Giovedì 23 luglio 2020
Non serve un nuovo Mondo per salvarci, ma un nuovo popolo
La deriva verso un mondo diminuito
Scritto da:
Deborah Danowski
,
Eduardo Viveiros de Castro
Ogni settimana in collaborazione con la casa editrice nottetempo, cheFare pubblica una serie di interventi di filosofi, antropologi sul mondo naturale. Dopo mesi di reclusione forse è il caso di provare a capire che mondo abitiamo e soprattutto imparare a conoscerlo meglio. Oggi pubblichiamo un estratto dal saggio Esiste un mondo a venire? di Deborah Danowski e Eduardo Viveiros de Castro
Un topos che si ripete con curiosa frequenza nei discorsi sulla crisi ambientale, sia tra coloro che riflettono sui possibili percorsi per affrontare la catastrofe che è già tra noi, sia tra quelli che credono nell’entusiasmo imminente di un nuovo stadio ontologico (gli accelerazionisti di sinistra e di destra), sia infine tra gli adepti del business as usual e del “drill, baby, drill”, è che “la storia non cammina a ritroso”, che “non si può tornare all’Età della Pietra” (o al Medio Evo, al tempo di Adamo ecc.). Come mai in tanti, da una parte e dall’altra (e dall’altra ancora), sembrano essere d’accordo su questo punto: “non si può tornare indietro”? Poiché qui non si sta parlando della palpitante questione fisica che riguarda il senso della “freccia del tempo”, dato che evidentemente non possiamo tornare indietro cronologicamente – perlomeno secondo la vulgata ontologica in vigore, che non abbiamo motivo di confutare in questo contesto –, occorre domandarsi che cosa ci sia di non evidente in questa frase così spesso ripetuta: cos’è che la rende così attraente o, piuttosto, cosa ci sarebbe di così scioccante nel mettere in dubbio la sua pertinenza? Ogni giorno che passa, vediamo confermarsi l’impressione che stiamo già vivendo, e che vivremo sempre di più, in un mondo radicalmente diminuito. Come sostenevamo in precedenza, è molto probabile che la riduzione di scala delle nostre pretese e ambizioni presto non sarà più solamente un’opzione.
Un topos che si ripete con curiosa frequenza nei discorsi sulla crisi ambientale, sia tra coloro che riflettono sui possibili percorsi per affrontare la catastrofe che è già tra noi, sia tra quelli che credono nell’entusiasmo imminente di un nuovo stadio ontologico (gli accelerazionisti di sinistra e di destra), sia infine tra gli adepti del business as usual e del “drill, baby, drill”, è che “la storia non cammina a ritroso”, che “non si può tornare all’Età della Pietra” (o al Medio Evo, al tempo di Adamo ecc.). Come mai in tanti, da una parte e dall’altra (e dall’altra ancora), sembrano essere d’accordo su questo punto: “non si può tornare indietro”? Poiché qui non si sta parlando della palpitante questione fisica che riguarda il senso della “freccia del tempo”, dato che evidentemente non possiamo tornare indietro cronologicamente – perlomeno secondo la vulgata ontologica in vigore, che non abbiamo motivo di confutare in questo contesto –, occorre domandarsi che cosa ci sia di non evidente in questa frase così spesso ripetuta: cos’è che la rende così attraente o, piuttosto, cosa ci sarebbe di così scioccante nel mettere in dubbio la sua pertinenza? Ogni giorno che passa, vediamo confermarsi l’impressione che stiamo già vivendo, e che vivremo sempre di più, in un mondo radicalmente diminuito. Come sostenevamo in precedenza, è molto probabile che la riduzione di scala delle nostre pretese e ambizioni presto non sarà più solamente un’opzione.