Venerdì 31 ottobre 2025
La nuova misoginia
 
La cultura è mutata negli anni Duemila
Fonte: Prospect
Dal web

La cultura è cambiata negli anni Duemila — e, con un certo supporto tecnologico, ci ha condotti oggi in luoghi molto oscuri. Stiamo vivendo una sorta di interregno, sospesi tra diverse ondate del femminismo. Alla quarta ne è seguita una di reazione e di rapido sconvolgimento: negli Stati Uniti, la prima elezione di Donald Trump — un uomo su cui gravano molteplici accuse di violenza sessuale — è stata seguita da #MeToo, il movimento virale che ha messo in luce la pervasività di tali abusi, e poi dall’annullamento della sentenza Roe v. Wade, che garantiva a livello costituzionale il diritto federale all’aborto. Nel frattempo, una sensibilità post-femminista si è diffusa parallelamente alla crescita di una “manosfera” online intrisa di misoginia.

Questo spirito del tempo è stato colto alla perfezione dall’estremista di destra autoproclamatosi incel Nick Fuentes, dopo la rielezione di Trump nel 2024, con la sua replica provocatoria alla lotta per i diritti delle donne: “Il tuo corpo, la mia scelta.” Di fronte a ciò, si ha la sensazione che il femminismo stesso sia esausto. La giornalista culturale Anne Helen Petersen ha definito questo periodo “un momento di esaurimento femminista”.


Due libri recenti aiutano a spiegare questo passato prossimo e a mostrare i frutti marci che ha prodotto nel presente. In Girl on Girl, la critica dell’Atlantic Sophie Gilbert si chiede: “In quale cultura sono cresciute le ragazze millennial? Che cosa ha reso gli anni Duemila così crudeli?” In The New Age of Sexism, l’attivista e scrittrice Laura Bates descrive, con dettagli agghiaccianti, come la rivoluzione dell’intelligenza artificiale minacci non solo di riprodurre, ma anche di rafforzare gli odi e i pregiudizi più profondi dell’umanità contro le donne.

La lettura di questi libri è stata per me un’esperienza viscerale. A tratti mi sono trovata piegata in due, nauseata, durante i viaggi in treno, alla scrivania in ufficio, sul divano mentre le mie figlie dormivano. Entrambe le autrici, più o meno mie coetanee, mi hanno restituito l’immagine della mia intera vita e del futuro inquietante che ci attende: vi ho ritrovato cose che ho liquidato con una risata, di cui sono stata complice o che ho giustificato mentre attraversavo un mondo in cui essere donna significa essere derisa, sminuita e brutalizzata — attraverso la cultura pop e le nuove tecnologie. E se l’arco narrativo del libro di Gilbert tende a una qualche forma di redenzione, passando per l’autofiction confessionale di serie come Girls e Fleabag o per l’interiorità dei testi di Taylor Swift, quello di Bates si dirige verso un’oscurità ancora più profonda — a meno che qualcosa non cambi rapidamente.


La cultura nel suo insieme ci forma, che ne siamo consapevoli o meno. I testi, la musica, il cinema e la televisione che consumiamo plasmano il modo in cui vediamo noi stessi e il mondo che ci circonda; da qui la necessità di rileggerli e rimetterli in discussione. “La cultura popolare non è una forza innocua”, scrive Gilbert. “Non attraversiamo l’adolescenza — guardando scene, leggendo storie, ascoltando battute e dialoghi di ogni tipo — protetti da un campo di forza invisibile che respinge le cattive idee".


Foto di Ethan Gregory Dodge su Unsplash



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