Pubblichiamo un estratto del libro L'urbano e il digitale, edito da ilSaggiatore, a cura di Marianna d’Ovidio e Alessandro Gandini, con la postfazione di Bertram Niessen. Ringraziamo l'editore per la gentile concessione.
Le piattaforme e la città: una nuova relazione
Come spiegano John Boy e Justus Uitermark¹, nel processo di piattaformizzazione della cultura abbiamo assistito anche a una ridefinizione delle modalità di rappresentazione della città entro – e attraverso – le piattaforme. Da un lato, questo ha ampliato il numero di persone in grado di produrre e accedere a rappresentazioni della città, favorendo così la diffusione di immaginari urbani nuovi, non strettamente vincolati a logiche top‑down. Instagram, in particolare, ha giocato un ruolo chiave in questo processo, grazie alla popolarizzazione di rappresentazioni multimodali caratterizzate, almeno inizialmente, da un marcato stile retrò in grado di beautificare luoghi e oggetti. Un esempio significativo e ante litteram di questa dinamica emerge dall’analisi esplorativa condotta, su Instagram, dal Centro Studi Etnografia Digitale dell’Università di Milano nel 2013. L’indagine, che riguarda 126 immagini e 683 hashtag di Quarto Oggiaro, alla periferia di Milano, ha mostrato come il macrodiscorso legato al quartiere espresso attraverso queste immagini risultasse molto differente dalle rappresentazioni (stereotipate) che ci si poteva attendere. Se l’immaginario (all’epoca) associato a Quarto Oggiaro era quello di un quartiere con problematiche sociali forti, ed era quindi lecito aspettarsi riferimenti espliciti a tematiche come degrado e criminalità, questa ricerca evidenzia al contrario una quasi totale assenza di riferimenti a questi temi, nell’uno e nell’altro senso. Infatti, la maggior parte delle immagini analizzate riproducono scenari legati alla natura e presentano un immaginario fortemente caratterizzato dal verde urbano e dall’associazionismo di quartiere – combinato a forme di espressione giovanile di tipo subculturale, in particolare in relazione alla musica hip hop.²
È chiaro, quindi, che le forme di produzione culturale legate alla città e le sue rappresentazioni vengono a essere rimediate dalle piattaforme digitali. Al contempo, la città, inscritta nella piattaforma, diventa uno spazio nello spazio, contenitore e aggregatore di forme originali di produzione culturale dentro – e a proposito di – se stessa. Questo legame ha portato numerosi studiosi a interpretare le dinamiche di trasformazione di molte città cinesi col termine «wanghong economy» che si riferisce, in questo caso, alla riqualificazione di interi quartieri o città con esplicito riferimento a canoni estetici e strutture simboliche che meglio di altre si adattano alle rappresentazioni sui social media.³ Lo spazio urbano diventa quindi un prodotto della sua futura rappresentazione online, rendendo ancora più complesse quelle dinamiche di rappresentazione e reputazione territoriale che sono state presentate nella sezione precedente. Ancora John Boy e Justus Uitermark⁴ mostrano come esista una reciprocità osmotica di queste rappresentazioni: dalla città allo spazio digitale e viceversa; il caso che prendono ad esempio nel loro studio è quello delle insegne di alcuni negozi di alimentari di Amsterdam che, provando a riprodurre le estetiche di Instagram, hanno innescato un circolo virtuoso che li ha resi nuovamente attraenti e desiderabili. Tuttavia, queste rappresentazioni sono caratterizzate alla base da un processo di autoselezione di cui sono protagonisti, di fatto, un numero ristretto di produttori culturali, capaci di mobilitare in maniera efficace alcune risorse specifiche: competenze digitali in primis, ma anche un certo tipo di capitale culturale ed economico, che riproduce una serie di logiche esclusive tipiche della produzione culturale pre‑piattaforme. Esempio di questo è la relazione tra piattaforme e processi di gentrificazione, attraverso cui il carattere di alcune aree urbane si modifica (anche) a causa di un cambiamento nella percezione delle stesse, che grazie a queste rappresentazioni sono identificate come attrattive per le persone e i capitali.
L’indagine, che riguarda 126 immagini e 683 hashtag di Quarto Oggiaro, alla periferia di Milano, ha mostrato come il macrodiscorso legato al quartiere espresso attraverso queste immagini risultasse molto differente dalle rappresentazioni (stereotipate) che ci si poteva attendere
Le piattaforme, dunque, contribuiscono attivamente a questo processo, offrendo strumenti di risignificazione che consentono di produrre rappresentazioni le quali, a loro volta, hanno un impatto sul tessuto urbano, il suo aspetto e la sua composizione sociale. Jansson⁵ definisce in questo senso le piattaforme come dei «geomedia»: rendono cittadini e consumatori (alcuni più di altri) sempre più coinvolti nella rappresentazione spaziale e nella classificazione culturale di luoghi e quartieri, modellando le aspettative delle persone verso gli stessi. Si pensi per esempio al ruolo che le recensioni e i sistemi di rating su piattaforme come TripAdvisor o Airbnb hanno rispetto ai diversi luoghi e al loro sviluppo in termini turistici o abitativi. È necessario, allora, considerare le piattaforme digitali alla stregua di nuove istituzioni culturali, con logiche di funzionamento peculiari che portano con sé alcuni elementi di innovazione e altri di significativa contraddizione. Sono strumenti essenziali per gli operatori culturali oggi, dentro e fuori la città, per la produzione, la distribuzione e la promozione di contenuti. Nei capitoli che seguono vedremo come possono essere molto efficaci per contribuire a mantenere vive (o costruire ex novo) forme di interazione comunitaria attorno alla produzione culturale analoghe a quelle che abitano la città. Tuttavia, le piattaforme essendo anche (se non soprattutto) strumenti di promozione (e autopromozione) culturale rischiano di riprodurre forme di socialità «contingente», analoghe alle modalità attraverso cui le cultural commodities circolano al loro interno, caratterizzate quindi da relazioni deboli, che tendono a coalizzarsi e successivamente disaggregarsi con grande rapidità. In questo snodo, i produttori culturali devono adattarsi continuamente alle logiche della piattaforma, spesso in assenza di informazioni chiave rispetto al loro funzionamento, facilitando così la produzione di nuove disuguaglianze e contraddizioni.
Il digitale si fa fisico e lo spazio si digitalizza?
Sempre più i processi che attraversano le nostre vite sono un confluire di forze che prendono forma nello spazio fisico e, al contempo, in quello digitale. La produzione culturale è chiaramente uno di questi processi e la ricerca Streaming Culture, presentata in questo libro, ha indagato esattamente in che modo i due spazi confluiscono in un momento eccezionale nella storia, ovvero quando ci è stata preclusa gran parte dell’esperienza nello spazio fisico, confinato a quello domestico a causa dei lockdown imposti per arginare la pandemia da Covid‑19. Musei, teatri e altre istituzioni culturali hanno dovuto adattarsi rapidamente al contesto pandemico, sperimentando nuove modalità di produzione culturale che integrano spazio fisico e digitale. Le chiusure iniziali hanno ridotto la produzione culturale, ma hanno anche stimolato un aumento significativo del coinvolgimento del pubblico, grazie al maggior tempo libero e alla necessità di svago durante il lockdown. Durante il periodo pandemico lo spazio digitale è stato utilizzato dai produttori di cultura per ampliare il pubblico da un lato e consolidare i rapporti con le comunità territoriali dall’altro. Questo ha un esito su chi oggi consuma e produce cultura: si è allargato il pubblico di molte istituzioni che, dopo aver visitato virtualmente le sale di musei e gallerie, è più propenso a recarsi fisicamente in quei luoghi e visitarne gli spazi. Inoltre, le comunità territoriali hanno condiviso esperienze drammatiche e intense durante la pandemia proprio grazie allo spazio digitale che è stato l’unico accessibile e aperto allo scambio e alla partecipazione. Nel campo dell’educazione e dell’istruzione, in un momento in cui studentesse e studenti non hanno potuto condividere aule, cortili, corridoi, grazie al lavoro di molte istituzioni culturali si è messo a disposizione uno spazio digitale di formazione, informazione, educazione e svago all’interno di musei, gallerie, centri culturali virtuali; tutti soggetti che hanno giocato un ruolo cruciale durante la pandemia supportando anche la didattica a distanza e offrendo materiali e progetti educativi online. Questa produzione ha lasciato un’eredità duratura, con archivi digitali accessibili anche oggi, promuovendo nuove forme di edutainment e apprendimento permanente. Anche se tutto è tornato alla «normalità», nei capitoli che seguono vedremo come queste chiusure forzate abbiano accelerato una riconfigurazione del modo di intendere, produrre e consumare cultura nella società.
Note
¹ J.D. Boy, J. Uitermark, On Display: Instagram, the Self, and the City, Oxford University Press, Oxford 2023.
² A. Caliandro, «#QuartoOggiaro: un’etnografia digitale su Instagram», 24 giugno 2013, disponibile al link: https://web.archive.org/web/20130630034347 https://www.etnografiadigitale.it/2013/06/quartooggiaro‑unetnografia‑digitale‑su‑instagram/
³ L. Cao, «From Online to Onsite: Wanghong Economy as the New Engine Driving China’s Urban Development», in Environment and Planning A: Economy and Space, 2024, vol. 56, n. 4, pp. 1061‑1076.
⁴ Boy, Uitermark, On Display, cit.
⁵ A. Jansson, «The Mutual Shaping of Geomedia and Gentrification: The Case of Alternative Tourism Apps», in Communication and the Public, 2019, vol. 4, n. 2, pp. 166‑181.