Questo articolo fa parte del terzo numero de laRivista, la pubblicazione monografica di cheFare, dedicato alla rigenerazione urbana. Un fenomeno che assume significati diversi a seconda degli attori coinvolti e che si confronta con la crisi dell’abitare, l’overtourism, la gentrificazione, la finanziarizzazione urbana e l’aumento delle disuguaglianze. Un processo che può essere compreso solo a partire dal diritto alla città. Puoi leggere qui gli altri articoli del numero monografico.
Ariosto, nell’Orlando Furioso, racconta del castello del mago Atlante, luogo di vana apparenza dalle mura lucide come acciaio e corridoi d’avorio. Chiunque, varcata la sua soglia, è destinato a inseguire un’ombra che somiglia a ciò che più ama: un riverbero incessante dei desideri degli ospiti, convinti che tra quelle mura splendenti possano finalmente trovare la pace. I cavalieri errano senza sosta, senza accorgersi che la bellezza del castello è l’architettura stessa dell’inganno.
C’è una forma di crudeltà sottile nel costruire un simulacro che ricalca esattamente ciò che l’altro desidera, solo per svuotarlo della sua realtà. Non occorre scomodare la malvagità per descrivere chi inganna chi desidera; basta l’implacabile cinismo di chi ha compreso che la speranza è la risorsa più facile da manipolare.
Oggi, alla luce di oltre vent’anni di pratica, appare evidente che molti dei processi di rigenerazione urbana ereditano l’arte magica di Atlante. Si presentano come il palazzo d’illusioni della contemporaneità, dove la parola "comunità" viene consumata fino a toglierne il senso, per diventare un’ombra seducente che inseguiamo mentre interi quartieri vengono svuotati della loro sostanza e del diritto di abitare. Viviamo una stagione in cui la cura dello spazio è la maschera di bellezza di forme di saccheggio invisibili.
L’entusiasmo per l’innovazione, che ha alimentato le nostre sperimentazioni, ci illude di poter generare valore sociale, ma la realtà del presente ci restituisce un’immagine speculare e crudele. In questo scenario il rischio si fa prassi: il "valore sociale" prodotto dal basso viene immediatamente catturato dalla rendita urbana. Le associazioni, i collettivi e i presidi culturali curano il territorio e ne riparano i legami, ma nel farlo lo rendono appetibile al mercato. Involontariamente, preparano il terreno agli stessi attori che, un attimo dopo, espellono gli abitanti e le associazioni stesse, incassando i profitti di una bonifica sociale travestita da bene comune.
Queste dinamiche rinnovano le tecniche, ma gli obiettivi di trasformare la città in una "macchina della crescita" permangono: una struttura dominata dalla tecnocrazia di coalizioni di interessi che condividono come unico obiettivo il negozio del suolo. È una macchina che non ha più bisogno di mostrare il volto brutale del costruttore spietato con gli occhiali d’oro; possiede ora ingranaggi sofisticati e sottili, che manifestano la propria voracità attraverso l’illusione di false visioni in 3D leccate di smalto, specchio di un cantiere di sogni preconfezionati.
Il "valore sociale" prodotto dal basso viene immediatamente catturato dalla rendita urbana. Le associazioni, i collettivi e i presidi culturali curano il territorio e ne riparano i legami, ma nel farlo lo rendono appetibile al mercato
In questo scenario, l’urbanistica tattica si rivela come il dispositivo di seduzione più raffinato. Si presenta sotto le spoglie di una democrazia dello spazio, fatta di vernice colorata per un asfalto che diventa canvas. È l’urbanistica del "mentre", del provvisorio che spaccia partecipazione. Una pattuglia acrobatica della rendita: arriva, colora, crea un’immagine instagrammabile e, non appena il valore simbolico del luogo è salito, si ritira lasciando spazio alla fanteria del plusvalore. È un’estetica della distrazione. Mentre ci si interroga sul colore di una piazza o sul posizionamento di una rastrelliera, la "macchina della crescita" procede indisturbata alla ridefinizione dei canoni d’affitto. Aiutate chi ancora vede l’urbanistica tattica come la cura. Con i grafismi i quartieri non guariscono, sono anestetico del conflitto politico per il diritto alla città. In questo gioco di prestigio, la vernice fresca serve a coprire le crepe di un sistema abitativo che crolla, rendendo lo sgombero e l’espulsione atti esteticamente accettabili, persino "cool".
All’orizzonte emergono rischi ancora più subdoli e intelligentemente spietati. Tra questi l’impeto crescente alla forestazione urbana come cura universale. Non si tratta di essere contro la rinaturalizzazione ma di riconoscere quando l’alibi ambientale diventa un’entità neutrale calata dall’alto per guarire ferite sociali "per semplice contatto". È un'illusione tossica che agisce come un solvente sulle specificità: risolve l’isola di calore climatica, ma ignora deliberatamente il calore sociale. Stende un tappeto di decoro biologico che, anche qui, prepara il terreno all'espulsione.
Si manifesta un'ossessione per una natura imbalsamata, una sorta di tassidermia urbana dove l’ambiente naturale non è un organismo vivo che cresce con il quartiere, ma ostaggio, dentro vasche di cemento fotocatalitico, simulacro di una biodiversità da diorama. Abitare non è occupare uno spazio circondati da piante ornamentali; è un processo attivo, un "intreccio" di fili e relazioni evolutive.
La deriva si completa nell’estrema linea di difesa degli incantesimi digitali della tecno-cura: ulteriori dispositivi illusori di risoluzione della complessità dei conflitti urbani. Protesi cognitive per città che hanno perso la capacità di ascoltarsi, dispositivi che traducono il conflitto in dato, il grido in statistica, l’imprevisto in errore di sistema. Secondo questo approccio ingegneristico, delegato a sensori e algoritmi si tende a "ottimizzare" la vita. È la visione della città che smette di essere un organismo politico per diventare una periferica da liberare da possibili infezioni.
La messa in scena grottesca di una corte di miracoli tecnologici: gestioni smart dell’illuminazione pubblica capaci di dosare il buio, sensori della luce naturale che interrogano il cielo, albedo di asfalti che riflettono il sole, superfici autorigeneranti capaci di curare le proprie cicatrici chimiche, fondi drenanti ultra-performanti che bevono l’acqua piovana come spugne minerali, panchine e tavoli intelligenti, altari della connessione globale con ricarica wireless.
Una pattuglia acrobatica della rendita: arriva, colora, crea un’immagine instagrammabile e, non appena il valore simbolico del luogo è salito, si ritira lasciando spazio alla fanteria del plusvalore
Un catalogo di design del decoro solipsista che brilla di luce propria in spazi pubblici senza più pubblico, presidi digitali di un deserto relazionale dove la tecnologia non serve a connettere le persone, ma a certificare l'avvenuta bonifica dell'umano. La tecno-cura di per sé è una forma di cecità programmata. Mentre monitora l’efficienza dei flussi e il movimento dei corpi, ignora sistematicamente l'anima del quartiere e ne ignora i bisogni di permanenza. È un approccio che tratta l'abitante non come il protagonista di un "intreccio" di relazioni, ma come una variabile da processare, un utente la cui sola funzione è generare dati per alimentare una macchina che non sa nulla della povertà, dello sradicamento o della solitudine.
Affidarsi alla tecno-cura significa rinunciare all'architettura come mediazione umana per consegnarsi a un paternalismo digitale: una gestione algoritmica che, dietro la maschera dell'efficienza, cristallizza le disuguaglianze e anestetizza ogni possibile dissenso sotto la coltre di una manutenzione impeccabile e invisibile. Se la città diventa solo una macchina da ottimizzare, l’abitare scompare, sostituito da una permanenza controllata in un ambiente che ci riconosce come consumatori di spazio, ma mai come interpreti di un radicamento.
A questo scenario di sterilizzazione algoritmica, c’è chi suggerisce i criteri di un’urbanistica istologica. Se la tecno-cura disinfetta, l’istologia coltiva, riammaglia i tessuti lacerati. Riconosce che la città non è un ingranaggio inerte da lubrificare di illusioni, ma un corpo vivo che porta i segni del tempo e del conflitto. Secondo un approccio istologico, l’urbanistica non progetta scenografie dell’esclusione, ma si prende cura della permanenza, subordina l'ottimizzazione dei flussi alla densità delle relazioni. Abitare è farsi nodo in un intreccio collettivo che si insinua nelle pieghe del già costruito e opera come una scienza delle membrane permeabili. Riconosce nell’architettura una terza pelle sensibile, una soglia necessaria che deve tornare a essere porosa per permettere lo scambio tra l'interiorità dell'uomo e la complessità della strada.
Dopo oltre un secolo di violenza arrecata alla città e al paesaggio, dobbiamo riconoscere l’urgenza di ritrovare le forme per radicare nuovamente il costruire negli ecosistemi e nelle culture locali. Affermare in maniera definitiva i valori sostanziali dell’abitare rispetto all'estetica della superficie. Operare secondo un punto di vista istologico può insegnarci a guardare agli spazi non ancora codificati come a tessuti staminali: interstizi urbani privi di una stabilità funzionale fissa, cellule aperte e indifferenziate che conservano la capacità di trasformarsi in una riserva di libertà per il quartiere. Questi luoghi generativi, in cui la città può ancora evolversi, rappresentano il margine entro il quale è possibile una rinegoziazione permanente tra l'abitante, le istituzioni e lo spazio.
Se la città diventa solo una macchina da ottimizzare, l’abitare scompare, sostituito da una permanenza controllata in un ambiente che ci riconosce come consumatori di spazio, ma mai come interpreti di un radicamento
In questi ambiti, la pratica non è la sostituzione, ma il riuso adattivo, un processo che rispetta i tempi lunghi e il tempo biologico della comunità. Le pratiche istologiche sono per natura incrementali: piccoli passi che permettono di correggere l'errore, ciò che serve per dare vita a un confronto partecipato reale, dove l'incompiutezza programmata diventa un valore. La rigenerazione, infatti, muore nel momento stesso in cui il progetto viene consegnato come "finito", sigillato da una perfezione che non ammette repliche.
La chiave di questi possibili percorsi di sperimentazione è la conquista politica di margini di autodeterminazione da parte dei cittadini e delle comunità. Ricercare occasioni che richiedono una manutenzione umana costante di cantieri di senso aperto, capaci di produrre una consapevolezza collettiva che trasforma un bisogno privato nel desiderio di affermare, attraverso l’opera nello spazio pubblico, l’urgenza di una questione politica e quindi pubblica.
In questo spazio di negoziazione prende forma il grado di emancipazione abilitante: il progetto, in questo modo, diventa l'espressione di una collettività composta da individualità autonome decise a "fare società" per generare un senso comune dell'intenzione. Occasioni in cui il ruolo dell'urbanista e del mediatore-curatore muta radicalmente, per diventare interpreti della garanzia che la città resti un’opera aperta: un organismo capace di curare le proprie ferite attraverso un diritto all'uso e il disegno di forme di protocollo a protezione dello spazio pubblico dalle logiche della privatizzazione, a vantaggio dei cittadini, proprietari morali dei luoghi in cui vivono.
Foto di copertina di Maurizio Cilli, il tavolo di committenza del giardino di Via Lorenzo Perosi e Pietro Mascagni, progetto finanziato nel 2023 dalla Consulta di Torino con il contributo di Lavazza Group e Reale Foundation