di due traiettorie: il disinvestimento nel patrimonio di edilizia residenziale pubblica e la messa a valore selvaggia delle abitazioni sul libero mercato. La prima traiettoria ha implicato la fine degli investimenti per la costruzione di nuovo patrimonio pubblico, la limitazione degli interventi di manutenzione e ammodernamento sul patrimonio esistente, la vendita di una parte del patrimonio ai privati. La seconda traiettoria ha significato la proliferazione di logiche di investimento finanziario collegate alla casa - sempre più considerata uno strumento di produzione di ricchezza attraverso la rendita – che hanno trasformato interi quartieri e città in spazi per la speculazione di attori grandi (come i fondi d’investimento) e piccoli risparmiatori (come le famiglie). Nell’ultimo decennio, la situazione si è impressionantemente aggravata a causa della diffusione delle piattaforme di locazione temporanea (Airbnb in testa), intrecciata con l’overtourism.
Questo vuol dire, sostanzialmente, scoraggiare programmaticamente la finanziarizzazione della città, e con essa lo smembramento dei beni pubblici a favore degli operatori privati; e vuol dire moltiplicare le narrazioni e le agencies sulla città
E quindi, non ci può essere rigenerazione urbana giusta senza politiche importanti di edilizia residenziale pubblica, integrate in modo puntuale e complementare da cooperative di abitanti a proprietà indivisa e social housing realmente accessibile. E non ci può essere rigenerazione urbana giusta senza interventi di regolamentazione del mercato degli affitti – per quanto siano soprattutto di pertinenza nazionale e non cittadina – e senza supporto attivo a tutte le categorie di abitanti non benestanti – dal ceto medio in via di impoverimento e impoverito, ai working poors, alle persone in situazione di marginalità estrema.
4) Sapere sistemico accessibile e trasparente
Non ci può essere rigenerazione urbana giusta senza la produzione e la condivisione di sapere sistemico sulla città. Non si può progettare solo l'edificio, o l'isolato. Bisogna mettere in evidenza le relazioni tra quello specifico intervento e il quartiere, tra quel quartiere e quelli vicini e lontani. Quali saranno le esternalità negative dell'intervento? Come impatteranno a livello sociale, culturale, economico, ecologico? Come trasformeranno la composizione demografica? Ampliare così tanto lo sguardo vuol dire – necessariamente - chiamare alla costruzione di tavoli interdisciplinari sulla trasformazione urbana, articolati attraverso la sociologia, la geografia, l’urbanistica, il design, la giurisprudenza, l’architettura, la botanica, l’ecologia, la climatologia, l’ingegneria, la geologia, l’informatica, l’entomologia e molte altre discipline ancora.
Per evitare che questi tavoli restino chiusi ed autorefenziali, c’è bisogno di luoghi fisici e virtuali di conoscenza trasparente, verificabile, accessibile e facile da fruire, anche per chi non ha il tempo o il livello di istruzione necessari per una partecipazione specialistica. Questi tavoli possono essere, di volta in volta, in urban center, urban lab, arene pubbliche di connessione con la cittadinanza, spazi online. Quello che importa è ricordarsi sempre che la città cambia in continuazione, e che c’è bisogno che la conoscenza degli abitanti cambi e assieme ad essa.
5) Città per gli abitanti e non per i city user
Non ci può essere rigenerazione urbana giusta se la città viene pensata per i city user e non per gli abitanti. Negli anni ’80 e ’90 – quando era stata codificata dal sociologo Guido Martinotti - la figura del city user era soprattutto una promessa di cosmopolitismo: un nuovo tipo di popolazione urbana connessa e mobile, che si spostava tra città globali portando con se valori e esperienze improntate all’universalismo, alla tolleranza e alla valorizzazione delle diversità. A metà degli anni ’20 i city user sono la manifestazione concreta dell’incapacità delle economie occidentali di trovare una direzione oltre la monocultura turistica. È necessario quindi pensare prima di tutto al benessere di chi nelle città ci abita già, e non all’interesse di chi si vuole attrarre per un giorno, un fine settimana lungo o un semestre. Questo vuol dire innanzitutto mettere al centro i servizi per gli abitanti, il diritto alla casa per gli abitanti e il welfare locale. Social street, piazze tattiche, terzi luoghi, orti urbani, negozi di prossimità, città dei 15 minuti, limite a 30 kmh, piste ciclabili, usi temporanei, city making. Ha senso ragionare di questi e di tanti altri strumenti, tecniche, soluzioni e strategie che vengono associati alla rigenerazione urbana solo alla luce di considerazioni politiche, sociali e culturali che mettono al centro gli abitanti in un’ottica sistemica. In altri termini, bisogna guardare alla luna e non al dito.
Lezioni per chi
Per gli amministratori e i politici locali che vogliono impegnarsi in trasformazioni urbane realmente generative, vuol dire costruire una comunicazione pubblica trasparente e accessibile, imparando a identificare e nominare chiaramente vantaggi e svantaggi per precisi gruppi sociali. Questo vuol dire imparare a riconquistare un ruolo da protagonisti nell’urbanistica, evitando greenwashing, social-washing e community-washing, tenendo testa all'ingerenza dei privati e guardando all'interesse di tutti gli abitanti, soprattutto i più fragili.
Non ci può essere rigenerazione urbana giusta senza la produzione e la condivisione di sapere sistemico sulla città
Per i movimenti politici vuol dire guardare e agire le città come contesti complessi, evitando le semplificazioni eccessive e riconoscendo i fenomeni urbani nella loro complessità. Questo può permettere di aumentare la portata delle proprie iniziative e costruire nuove alleanze trasversali, acquistando consapevolezza come attori urbani e uscendo dall' autoreferenzialità subculturale a cui rischiano di relegarsi.
Per i mondi della ricerca, vuol dire impegnarsi in percorsi restituzione pubblica del sapere che costruiscono, in un’ottica sia interdisciplinare (superando gli steccati disciplinari) che di divulgazione. Questo implica prendere sempre più sul serio la terza missione, interpretandola non solo come una forma di accountability ma come una produzione di valore pubblico, condiviso e democratico.
Per le imprese vuol dire imparare a riconoscere i limiti delle operazioni di social washing. In società urbane sottoposte a trasformazioni troppo veloci, troppo drastiche e troppo ingiuste, costruire in vitro capitale sociale artificiale può apparire una buona idea. Ma gli effetti collaterali di un'onnipresente mediazione di mercato della solidarietà sociale rischiano di rivolgersi conto loro stesse: quando sono "smascherati", sono processi che rischiano di produrre crisi di fiducia nel brand estremamente onerose, sul piano reputazionale come su quello economico.
Per il terzo settore, vuol dire imparare a guadagnare autonomia. Autonomia culturale, politica e economica, nei confronti del settore pubblico, di quello privato e dei soggetti erogatori. Questo implica, da un lato, adottare strumenti teorici e pratici per decostruire le retoriche ormai consumate legate a comunità e rigenerazione, sostituendole con nuovi glossari puntuali, precisi, fondati nel reale. E vuol dire, da un altro lato, rivendicare appieno il proprio ruolo politico nella città, abbondonando le funzioni subalterne a cui troppo spesso si è fatto relegare.
Riferimenti bibliografici
Bricocoli, Massimo, e Marco Peverini. 2024. Milano per chi?: se la città attrattiva è sempre meno abbordabile. LetteraVentidue Edizioni.
Centro Studi Circolo Caldara, Gruppo Hey Milano. 2025. Come è cambiata Milano negli ultimi 15 anni. Working Papers, luglio.
Comune di Milano. 2023. «Una nuova strategia per la casa». Comune di Milano.
Lefebvre, H. 2014. Il diritto alla città. Culture (Ombre corte). Ombre Corte.
Netti, Enrico. 2025. «L’allarme di Confcommercio: entro il 2035 a rischio il 20% dei negozi». Il Sole 24 ORE, novembre 15
Niessen, B. 2023. Abitare il vortice. UTET.
Roberts, Peter. 2000. «The evolution, definition and purpose of urban regeneration». Urban regeneration: A handbook 1: 9–36.
Vicari Haddock, Serena. 2004. La città contemporanea. Il Mulino.
Vicari Haddock, Serena, e Frank Moulaert. 2009. Rigenerare la città: pratiche di innovazione sociale nelle città europee.