Questo testo è stato scritto per rispondere a una raccolta di contributi lanciata dal Leoncavallo di Milano sull'idea di improprietà, con l'obiettivo di alimentare il dibattito sull’uso collettivo di spazi e aree urbane, un uso legato al possesso ma non alle logiche di proprietà e del privato. A questo link i primi contenuti pubblicati.
Per capire la traiettoria possibile del Leoncavallo e di altri centri sociali italiani nella seconda metà degli anni ’20 c’è bisogno innanzitutto di tracciare un quadro storico complessivo che metta in relazione i movimenti sociali, le trasformazioni della città e quelle del capitale finanziario.
Questo testo prova a costruire una cornice di analisi guardando ad alcune grandi trasformazioni globali ed europee, urbane e non. Il testo parte da una lettura del mutato rapporto tra capitale finanziario, città e movimenti sociali; procede con una veloce rassegna dell’inasprimento giuridico per le occupazioni di immobili su scala europea; prende in considerazione alcune delle principali forme di regolarizzazione degli spazi sociali utilizzate in Italia e in Europa; riflette su alcune condizioni abilitanti per trasformazioni di questo tipo.
Centri sociali, capitale finanziario e città
I centri sociali sono nati quando ha iniziato a sbriciolarsi il modello fordista di città e di società. L’esodo lento e inesorabile della produzione industriale fuori dall’occidente ha lasciato le città europee piene di crepe, buchi e vuoti. Vuoti sociali, innanzitutto, attorno ai quali si sono articolati i conflitti tra capitale e lavoro, tra valore d’uso e valore di scambio, tra città dei flussi e città dei luoghi. E vuoti economici, poi, che hanno visto il peso del capitalismo finanziario rispetto al valore globale complessivo passare da pochi punti percentuali all’inizio degli anni ’70 a una cifra probabilmente superiore di 10 volte al PIL mondiale.
Questo vuol dire che alla fine degli anni’70 le città europee – le grandi città e le metropoli, in particolare - si sono riempite progressivamente di spazi vuoti, lasciati dalle fabbriche, dalle officine medie e piccole, dalle loro infrastrutture di servizio. Le governance locali hanno iniziato ad interessarsi di questi vuoti tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90; utilizzando le lenti interpretative del geografo David Harvey, possiamo dire che questo interesse si è strutturato lungo almeno due assi.
Il primo è quello della competizione interurbana. Nella logica del capitalismo urbano tradizionale, le città agivano in un’ottica di “urban managerialism” (amministrazione urbana di risorse accumulate e redistribuite dallo stato centrale). Nella riorganizzazione post-fordista, le governance urbane hanno iniziato ad agire secondo un approccio orientato all’ “urban entrepreneurialism” (organizzazione imprenditoriale degli asset urbani, in un’ottica di competizione tra città) (Harvey 1989).
Il secondo è quello del circuito secondario del capitale: quando il circuito primario del capitale (la produzione di merci) va in crisi di sovrapproduzione, questo si sposta nell'ambiente costruito. In questo senso, l'investimento immobiliare agisce come uno "spatial-temporal fix": una soluzione geografica che differisce nel tempo la svalutazione del capitale attraverso infrastrutture fisiche a lungo termine (Harvey 1981; Jessop 2006).
Negli anni Ottanta, i centri sociali occuparono il vuoto spazio-temporale tra la dismissione industriale e la nuova valorizzazione, impedendo il “fix” (la riparazione ad opera del capitale). Questo fenomeno – letto internamente come passaggio dei conflitti dalla fabbrica alla città - consentì lo sviluppo di movimenti sociali di tipo peculiare. Da un lato, permise la continuazione di una parte della memoria storica degli anni ’60 e ’70, articolando le mutazioni dell’autonomia (Moroni, 1989). Dall’altro, rese possibile la sperimentazione di nuove forme controculturali, che iniziarono progressivamente a convergere verso le occupazioni.
Nella riorganizzazione post-fordista, le governance urbane hanno iniziato ad agire secondo un approccio orientato all’ “urban entrepreneurialism” (organizzazione imprenditoriale degli asset urbani)
Negli anni ’90 molte città europee – come Londra, Manchester, Rotterdam, Barcellona, Bilbao, Lione - iniziarono a fornire piattaforme per lo “spatial-temporal fix”, puntando a conquistare ruoli egemonici nella competizione tra città. Furono i primi contesti di sperimentazione dei grandi piani di rigenerazione urbana, che nella loro gradualità e lentezza consentirono per lungo tempo la convivenza di piani diversi. Da un lato, tentativi di reinventare i vuoti urbani secondo i paradigmi del capitalismo avanzato: prima parchi tecnologici e business centers, poi incubatori e acceleratori. Dall’altro, interi cicli di sperimentazioni dei movimenti sociali in risposta alle contraddizioni di quello stesso sistema: gli hacklab come luoghi di produzione sociale di conoscenza, l’autoreddito, l’autorganizzazione sindacale di base come risposta al precariato, le ciclofficine come spazi di autoproduzione per la mobilità sostenibile e il diritto alla città, etc.
In alcune città europee questa convivenza andò avanti più a lungo. Come nel caso di Berlino, che dopo la riunificazione offrì una distesa sterminata di edifici industriali vuoti e palazzi la cui struttura di proprietà risultava imperscrutabile dopo due dittature pluridecennali e una guerra mondiale. Alle occupazioni “storiche” degli anni ’70 e ’80 andarono ad aggiungersi quelle nuove degli anni ’90, protraendo la condizione di eccezionalità berlinese per buona parte degli anni 2000. Anche in Italia i tempi della relazione tra patrimonio immobiliare lasciato incustodito della deindustrializzazione e pratiche dei movimenti sociali sono stati diversi rispetto al resto d’Europa. I primi grandi processi di rigenerazione urbana sono iniziati molto dopo: il Progetto Speciale Periferie di Torino è del 1997, mentre la maggior parte delle grandi trasformazioni architettoniche e urbanistiche di Milano furono avviate dopo la metà degli anni 2000. Questo prolungamento eccezionale è dovuto soprattutto alla crisi politica, economica e istituzionale portata da Mani Pulite e dalla nascita della Seconda Repubblica (Niessen 2009).
Nel frattempo, nel corso degli anni 2000, il capitalismo ha iniziato ad applicare su scala globale le strategie sperimentate su base nazionale nei decenni precedenti con l’evolversi del neoliberismo. Uno dei meccanismi principali di accumulazione e permutazione di valore finanziario è divenuta l’espropriazione e cartolarizzazione dei beni pubblici e comuni (acqua, suolo, immobili, conoscenza, dati, infrastrutture, etc.) in una nuova ondata di enclosures in cui il valore viene “recintato” su scala globale e immesso nei circuiti globali della finanza (Vasudevan et al. 2008).
I 4 Cavalieri dell’apocalisse urbana
La finanziarizzazione delle città ha portato allo sviluppo di quelli che possiamo chiamare “i 4 Cavalieri dell’apocalisse urbana”: turistificazione, gentrificazione, platformization, desertificazione commerciale.
La turistificazione è un fenomeno particolarmente evidente in Italia: città fino a poco tempo prima considerate non interessanti, secondarie o troppo pericolose (da Milano a Palermo, passando per Bologna e Napoli) hanno visto negli ultimi 10 anni una radicale riorganizzazione dei propri sistemi spaziali, economici e sociali a partire da un incremento fino a poco prima inimmaginabile dei flussi turistici.
Negli anni ’90 molte città europee iniziarono a fornire piattaforme per lo “spatial-temporal fix”, puntando a conquistare ruoli egemonici nella competizione tra città. Furono i primi contesti di sperimentazione dei piani di rigenerazione urbana
La gentrificazione è un meccanismo complesso, attivo da lunghissimo tempo, che ha però visto un’accelerazione impressionante negli ultimi due decenni, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, per arrivare poi in paesi come l’Italia. Il funzionamento di base è noto: nei quartieri che hanno accumulato un capitale simbolico particolare (qualificandoli come “creativi”, “autentici”, “alternativi”) anche grazie al basso costo degli immobili, alla presenza di occupazioni e a situazioni “grigie”, inizia un processo di acquisto da parte di ceti abbienti e grandi operatori economici che espelle progressivamente i vecchi abitanti a favore dei nuovi. Fatalmente, i gruppi sociali che producono il capitale simbolico incorporato nella materialità dei quartieri sono quelli potenzialmente più vicini ai movimenti sociali, o addirittura al loro interno: migranti, artisti undergound, studenti poveri, attivisti, militanti.
La platformization è il processo per il quale piattaforme di affitto temporaneo (la più nota e influente delle quali è ovviamente Airbnb) estraggono valore dallo spazio fisico, trasformando le abitazioni in merci da affittare in un mercato reso iper-efficiente dagli algoritmi. I soggetti che agiscono questa estrazione sono diversi, dai grandi proprietari che gestiscono decine o centinaia di appartamenti ai piccoli operatori, che gestiscono anche un singolo appartamento (frutto di processi di risparmio familiare e/o di eredità) o singole stanze del proprio appartamento.
La desertificazione commerciale è il risultato incrociato di molte dinamiche diverse, dalla diffusione dell’e-commerce a quella dei centri commerciali, passando per varie congiunture storiche (come la Pandemia). Quello che però è chiaro è che nelle città sottoposte a processi di finanziarizzazione urbana selvaggia i piccoli esercizi commerciali di prossimità (che producono e gestiscono quindi il valore in un’ottica di vicinato) tendono a scomparire sotto la pressione dell’aumento degli affitti e del costo della vita, venendo rimpiazzati da altre tipologie di esercizi che navigano molto più agilmente le economie urbane speculative: i negozi di catena, con il loro effetto di omogeneizzazione esperienziale; la Grande Distribuzione Organizzata; i locali “food and beverage”, che impiegano spesso manodopera precaria e sottopagata e convertono il tessuto urbano in luoghi di consumo per i city-use.
Gli effetti dei 4 Cavalieri dell’Apocalisse Urbana sono molteplici: espulsione dei residenti a basso reddito, privatizzazione degli spazi pubblici, erosione del welfare pubblico, segregazione socio-spaziale. Quello più brutale e più evidente, probabilmente, è la crisi del diritto all’abitare. I costi della casa - divenuta asset finanziario e resa scarsa per gli abitanti a favore dei city user - sono sempre meno accessibili per i salari reali. Mentre il settore pubblico non investe risorse adeguate nell’edilizia popolare, l'abitare si trasforma in un privilegio, che esacerba le disuguaglianze e costringe le fasce meno abbienti della popolazione verso luoghi sempre più distanti e difficili da raggiungere.
La repressione in crescita
È in questa cornice che ha senso guardare come, nel corso dell’ultimo decennio, diversi paesi europei hanno promulgato leggi particolarmente dure contro l’occupazione d’immobili, tutte improntate alla riduzione dei tempi di sgombero, all'inasprimento delle pene e alla tutela della proprietà privata.
In Italia, il DDL Sicurezza ha introdotto nel 2025 il reato di "occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui" (art. 634-bis del Codice Penale), che prevede pene fino a 7 anni e – soprattutto – una procedura d’urgenza per la quale le Forze dell’Ordine possono intervenire in pochi giorni, previa autorizzazione del giudice. In Francia, nel 2023 la legge Kasbarian-Bergé ha triplicato le pene per le occupazioni, ampliando le tipologie di immobili per i quali è previsto uno sgombero amministrativo rapido. La Legge Anti-Okupas spagnola del 2025 consente, in caso di flagranza, uno sfratto espresso, e l’uso del rito abbreviato per le cause civili (con sentenza entro 15 giorni). In generale, in paesi in cui erano state promulgate leggi simili già in precedenza (come i Paesi Bassi e il Regno Unito), l’applicazione si è fatta considerevolmente più rigida.
Nei quartieri che hanno accumulato un capitale simbolico particolare (qualificandoli come “creativi”, “autentici”, “alternativi”) anche grazie al basso costo degli immobili, inizia un processo di acquisto da parte di ceti abbienti e grandi operatori economici che espelle progressivamente i vecchi abitanti
Questa ondata repressiva è da considerarsi alla luce di almeno tre traiettorie. La prima, più ovvia, è il generale spostamento a destra delle società e delle politiche, non solo in Europa. Da questo punto di vista, le occupazioni rappresentano un’inaccettabile frattura all’ordine ideologico costituito. In quanto tale, vanno represse duramente. In secondo luogo, nonostante periodiche nuove vampate, i movimenti sociali di sinistra soffrono in Europa di un riflusso culturale e politico sistemico. Non è un caso che le vampate non riescano a trasformarsi in un movimento istituente (o de-istituente) di lunga durata. E non è un caso, quindi, che le leggi repressive approfittino della mancanza di presidio pubblico sul tema per “colmare” le lacune. Ma più di tutto, questa nuova ondata di leggi contro le occupazioni degli immobili è l’indicatore chiarissimo del cambiamento della natura dell'immobiliare: da bene d'uso a asset finanziario. Per i fondi d’investimento, i grandi proprietari istituzionali, ma anche per la grande massa di medi e piccoli proprietari, l’immobiliare è soprattutto una garanzia per titoli finanziari, un flusso di cassa futuro, una forma di risparmio e investimento familiare. Leggi che rendono lo sgombero veloce e efficace permettono di mantenere gli edifici un asset “liquido”, mantenendone alto il valore di scambio che sarebbe invece compromesso dalla presenza di occupanti. Queste leggi sono anche, indubitabilmente, un esempio di “segnale per i mercati”: chiunque voglia investire nell’immobiliare, dal piccolo risparmiatore al grande fondo internazionale, deve sapere di essere tutelato da un quadro normativo stabile ed efficace.
In alcuni casi, le nuove leggi hanno eliminato o ridotto i requisiti di "uso del bene": non importa se il proprietario non usa l'immobile, il reato è sempre perseguito. Questa scelta protegge la strategia di accumulo di immobili dei grandi investitori, tutelando le scelte speculative di accumulo a discapito di quelle d’uso (Rolnik e Hirschhorn 2019; Aalbers 2016).
Alcune strategie di trasformazione per le occupazioni
Il mutamento del ruolo dell’immobiliare rispetto alla produzione e circolazione globale di valore economico - e l’inasprimento dei quadri giuridici per tutelarlo, in paesi diversi - richiedono nuove riflessioni sul ruolo degli spazi sociali. Non è un caso che negli ultimi decenni si stiano moltiplicando le sperimentazioni di centri sociali, occupazioni abitative e spazi dei movimenti con l’ottica di sottrarsi ai processi di estrazione di valore locale da parte della finanza globale. Vale la pena prendere in considerazione alcuni esempi, tenendo bene a mente che ognuno di questi modelli presenta vantaggi e svantaggi a seconda di come viene applicato e di quali sono le condizioni di contesto.
Il Mietshäuser Syndikat è un modello di proprietà collettiva – diffuso soprattutto in Germania – che ha contribuito a sottrarre gli edifici degli spazi sociali alla speculazione impiegando in modo solidale strumenti finanziari. Attraverso una struttura a responsabilità limitata (una GmbH, equivalente a una S.r.l. italiana), il Syndikat garantisce che gli edifici restino beni comuni non inseribili nel mercato immobiliare. Gli abitanti gestiscono gli spazi in autonomia e pagano affitti calcolati su costi di gestione e mutui. Il Syndikat detiene il 51% dei voti sulle decisioni patrimoniali: se i residenti volessero vendere, il Syndikat potrebbe porre un veto, per mantenere il bene fuori dal mercato. Il fondo del Syndikat si alimenta tramite un contributo incluso negli affitti dei progetti già avviati, che viene reinvestito per finanziare l'acquisto di nuovi edifici (Hölzl 2022).
Più di tutto, questa nuova ondata di leggi contro le occupazioni degli immobili è l’indicatore chiarissimo del cambiamento della natura dell'immobiliare: da bene d'uso a asset finanziario
Il Community Land Trust (CLT, traducibile in Fondo Comunitario del Suolo) è un sistema diffuso in ambito anglosassone da molti decenni, che sta prendendo piede anche in diversi paesi europei. Il meccanismo del CLT separa la proprietà del suolo da quella dell'edificio. Il suolo resta di proprietà del Trust; gli abitanti acquistano solo le mura – a prezzi calmierati – spezzando i meccanismi di speculazione fondiaria. In questo modo, se il valore del terreno sale, il costo della casa resta legato ai redditi reali, garantendo l'accessibilità dell’abitare per le generazioni future e contribuendo a proteggere il quartiere dalla gentrificazione. Tra i casi più noti ci sono: Boston (Dudley Street, dove i terreni abbandonati sono stati acquisiti dal fondo degli abitanti); Londra (London CLT, un fondo nato dalla campagna London Citizens con l’obiettivo di impedire l’allontanamento degli abitanti storici dei quartieri in corso di gentrificazione); Bruxelles (CLTB, un meccanismo che prevede la creazione di alloggi accessibili, in media il 40% più economici rispetto a quelli sul mercato privato) (DeFilippis et al. 2018).
L’azionariato popolare è uno strumento di democrazia economica che si basa su un meccanismo di capitalizzazione diffusa. Attraverso l’emissione di titoli di dimensioni anche molto ridotte, il capitale sociale viene suddiviso su una base molto ampia di soci, con l’obiettivo di impedire la concentrazione di controllo sociale e le scalate speculative. Tutto l’eventuale plusvalore prodotto può essere reinvestito. È il meccanismo scelto dal Collettivo di Fabbrica GKN di Campi Bisenzio per attuare la sua reindustrializzazione dal basso che punta ad una economia di transizione verde. Anche l’associazione francese Terre de Liens utilizza l’azionariato popolare per neutralizzare il peso dell’acquisizione fondiaria per gli agricoltori in fase di insediamento e per proteggere il patrimonio agricolo dalla speculazione finanziaria. Il meccanismo si presta ad essere impiegato in settori anche molto diversi tra loro, dalle società sportive (ne sono un esempio il FC Manchester e il St.Pauli di Amburgo) ai media (la struttura di controllo e gestione di Radio Popolare a Milano ha l’azionariato popolare tra i suoi elementi fondativi) (Baronti 2024).
Il sistema dei Beni Comuni di Napoli mette in atto una rottura giuridica fondamentale tra proprietà formale degli edifici e degli spazi urbani, da un lato, e uso civico da parte degli abitanti, dall’altro. Attraverso una serie di delibere comunali si è sperimentato lungo i confini del diritto amministrativo, riconoscendo alcuni spazi occupati come “Beni comuni ad uso civico e collettivo urbano”, gestiti da assemblee aperte di abitanti (De Tullio 2022).
In alcuni casi, occupazioni abitative hanno iniziato dei percorsi di coprogettazione e legalizzazione triangolandosi con la Pubblica Amministrazione. È il caso di Porto Fluviale a Roma: una storica occupazione è stata sottoposta a un percorso di recupero, con la realizzazione di spazi socio-culturali e di nuove abitazioni di Edilizia Residenziale Pubblica in possesso dei requisiti per l’assegnazione. Il percorso è il risultato di una lunga mediazione tra esponenti del Movimento per il Diritto all'Abitare (che occupa lo stabile dal 2003), il Dipartimento di Architettura di Roma Tre, la Luiss, l'Assessorato all'Urbanistica del Comune di Roma, i vertici dell'Aeronautica Militare (proprietari dell’area) (Careri et al. 2022).
Limiti e potenzialità
Nella loro grande diversità, i casi citati si configurano come processi di legalizzazione di esperienze di illegalità nate nell’alveo dei movimenti sociali, più o meno radicali. È chiaro che nessuno dei meccanismi comporta il mantenimento delle dinamiche conflittuali all’interno delle quali le esperienze sono nate; si tratta, a tutti gli effetti, di processi di istituzionalizzazione che riconducono l’illegalità all’interno di logiche di normalizzazione giuridica. Questo può essere ricondotto a due letture di segno opposto, entrambe sensate e non necessariamente dicotomiche.
Il meccanismo del CLT separa la proprietà del suolo da quella dell'edificio. Il suolo resta di proprietà del Trust; gli abitanti acquistano solo le mura – a prezzi calmierati – spezzando i meccanismi di speculazione fondiaria
Da un lato, la regolarizzazione può essere considerata come una sconfitta: incapaci di sopportare la pressione economica e politica, non in grado di rinnovare il rapporto con la base, le occupazioni sono costrette a inquadrarsi in processi di co-optazione che comportano necessariamente il dialogo con le istituzioni e la perdita della capacità di esercitare funzioni politiche antagoniste.
Dall’altro, la regolarizzazione può essere vista come un successo, secondo la logica per cui le occupazioni sono in grado di rispondere strategicamente alle trasformazioni dei processi di produzione del valore, organizzandosi secondo logiche mutualistiche per fornire spazi e servizi che si distanziano dalle logiche del capitale agli occupanti, al vicinato, ai cittadini (intesi qui in senso lato e non strettamente giuridico).
Una lettura non è necessariamente più “vera” dell’altra. Entrambe vanno prese in considerazione alla luce di una lunga serie di variabili contestuali. Più di tutto contano, ovviamente, i cicli di mobilitazione dei movimenti sociali: se le mobilitazioni sono in una fase di picco, e riescono quindi ad attivare in modo continuativo e articolato grandi numeri di persone e gruppi, ha senso pensare all’istituzionalizzazione come una co-optazione (e quindi un meccanismo a perdere). È importante ricordare, inoltre, che al netto dei cicli generali di mobilitazione singoli spazi possono avere basi ampie e diffuse, in controtendenza rispetto all’andamento generale.
Un’altra dimensione cruciale è quella del rapporto tra il luogo occupato e l’economia urbana. Se l’economia locale sente in modo particolarmente forte la pressione dell’estrattivismo finanziario – ed è quindi interessata da processi di turistificazione, gentrificazione, platformization e desertificazione commerciale – scegliere forme di autorganizzazione che siano anche economiche può voler dire attivare spazi di “contro-spatial-temporal-fix”: luoghi che contrastino il processo di estrazione di valore, radicandolo localmente attraverso processi istituenti.
Un terzo elemento ha a che fare con lo stile di governance urbana adottato dalla città. Da un lato, implica una forte volontà politica da parte della pubblica amministrazione, e una presenza robusta e consapevole – politicamente e culturalmente - di altri attori come le università, il terzo settore e la società civile meno organizzata. Da un altro lato, bisogna ricordare che la volontà non basta: perché processi complessi possano iniziare, continuare negli anni e arrivare a un esito positivo è necessario che vengano attivati meccanismi profondi di apprendimento istituzionale – di tutte le istituzioni coinvolte – e di emersione e formalizzazione dell’intelligenza collettiva.
Se l’economia locale sente la pressione dell’estrattivismo finanziario, scegliere forme di autorganizzazione che siano anche economiche può voler dire attivare spazi di “contro-spatial-temporal-fix”: luoghi che contrastino il processo di estrazione di valore, radicandolo localmente attraverso processi istituenti
È cruciale, inoltre, capire quanto l’occupazione abbia o meno la vocazione di immaginarsi (o re-immaginarsi) in un’ottica neo-mutualistica. È possibile – e sensato – pensare i centri sociali come luoghi che ospitano forme di welfare autorganizzato: spazi abitativi; cliniche legali per migranti; sportelli di resistenza agli sfratti; ambulatori e consultori popolari; Gruppi d’Acquisto Solidale; mense popolari; scuole di italiano per stranieri; doposcuola popolari; spazi per il sindacalismo di base; ciclo-officine, laboratori di riuso, sale prove musicali; hacklab. Pensarsi, in altri termini, come luoghi del comune in cui la cooperazione sociale possa produrre valore, saperi e relazioni autonome, al di fuori del profitto e del mercato (Hardt e Negri 2010; Bookchin 2023).
Non si può concludere un tentativo di riflessione di questo tipo senza prendere in considerazione l’elefante nella stanza. Quali possono essere gli effetti di questo tipo di percorsi di regolarizzazione su altri centri sociali che intendono proseguire nell’occupazione illegale? C’è il rischio che la regolarizzazione di alcuni agisca come un precedente per la delegittimazione e lo sgombero di altri?
Il rischio, almeno in linea di principio, c'è. Come d'altro canto esiste sempre il rischio che spazi che praticano forme di lotta più radicale mettano in pericolo l'esistenza di chi sceglie altre pratiche. Perché - soprattutto in contesti frammentati come quelli degli anni '20, nonostante i segnali incoraggianti del 2025 - non si può pensare a quello delle occupazioni come a un movimento omogeneo e con un coordinamento, in grado di darsi strategie comuni e priorità condivise.
E, allora, la gestione di questo tipo di dinamiche non potrà che essere tutta politica, e non giuridica: avrà a che fare con la capacità degli spazi di divenire luoghi di solidarietà e di cospirazione anche per chi si riconosce in altre dinamiche.
Riferimenti bibliografici
Aalbers, Manuel B. 2016. «The financialization of home and the mortgage market crisis». In The financialization of housing. Routledge.
Arvidsson, Adam. 2020. Changemaker? Il futuro industrioso dell’economia digitale. Luca Sossella Editore.
Baronti, Valentina. 2024. «Se la risposta alla crisi viene dal basso: il caso GKN.» Testimonianze: 557/558, 5/6, 2024, 159–63.
Bookchin, M. 2023. Dall’urbanizzazione alle città. Elèuthera.
Careri, Francesco, Fabrizio Finucci, e Danilo Marinelli. 2022. «Porto Fluviale RecHouse.: Progetto di recupero edilizio e sociale degli ex-Magazzini Taburet a Roma». Revista Estado da Arte 3 (1): 323–29.
De Tullio, Maria Francesca. 2022. «Beni comuni e partecipazione politica. Il caso napoletano». Crítica Urbana. Revista de estudios urbanos y territoriales 5 (24): 25–27.
DeFilippis, James, Brian Stromberg, e Olivia R. Williams. 2018. «W(h)ither the community in community land trusts?» Journal of Urban Affairs 40 (6): 755–69.
Hardt, M., e A. Negri. 2010. Comune: oltre il privato e il pubblico. A cura di A. Pandolfi. Rizzoli.
Harvey, David. 1981. «The spatial fix–Hegel, von Thunen, and Marx». Antipode 13 (3): 1–12.
Hölzl, Corinna. 2022. «Translocal Mobilization of Housing Commons. The Example of the German Mietshäuser Syndikat». Frontiers in Sustainable Cities 4 (marzo).
Jessop, Bob. 2006. «Spatial fixes, temporal fixes and spatio‐temporal fixes». David Harvey: A critical reader, 142–66.
Moroni, Primo. 1989. «Il Leoncavallo». Inventati. Archivio Primo Moroni. https://www.inventati.org/apm/index.php?step=leo.
Niessen, Bertram Maria. 2009. Going Commercial. L’integrazione degli artisti dall’underground al mainstream.
Rolnik, R., e G. Hirschhorn. 2019. Urban Warfare: Housing under the Empire of Finance. Verso Books.
Turner, Bryan S., Hannah Wolf, Gregor Fitzi, e Jürgen Mackert. 2020. Urban Change and Citizenship in Times of Crisis: Volume 3: Figurations of Conflict and Resistance. Routledge.
Vasudevan, Alex, Colin McFarlane, e Alex Jeffrey. 2008. «Spaces of enclosure». Geoforum 39 (5): 1641–46.