Pubblichiamo un estratto da Immagina. Antidoti contro la rassegnazione di Stafano Laffi, edito da © Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano. Prima edizione in “Scintille” ottobre 2025. Published by arrangement with The Italian Literary Agency. Ringraziamo l’editore e l’autore per la gentile concessione.
Il cervello è un organo che conosciamo ancora solo in parte, ma le neuroscienze hanno esplorato a fondo i processi mentali alla base della creatività, dell’invenzione e della generazione di idee. Che cosa sappiamo, oggi?¹
Innanzitutto, sappiamo perché lo facciamo. Ne ha bisogno il cervello, altrimenti si abitua: riconosciuta l’esperienza, entra in “risparmio energetico”, così che “il mondo svanisce quando diventa familiare; quello che era in primo piano finisce sullo sfondo”.² La gratificazione, invece, nasce dalla sorpresa, dallo spiazzamento introdotto da qualcosa che verrà poi immagazzinato per aumentare le abilità predittive e ridurre il dispendio di energie all’occasione successiva. Insomma, c’è un equilibrio da rispettare, e l’ideale è che non sia tutto nuovo né tutto vecchio: per questo, chi innova, spesso ricorre a scheumorfismi, rappresentazioni che imitano l’aspetto di ciò che è venuto prima. Pensiamo a tutto il mondo digitale, che è entrato nella nostra vita in punta di piedi – prendendo le fattezze di libri, librerie, quadri, quaderni, penne, orologi e così via – così da non spaventarci e non farci dire “Ma che cos’è questo?”.
Poi sappiamo che la creatività non è un privilegio di pochi: a parte alcune neurodivergenze – che possono facilitarla o ostacolarla – si tratta di una capacità cui tutti possiamo accedere, purché ci troviamo nelle condizioni giuste. Vediamo come. Tutto inizia da un segno meno, ovvero da una difficoltà, un rompicapo, una crisi o una sfida – che abbiamo definito “vincoli” – perché senza un ostacolo non c’è scintilla creativa. A questo punto, entra in gioco l’emisfero sinistro, lo spirito apollineo di nietzschiana memoria, legato all’analisi e alla razionalità. È grazie a lui che risolviamo un’equazione, affiniamo un testo, perfezioniamo uno spartito musicale o troviamo la formula migliore per un nuovo pneumatico. In questa fase, la corteccia prefrontale è in piena attività: è qui che risiedono l’attenzione e la capacità di connettere idee, una sorta di magazzino ben illuminato in cui organizziamo intuizioni e pensieri. È come un’area a scaffali aperti in una biblioteca: tutto ciò che sappiamo è visibile e accessibile quando ci serve.
Se la razionalità non è sufficiente, serve un cambio di prospettiva: non uno scavo in profondità, ma un movimento laterale. Qui entra in scena lo spirito dionisiaco, l’emisfero destro, che ci permette di vedere non il singolo albero, ma l’intera foresta. È il regno delle associazioni, delle deformazioni, degli intrecci inaspettati – come insegnava Gianni Rodari, la creatività spesso nasce dalla violazione delle forme esistenti. Molte invenzioni sono nate proprio da queste “invasioni di campo”: Gutenberg si ispirò ai torchi per il vino per la macchina da stampa. I fratelli Wright partirono dalla bicicletta per progettare l’aeroplano. De Mestral osservò le lappole attaccate al pelo del suo cane e inventò il velcro. Quella che chiamiamo “intuizione”, spesso è un riassemblaggio originale di conoscenze già presenti nella nostra mente. L’elemento interessante è quando e come ci arriva: al risveglio, sotto la doccia, durante una passeggiata nel bosco. Questi lampi creativi emergono nei momenti di “distrazione”, quando la mente è libera di vagare e stabilire connessioni inconsuete. Ecco perché è importante staccare, fare pause, abbandonare temporaneamente un progetto per poi riprenderlo con occhi nuovi.
Se la razionalità non è sufficiente, serve un cambio di prospettiva, un movimento laterale. Qui entra in scena lo spirito dionisiaco, l’emisfero destro, che ci permette di vedere non il singolo albero, ma l’intera foresta.
Fare il vuoto non significa smettere di pensare, ma permettere al cervello di esplorare liberamente le connessioni più lontane. Quando si invita qualcuno a “non pensare a nulla”, il cervello non smette di lavorare, anzi, è più libero di esplorare quello che ha dentro, perché è affrancato da compiti esterni. Perfino i colori instradano il cervello: gli esperimenti di psicologia sociale hanno dimostrato come l’azzurro, che evoca il cielo e il mare, favorisca i processi creativi, mentre il rosso, che sollecita la concentrazione, li inibisca. Perfino “sognare a occhi aperti” è un esercizio creativo: è il modo in cui esploriamo connessioni che ancora non esistono nel mondo reale. Questo spiega alcuni paradossi.
Chi è considerato “con la testa tra le nuvole” spesso ottiene punteggi più alti nei test di creatività. Persone con ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) possono essere particolarmente inventive, proprio grazie alla loro mente iper-associativa. Al contrario, chi ha spiccate capacità di concentrazione (come alcune persone con disturbi dello spettro autistico) può trovare più difficile deviare dagli schemi consolidati.
Le connessioni creative si amplificano nelle relazioni con gli altri. Più viaggiamo, più incontriamo persone con background differenti – o che lavorano in campi lontani dal nostro – e più idee emergono. Le aziende innovative lo sanno bene: progettano spazi di incontro (come aree ristoro o “terzi luoghi”)³ per favorire lo scambio tra competenze differenti, promuovono pause rigeneranti e valorizzano gli outsider – persone giovani o con formazione atipica, più inclini a soluzioni imprevedibili. Negli ultimi anni, molte imprese praticano una scommessa sull’intelligenza collettiva e sull’open innovation, ovvero non più frutto dei laboratori di ricerca interni, affidandosi a piattaforme come InnoCentive (ora Wazoku Crowd), dove aziende lanciano sfide globali e ricevono soluzioni da una comunità di “risolutori”. A oggi, sono state affrontate 1.200 sfide, proposte 24.500 soluzioni da 250.000 persone in 200 paesi, con 866 problemi risolti – tra cui la bonifica di petrolio disperso in mare, la produzione di farmaci a basso costo e nuove tecniche diagnostiche.
Note
¹ Jonah Lehrer, Immagina – come nasce la creatività, Codice edizioni, Torino 2017.
² Anthony Brandt, David Eagleman, cit., p. 8.
³ Nella definizione del sociologo Ray Oldenburg sono luoghi distinti da quelli familiari e da quelli professionali, caratterizzati da relazioni informali, particolarmente efficaci nel promuovere circolazione di idee, scambi di informazione e di aiuto.
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione in “Scintille” ottobre 2025
Published by arrangement with The Italian Literary Agency