Pubblichiamo un estratto da Il progetto della città femminista, dialogo tra Florencia Andreola, Azzurra Muzzonigro e Col·lectiu Punt 6, pioniere dell’urbanistica femminista in Europa. Il collettivo catalano propone un modo radicale di pensare la città, fondato sulla vita quotidiana e sulla cura come criteri per decostruire il modello urbano patriarcale e capitalista.
L’intervista attraversa i loro strumenti partecipativi e i risultati maturati in vent’anni di lavoro. Ringraziamo l'editore e le autrici per la gentile concessione.
La pratica della partecipazione è centrale nel vostro lavoro. Ci potete raccontare come funziona per voi?
Per Col·lectiu Punt 6, la partecipazione è prima di tutto uno strumento metodologico, è il fulcro della nostra pratica femminista e trasformativa. Si tratta di un processo collettivo e deliberato per integrare le voci delle persone esperte del territorio: coloro che lo abitano e lo sperimentano nella propria vita quotidiana. Questo approccio non si limita a sollecitare le comunità, ma cerca di generare coscienza e agency collettiva, di rendere esplicite le necessità e di fomentare le capacità di incidere nelle decisioni urbanistiche.
La partecipazione per noi si basa su un principio chiave: partire dalla vita quotidiana. Questo concetto, che emerge dalle teorie femministe, permette di analizzare come le attività quotidiane delle persone siano condizionate dal disegno e dall'amministrazione dei contesti urbani. Infatti, non tutte le persone fanno esperienza della città nello stesso modo: fattori come il genere, l’età, la capacità fisica, l’etnia, la razzializzazione dei corpi e le condizioni socio-economiche influiscono nel modo di vivere lo spazio. Per questa ragione, un elemento essenziale di questo approccio è fare luce sulla diversità delle esperienze e costruire spazi che rispondano alle necessità di tutte le persone, in particolare di quelle meno considerate e più marginalizzate.
Queste metodologie, però, richiedono un lavoro preliminare accurato. Non basta convocare le persone; è necessario costruire relazioni di fiducia con le comunità, specialmente con quelle più isolate o disimpegnate. Questo “lavoro da formichine”, come lo chiamiamo nel collettivo, include andare porta a porta per spiegare gli obiettivi del processo, e adattare orari e formati delle attività per garantire la partecipazione di chi ha meno tempo e risorse.
La partecipazione per noi si basa su un principio chiave: partire dalla vita quotidiana. Questo concetto, che emerge dalle teorie femministe, permette di analizzare come le attività quotidiane delle persone siano condizionate dal disegno e dall'amministrazione dei contesti urbani.
Per esempio, in un progetto recente in una zona industriale, le colleghe di Punt 6 hanno lavorato direttamente con le lavoratrici, organizzando workshop durante le loro pause pranzo per garantire la loro presenza. Una delle chiavi del nostro approccio partecipativo è che non si limita a raccogliere richieste concrete, come una lista dei desideri in stile “lettera a Babbo Natale”. Al contrario, fomentiamo un processo di introspezione e dialogo, dove ogni partecipante condivide come vive lo spazio e come questo impatta la sua vita quotidiana. Questo scambio genera un esercizio di empatia: chi partecipa non solo comprende meglio le proprie necessità, ma anche quelle delle loro vicine. Questo aiuta a costruire proposte più collettive e consensuali.
Punt 6 pone un’enfasi particolare nel raggiungere una reale diversità di partecipanti. Questo include lavorare con donne anziane, giovani, migranti, persone razzializzate e persone con disabilità fisiche, tra le altre. Per noi, non si tratta solo di riprodurre una “rappresentazione simbolica” della società, ma di imparare da queste esperienze diverse per costruire una conoscenza collettiva più ricca e complessa. Tuttavia, questo approccio presenta a sua volta delle difficoltà, come per esempio gestire tensioni, tra cui commenti razzisti, che possono sorgere durante i processi partecipativi. Crediamo che queste situazioni non debbano essere evitate né tantomeno silenziate, ma approcciate in modo pedagogico e costruttivo, per trasformare i pregiudizi e generare maggiore comprensione reciproca.
Incorporare la cura non solo come oggetto d’indagine ma come pratica interna nelle nostre metodologie significa anche definire chiaramente le regole del gioco in ogni processo partecipativo, per esempio stabilendo dall’inizio quali argomenti sono aperti a dibattito e quali no. Inoltre, facciamo in modo di creare spazi sicuri e rispettosi dove tutte le persone possano esprimersi senza paura di essere delegittimate.
Col passare degli anni, abbiamo imparato che la partecipazione è un processo continuo di apprendimento. Ogni progetto ci ha permesso di riflettere e migliorare le nostre pratiche, che sia il fatto di arrivare a persone diverse o gestire conflitti nei gruppi. Sebbene ci rendiamo conto che non esistono ricette magiche, la nostra esperienza ci insegna che la partecipazione può essere uno strumento potente per trasformare sia gli spazi sia le relazioni sociali.
Quali strumenti avete sviluppato per raggiungere gli obiettivi che vi siete date?
In tutti questi anni di lavoro, abbiamo sviluppato un set di strumenti e metodologie che ci hanno permesso di sviluppare i nostri progetti, sempre adattandoci alle specifiche sfide di ogni contesto e ai valori che ci guidano come collettivo femminista. Questi strumenti ci hanno aiutato a comprendere le realtà dei territori con cui lavoriamo, e a generare cambiamenti concreti nelle dinamiche sociali, urbanistiche e politiche.
Uno degli strumenti più significativi che abbiamo sviluppato sono le marchas exploratorias [camminate esplorative]. Questa metodologia, che si radica nella teoria e nella pratica femminista, consiste nel percorrere quartieri o territori con gruppi di donne e persone di altre identità di genere, escludendo la partecipazione di maschi cisgender. Le marchas hanno vari obiettivi: analizzare lo spazio a partire dall’esperienza quotidiana, rendere visibili le percezioni di sicurezza e insicurezza, e generare coscienza individuale e collettiva.
Incorporare la cura non solo come oggetto d’indagine ma come pratica interna nelle nostre metodologie significa anche definire chiaramente le regole del gioco in ogni processo partecipativo, per esempio stabilendo dall’inizio quali argomenti sono aperti a dibattito e quali no.
Ogni camminata è unica e viene costruita a seconda del contesto. Per esempio, in alcuni casi le abbiamo utilizzate per valutare la mobilità in un territorio, in altri per mettere a fuoco questioni legate alla vita notturna o per lavorare in zone dove hanno avuto luogo violenze di genere. Oltre a fornire una diagnosi, le marchas permettono di riappropriarsi collettivamente di spazi spesso caratterizzati da dinamiche di esclusione o violenza. In alcuni casi, queste esperienze sono state così significative da ispirare la nascita di gruppi locali che continuano a lavorare politicamente nelle problematiche rilevate.
Prima di molte camminate esplorative, organizziamo laboratori partecipativi, uno strumento che consideriamo essenziale per preparare il processo in modo condiviso e riflessivo. In questi workshop, lavoriamo con le partecipanti per costruire collettivamente una mappatura del territorio, identificando gli spazi chiave che verranno inclusi nella marcha. Questo approccio aiuta a collocare le esperienze delle persone nel territorio e permette di analizzare come si incrociano con fattori come la mobilità, l’uso del suolo, la sicurezza e il lavoro di cura.
Inoltre, utilizziamo strumenti di mappatura collettiva sia per diagnosticare sia per visualizzare proposte. Per esempio, realizziamo mappe della vita quotidiana che permettono di territorializzare le dinamiche delle persone e le necessità specifiche. Siamo consapevoli dei rischi di stigmatizzazione dei luoghi legati alle mappe, per cui le accompagniamo sempre con relazioni, spiegazioni e proposte concrete. Per noi, la mappa non è solo una rappresentazione statica; è uno strumento di analisi e trasformazione. Un altro aspetto fondamentale dei nostri strumenti è la capacità di realizzare report qualitativi che incorporano una prospettiva femminista e intersezionale. Questo significa che non solo analizziamo gli spazi in termini fisici, ma consideriamo anche come interagiscono fattori come il genere, la classe, l’età, la provenienza e le condizioni fisiche nell’esperienza dei territori.
Oltre a fornire una diagnosi, le marchas permettono di riappropriarsi collettivamente di spazi spesso caratterizzati da dinamiche di esclusione o violenza.
Questi report si sono rivelati fondamentali per proporre cambiamenti in ambiti quali la mobilità, i servizi, gli spazi pubblici e la sicurezza. Per esempio, abbiamo lavorato su progetti che integrano misure come le fermate degli autobus a richiesta, il miglioramento dell’illuminazione nei parchi e l’integrazione di indici di genere in gare d’appalto pubbliche.
Una delle caratteristiche che distingue il nostro lavoro è la flessibilità metodologica: sebbene contiamo su una base solida di strumenti, ogni progetto richiede un adattamento specifico. Ciò ci permette di lavorare in contesti molto diversi, dalle grandi città ai piccoli municipi rurali, sempre rispettando le necessità e le particolarità di ogni luogo. Per esempio, quando lavoriamo con comunità locali, cerchiamo modi per facilitare la loro partecipazione, adattandoci ai loro tempi, linguaggi e risorse. Si può spaziare da piccoli workshop a processi più lunghi, come quelli legati all’abitare collaborativo o alla mobilità sostenibile.
Oltre a lavorare direttamente con le comunità, abbiamo sviluppato strumenti utili a far sì che la voce delle comunità influenzi le politiche pubbliche, mediante processi partecipativi, pubblicazioni e report che non solo generano sapere, ma cercano anche di trasformare le dinamiche istituzionali. Questa mediazione tra la comunità e il livello istituzionale è uno dei nostri maggiori successi. Un esempio di ciò è la collaborazione con le amministrazioni pubbliche per includere la prospettiva di genere nei progetti urbani. In alcuni casi, ciò ha permesso di modificare i piani urbanistici, progettare criteri per le gare d’appalto o formare funzionari e funzionarie sulle questioni di genere. Abbiamo anche avuto un impatto sulla creazione di protocolli e misure specifiche, come la progettazione di spazi più sicuri e accessibili per tutte le persone.
Tutti questi strumenti sono orientati verso un obiettivo comune: generare trasformazioni, tanto a livello individuale che collettivo, dalla vita quotidiana fino alle politiche pubbliche. Siamo consapevoli che molte delle nostre proposte hanno un impatto non immediato, ma crediamo fermamente nella pianificazione a lungo termine. Il nostro lavoro non si misura solo mediante risultati tangibili, come una piazza riqualificata o un piano approvato, ma anche con i cambiamenti di mentalità e nei modi di fare, sia nelle istituzioni che nelle persone. Per questo, rivendichiamo il valore delle metodologie femministe come sapere specializzato: cambiare le dinamiche dei territori e delle società non è solo una questione tecnica, è anche un tema politico, che richiede compromesso, esperienza e sguardo critico.