Abbiamo interiorizzato l’idea – profondamente neoliberale – che ciascuno debba cavarsela da solo. Abbiamo creduto di poter cambiare il mondo “facendo bene la raccolta differenziata” o coltivando un orto urbano. Sono azioni importanti, ma non bastano. Serve uno scarto ulteriore: la capacità di legare il quotidiano all’universale, il locale al globale.
La sfida allora è duplice. Da un lato, serve rimettere in campo la capacità di agire collettivamente, superando l’iperindividualismo e l’iperidentitarismo che i social network hanno esasperato. Serve ricostruire spazi e tempi della convergenza, imparare nuovamente a distinguere ciò che ci divide davvero da ciò su cui possiamo costruire alleanze inedite. Dall'altro lato, serve ridare cittadinanza all’immaginazione politica.