Questo testo è relativo a uno degli spunti di riflessione prodotti nei gruppi di lavoro di Strati della Cultura, iniziativa promossa da Arci nazionale e Arci Emilia Romagna e tenutasi a Novembre 2025 a Piacenza. Strati della Cultura è l’incontro nazionale che ogni anno apre delle riflessioni sul ruolo degli spazi come luoghi di partecipazione e di trasformazione culturale.
L’edizione 2025 ha avuto come focus “Il margine e la scena: spazi, desideri, alternative”, perché è dai margini che nascono letterature dirompenti, scene musicali non omologate e pratiche di partecipazione capaci di aprire nuove riflessioni sulle modalità di creare e condividere cultura. Abbiamo discusso e ci siamo confrontati in questa sede di come gli spazi culturali — popolari e contemporanei — possano costruire narrazioni collettive capaci di appassionare, smuovere corpi e interpretare bisogni e desideri; su come riescono a diventare luoghi di relazione, che attraverso contenuti e pratiche costruiscono, giorno per giorno, modi diversi di stare insieme nei margini geografici, espressivi, artistici e sociali.
La violenza di genere riguarda sempre qualcun altro. Non io, non noi, non la nostra organizzazione. Non la nostra organizzazione che è in prima linea nel denunciare il patriarcato, nello scendere in piazza quando ci sono le manifestazioni di Non Una Di Meno, nel chiedere l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. È davvero così?
Da poco più di un anno, a Bologna, Arci Bologna insieme alla cooperativa sociale baumhaus e all’associazione Approdi, ha avviato un progetto che si chiama M/AN - Maschilisti Anonimi, un percorso di formazione sulla prevenzione e il contrasto delle discriminazioni di genere ed è rivolto a dirigenti e lavoratori uomini delle organizzazioni del terzo settore. La provocazione è nel nome, parte dall’assunzione che siamo maschilisti perché viviamo in una società patriarcale, ma l’intenzione non è quella di un’autoaccusa assolutoria. Non può bastare, infatti, ripudiare la violenza di genere per sentirsi a posto. La domanda, che richiede sforzo e impegno, è più complicata: in che modo - in quanto uomo - esercito autorità, prendo parola, occupo spazio, gestisco conflitti e lavoro di cura?
Fortunatamente non sono domande nuove e ci sono percorsi, progetti, collettivi, che su questi temi si sono interrogati costruendo pratiche e saperi. E diverse organizzazioni hanno adottato negli anni dispositivi come quello del safeguarding, della prevenzione delle molestie sui luoghi di lavoro, del PSEA, della gestione del rischio e nell’adottare linguaggi inclusivi. Così come restano importanti quei percorsi che interrogano la costruzione del maschile, come Maschile Plurale che già a partire dal 2006 ha creato in diverse città italiane luoghi di confronto, condivisione e autocoscienza tra uomini per mettere in discussione il modello patriarcale, il maschilismo e il sessismo.
Come in questi esempi, la sfida di Maschilsti Anonimi non è quella di parlare agli uomini autori di violenza (su questo tema esiste il lavoro prezioso dei CUAV - Centri per Uomini Autori di Violenza). La sfida è quella di chiedere disponibilità e impegno a parlare, a prendere posizione non solo sui grandi temi, ma a riconoscere la necessità e la possibilità di intraprendere cambiamenti nel quotidiano a partire da quello che possono fare dirigenti e lavoratori delle organizzazioni del terzo settore.
La domanda, che richiede sforzo e impegno, è più complicata: in che modo - in quanto uomo - esercito autorità, prendo parola, occupo spazio, gestisco conflitti e lavoro di cura?
La prima edizione di M/AN è stata sostenuta grazie al bando Otto per Mille della Chiesa Valdese, la seconda dal bando NORA di Action Aid. Il progetto si basa su percorsi collettivi con la presenza di formatrici e formatori e con la consulenza scientifica del Cassero LGBTQIA+ Center: incontri cadenzati, regole chiare (riservatezza, ascolto, sospensione del giudizio), conduzione competente. C’è un’attenzione costante a evitare due scorciatoie opposte. La prima è confondere la formazione con un percorso individuale che si concluda con l’etichetta di “maschio decostruito”. La seconda è il tribunale: trasformare lo spazio di confronto in un luogo di colpevolizzazione sterile.
La pratica, invece, è spostare lo sguardo dal caso eclatante al quotidiano: la riunione in cui interrompiamo una collega, l’ironia che zittisce (“era solo una battuta”), il complimento non richiesto, la mansione “di cura” che diamo per scontata, il privilegio, la leadership confusa con il comando autoritario, la gestione del rischio ridotta a burocrazia o apparenza.
Uno degli apprendimenti più utili è anche il più antipatico: smettere di parlare per differenza (“io non sono così”) e iniziare a parlare per responsabilità (“io cosa faccio, e cosa non faccio?” e “cosa posso fare?”). Per molti uomini con ruoli di coordinamento o direzione questo passaggio è decisivo. Non basta dichiararsi alleati: la questione è come si esercita il potere. E non è solo un potere passivo (“non arrecare danno a nessunə”) ma anche cosa posso fare per attuare delle pratiche e modelli di leadership differenti. E come posso farlo insieme agli altri e alle altre.
Una cultura organizzativa cambia quando diventa normale nominare ciò che prima era indicibile: il sessismo “simpatico”, la battuta che isola, la pressione sul consenso, l’uso strumentale del carisma, la delega del lavoro emotivo alle donne. Se una delle forze principali del patriarcato è l’egemonia culturale e del linguaggio, allora bisogna riconoscere che una delle sue leve è la capacità di disinnescare ogni tentativo di costruire linguaggi e parole nuove.
Non basta dichiararsi alleati: la questione è come si esercita il potere
Per questo il percorso prova a parlare a più livelli: dirigenti e lavoratori. Il punto, infatti, non è solo formare individui più consapevoli, ma modificare i contesti: criteri di leadership, spazi di confronto, strumenti di segnalazione che non espongano chi denuncia, tempi e carichi di lavoro che non vengano giustificati dalla vocazione.
La questione assume ovviamente una dimensione di tipo politico e culturale. L’organizzazione di cui faccio parte, l’Arci, ha su questo avviato diversi percorsi e sperimentazioni che si affiancano all’impegno pubblico dell’organizzazione. Non si tratta di scelte sistemiche calate dall’alto, ma nasce dalle associazioni di base, dai territori, che negli anni si sono avviate pratiche e modalità organizzative che ripensano, tra gli altri, i luoghi di socialità e le pratiche culturali.
In Emilia-Romagna, ad esempio, è attivo il progetto Fuori Binario che coinvolge circoli e comitati Arci che si impegnano nel rendere gli spazi safer, più accessibili, più attraversabili per tutte le soggettività, formando i volontari e i dipendenti delle associazioni, interrogando, ad esempio, il mondo della notte (in primis i live club) e i festival culturali. Così come si è sviluppata sempre più una attenzione nel ricercare l’equilibrio di genere all’interno delle programmazioni culturali, nelle scalette di un festival musicale, nella composizione dei direttivi e nell’uso del linguaggio.
Questo approccio vede anche esperimenti, come quello di Maschia, promosso da Arci Firenze, che invece ha lavorato sulla creazione di dispositivi culturali che interrogano il maschile aprendo spazi di confronto e discussione nei circoli. Mentre Festa! - Il Manifesto dei Festival promosso da Arci resta forse il tentativo più ambizioso di creare una rete nazionale di festival che si riconoscono in un posizionamento culturale e politico che passa non solo dai temi dell’inclusività, del rendere i luoghi della festa safer e accessibili, ma anche da ragionamenti che stressano i dispositivi culturali per la loro capacità di generare immaginari nuovi e di rottura.
Si tratta sicuramente di tracce importanti che registrano un innegabile mutamento di approccio, di una cosiddetta sensibilità politica che è frutto, a nostro avviso, degli effetti delle mobilitazioni transfemministe che hanno attraversato le nostre città nell’ultimo decennio con scioperi e manifestazioni. E che hanno investito pezzi di società avviando riflessioni e cambiamenti reali.
Il punto, infatti, non è solo formare individui più consapevoli,
ma modificare i contesti
Lo stesso Maschilisti Anonimi nasce sulla scia delle grandi mobilitazioni che hanno fatto seguito al femminicidio di Giulia Cecchettin. Una scossa che ci ha portato a interrogarci su cosa stessimo facendo, come uomini, per fare qualcosa in più rispetto al partecipare alle mobilitazioni di quei giorni. Di come potessimo avviare un ragionamento e delle riflessioni con gli uomini delle organizzazioni che rappresentiamo o per cui lavoriamo.
Non si tratta, evidentemente, di dare questi percorsi come un dato acquisito: se dovessimo fare un bilancio di questo primo anno di sperimentazione, dovremmo dire con molta sincerità che il progetto è stato accolto con tanto interesse quanto poca partecipazione alle formazioni. Il dato reale che non possiamo negare è che la maggior parte degli uomini vede questi percorsi come qualcosa che non riguarda loro, che riguarda qualcun altro. O che non è una priorità politica e organizzativa e, dunque, finirà sempre in fondo alla lista delle urgenze.
Il nostro auspicio è che su questo approccio ci possa essere un cambio di tendenza, che si possa riconoscere l’urgenza di agire sul piano culturale e politico a partire dal sé e dal noi. Il nostro auspicio è che le organizzazioni del terzo settore accolgano la sfida di poter essere uno degli attori di un percorso che è politico e culturale, di cultura organizzativa, del lavoro e delle relazioni.
L’auspicio è che partecipare a percorsi come quello di Maschilisti Anonimi possa lasciare soprattutto delle domande e che queste domande possano insinuarsi nelle relazioni che agiamo nel quotidiano. Dentro e fuori i luoghi di lavoro.