Abbiamo chiesto ad autrici e autori – persone vicine al mondo di cheFare – di raccontarci le tre esperienze culturali che hanno profondamente modificato la loro esistenza. Una rubrica che nasce dal desiderio di esplorare i modi in cui la cultura incide sulla vita delle persone.Questo articolo è parte del secondo numero de laRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione.
Avete presente quel genere di articoli fatti a elenco, frivoli e clickbait che girano su Internet, con titoli come “Ecco i cinque libri che ti cambieranno la vita” o “Ecco i cinque film che ti apriranno la mente”? Forse articoli così erano più frequenti fino a qualche anno fa, prima del Covid, quando il mondo caracollava nella sua andatura da sonnambulo, passo dopo passo, facendo finta di non vedere quello che di terribile e violento era già in preparazione, macinando terabyte di contenuti superflui e conducendo un’esistenza, per forza di cose, più spensierata e sbadata di quanto non sia concesso oggi. Ebbene, è un genere di content che non ho mai amato. A partire dal fatto che non ho mai creduto che un libro possa davvero trasformarti la vita. O almeno, non è un’affermazione che mi sentirei di sostenere in modo così perentorio. E poi quegli elenchi mi sono sempre sembrati un trucchetto bugiardo. Però ora ho cambiato idea. Contraddirsi è interessante. Quando CheFare mi ha chiesto di provare a scrivere qualcosa a proposito della cultura e su come la cultura ha influenzato la mia crescita, ho pensato che potesse essere una buona idea usare quel tipico espediente da giornalismo web, l’elenco, per raccontare agli altri qualcosa di me e del mio percorso. E così, ecco le cinque esperienze culturali che hanno cambiato la mia vita.
1) Il calcio giocato per strada
Sono nato e cresciuto nel centro storico di una città di provincia, in Toscana. Ho trascorso tutta la mia infanzia per strada e nelle piazze, correndo, sudando, gridando a squarciagola i nomi dei miei amici e tirando calci a un pallone. Questa esperienza ha aumentato la mia confidenza con tutto ciò che non erano le mura di casa, mi ha fatto innamorare delle piazze e dei luoghi aperti, specialmente quelli vissuti da persone diverse, per ceto, estrazione, anagrafe. Ha radicato in me da una parte la convinzione che le città appartengono a chi le vive e dall’altra l’insofferenza verso forme di socialità eccessivamente accompagnate e progettate e verso gli spazi urbani troppo regolamentati, o peggio ancora semiprivatizzati.
2) La Sinfonia n. 6 in fa maggiore Op. 68 di Beethoven, meglio nota come la Pastorale
È il disco che mio padre appoggiava sul piatto per addormentare me e mio fratello. Beethoven compose la Pastorale fra il 1807 e il 1808. Il vinile usato da mio padre faceva parte di una collezione di musica classica che usciva a fascicoli in edicola. Nella Pastorale Beethoven provò a descrivere il suo rapporto con la natura, fatto di adesione, di osservazione e di amore. È composta di cinque movimenti. È probabile che scivolassi nel sonno già fra il primo e il secondo movimento. L’iniziale “Allegro ma non troppo” mi portava letteralmente in paradiso, poi il resto dell’opera, il suono che continuava a diffondersi per casa mentre ero già addormentato, s’irradiava dentro il corpo, nei vasi sanguigni intorpiditi, in modi e forme evidentemente sconosciute e inconoscibili, ma è chiaro e pacifico che la Pastorale sia rimasta viva dentro di me, come la possibilità di un altrove magnifico, irraggiungibile, ma sempre a portata di immaginazione. Lo dice il sussulto e lo struggimento che mi provoca la Pastorale, ogni volta che, molto di rado, torno ad ascoltarla. Vale come “esperienza culturale”? Credo proprio di sì.
3) La festa dell’Unità
Vicino alla casa in cui sono cresciuto, si teneva una gigantesca Festa dell’Unità, frutto dello sforzo collettivo di centinaia di militanti di partito, provenienti un po’ da tutta la provincia. La festa si teneva tra la fine di agosto e l’inizio di settembre all’interno del parco di una villa seicentesca, sterminato, selvaggio ed esteso su quattro piane erbose, circondate da poggi in parte ricoperti da rovi e cespugli. Questa è stata la mia arcadia. I miei nonni lavoravano nelle cucine del ristorante centrale, perciò andavo praticamente tutti i pomeriggi e tutte le sere, facendo avanti e indietro fra le cucine e il campo da calcetto. La sera osservavo le coppie che ballavano sulla pista del ballo liscio (guardavo come si sfregano l’uno contro l’altro il corpo di un uomo e di una donna), attraversavo come un fantasma lo stand della libreria (l’occhio registrava inconsapevolmente lo stile grafico delle varie case editrici, da Einaudi agli Editori Riuniti) o il tendone dello spazio dibattiti (l’orecchio captava grappoli di parole e concetti chiave), conoscendo, da allora e per sempre, un popolo composto da persone di diversa estrazione sociale, operai, impiegati, insegnanti, burocrati di partito, tutti coinvolti nella costruzione di un’esperienza collettiva e temporanea, che mi ha insegnato molte cose, sulle quali il tempo ha provato a esercitare la propria forza corrosiva. Crescendo, poi, mi sono iscritto alla federazione dei giovani comunisti e ho cominciato io stesso, a 13, 14 anni, a lavorare nello stand della FGCI, spillando birre e preparando i panini. Vale come “esperienza culturale”? Suppongo di sì.
4) Il professor Messina
Dopo le scuole medie mi sono iscritto a un istituto superiore che fin dal primo giorno di lezione si è rivelato classista, antiquato, conformista, tenuto in vita da professori demotivati, retrogradi, severi, sempre incazzati e nevrotici. Era un liceo classico. Per fortuna, arrivato in prima liceo ho incontrato un insegnante con un piglio diverso, il professor Mario Messina. Era un signore piccoletto, somigliava a Giuliano Amato, il politico socialista, vestiva con dei maglioncini girocollo da bancario, parlava con una voce bassa e gentile, la voce tenue di un piccolo roditore dotto e simpatico, e incantava la classe, senza montare con i piedi sopra la cattedra come il professor Keating, con meravigliose lezioni sulla storia della letteratura greca, riletta con gli strumenti dell’antropologia culturale, demistificando concetti e nozioni ereditate con pigrizia dal passato. Comprendevamo che L’Odissea, per esempio, non era puramente “letteratura”, ma era un grande serbatoio, un meccanismo, una tecnica funzionale alla conservazione della conoscenza e alla non dispersione dello scibile umano, una narrazione trasmessa oralmente, di aedo in aedo, composta di formule semplici da memorizzare e ripetere, in una civiltà che non aveva ancora sviluppato la scrittura e doveva trasmettere di generazione in generazione tanto il ricordo di una battaglia, quanto la memoria di come si ara correttamente un campo. Il professor Messina aveva aperto il cofano della cultura classica greca e ci aveva mostrato il motore. Non male, per un sedicenne, vero?
5) La TV
A un certo punto della mia vita ho cominciato a lavorare in tv. Negli anni Novanta il filosofo Karl Popper aveva scritto un libro, Cattiva maestra televisione, diventato molto noto in Italia, anche perché era uscito mentre Berlusconi, grazie alle sue tre tv schierate, si apprestava ad andare al governo. Nel mio caso, la tv è stata anche una buona maestra. Qualcosa ho imparato da lei, professionalmente e umanamente. Mi ha insegnato, direi, ad avere rispetto per tutto l’arco della realtà, a dare la stessa importanza all’intervista a uno scrittore colto e all’intervista a un personaggio di un reality o al conduttore della tv del pomeriggio, mi ha insegnato a non sottovalutare mai le persone, a leggere con attenzione anche le uscite editoriali più effimere, a non avere pregiudizi, nella convinzione che l’intelligenza e le storie si trovano dappertutto. Ciascuno ha la propria ricchezza, e con la giusta leva e le giuste parole, quella ricchezza può essere portata in superficie. Ma forse alla tv devo anche il colpo finale che mi ha portato in ospedale con un’ulcera perforata.
Il calcio per strada, Beethoven, le feste dell’Unità, un prof di Greco al liceo, la tv: non voglio dire che la mia vita sia diventata migliore grazie a queste esperienze, anche perché avrò sempre modo e tempo per reinterpretare il senso, l’azione, le conseguenze di quei semi gettati molti anni fa. Ciò che oggi mi sembra prezioso, fra cinque anni mi sembrerà la vera causa del legno storto che sono. Posso solo dire che le esperienze lasciano un segno.