Questo articolo fa parte del terzo numero de laRivista, la pubblicazione monografica di cheFare, dedicato alla rigenerazione urbana. Un fenomeno che assume significati diversi a seconda degli attori coinvolti e che si confronta con la crisi dell’abitare, l’overtourism, la gentrificazione, la finanziarizzazione urbana e l’aumento delle disuguaglianze. Un processo che può essere compreso solo a partire dal diritto alla città. Puoi leggere qui gli altri articoli del numero monografico.
Da un po’ di tempo, la fortuna della nozione di rigenerazione urbana mi dà un certo disagio. È un vero peccato, perché mi pareva locuzione efficace, per nominare processi di trasformazione della città oltre la sola dimensione fisica, quella cui ci aveva abituato il vecchio urban renewal (il dispositivo della gentrification nella sua versione in purezza delle origini), cui non si era neppure del tutto sottratta la stagione della riqualificazione urbana dell’ultimo scorcio del secolo passato, da “Banlieues 89”, fino ai nostri Contratti di Quartiere. Rigenerazione urbana mi sembrava una nozione capace di richiamare – come dice Ilda Curti – la «città di carne», prima (e più) della «città di pietra». Permetteva di riconoscere finalmente gli spazi delle città ma anche le società che li abitano e le loro pratiche, di orientare le azioni verso le persone e non solo disegnare il perimetro di un quartiere difficile (“in crisi”, “sensibile” o “degradato”, come nel lessico dei politici grossolani), da stigmatizzare quel tanto che basta per farvi precipitare interventi su spazi pubblici, infrastrutture, attrezzature collettive e abitazioni, e rendere gli abitanti edotti degli interventi, nei casi migliori ascoltandoli e sollecitandone la partecipazione.
Ho dapprima guardato dubbioso il largo uso che se ne fa nel real estate. A lasciarmi perplesso non è stato solo l’appropriarsi, da parte di progetti di valorizzazione immobiliare, di un’espressione nata per caratterizzare invece processi progettuali multidimensionali e integrati. Mi sono chiesto soprattutto per quale ragione fosse necessario costruire un nuovo «racconto urbanistico», per argomentare l’impatto positivo della trasformazione di porzioni di città. Ho cominciato a sospettare che quella coppia di parole potesse offrire una «declinazione del miglioramento», sia a operazioni di riuso di asset urbani degradati che avevano bisogno di raccontarsi secondo un canone attraente, sia a una pianificazione urbanistica in cerca di semplificazione del propri ordinamenti regolatori.
Poi hanno iniziato a indispettirmi gli argomenti, divisi nettamente tra detrazione e apologia, agitati da osservatori corrivi della rigenerazione urbana. Da un lato, gli apocalittici, per i quali essa è parola-chiave di una perversa strategia di “grande sostituzione”, funzionale alla deportazione dalla città (Milano ne sarebbe l’esempio paradigmatico) della classi popolari a favore di ceti affluenti, una specie di “piano Kalergi” messo in opera da un ormai consolidato urban regime, composto da amministrazione comunale, sviluppatori, innovatori sociali. D’altro canto, usare a difesa della rigenerazione urbana le posizioni degli innovatori entusiasti, i cantori delle città che cambiano, dei futuri urbani che senz’altro si spalancheranno radiosi mi mette a disagio, perché confesso che lo vorrei tanto, ma non riesco ad avere altrettanto trasporto.
Ho cominciato a sospettare che quella coppia di parole potesse offrire una «declinazione del miglioramento», sia a operazioni di riuso di asset urbani degradati che avevano bisogno di raccontarsi secondo un canone attraente
Allora, mi sono detto che, se sono sospetti sia l’uso che se ne fa, sia le interpretazioni più diffuse, deve esserci qualcosa che non torna nel pensiero a sostegno di un termine di per sé bello, promettente, fertile in senso proprio come “rigenerazione”, e nella logica che incorpora. Ho cominciato a raccogliere degli indizi e la conclusione cui sono provvisoriamente giunto è che ciò che fa problema è la relazione con la dimensione del tempo. Il mio debito va a un autore e a un libro di profonda ispirazione: Tim Ingold e il suo recente The Rise and Fall of Generation Now, Polity press, Cambridge, 2024. Del libro è appena uscita l’edizione italiana nella traduzione di Nicola Perullo, autore anche del colto saggio introduttivo, con il titolo Il futuro alle spalle. Ripensare le generazioni, Meltemi, Roma, 2024.
La mia tesi è che la fortuna del termine “rigenerazione” riposa sulla sua capacità di indicare una promessa di futuro, che funziona come superamento di un presente incapace di affrancarsi dal retaggio che lo condiziona. La rigenerazione promette un taglio con il passato. Appare convincente perché allude a un salto, un nuovo inizio che cancella ciò che lo procede. La sua funzione procreativa è determinata da una operazione di cancellazione, assunta come condizione di progresso. Più che rigenerazione, si dovrebbe definirla palingenesi.
La rigenerazione sarebbe la produzione di uno scarto nel processo di stratificazione che caratterizza la vita delle città. È la città in evoluzione il suo bersaglio, perché la rigenerazione impaziente non può attendere, non ha l’obbligo di tracciare un cammino che si confronti con il passato. È anzi sollecita nel rimuovere gli strati del passato, considerandoli detriti. Ciò che, ad uno sguardo paziente, è riconoscibile come intreccio di vite e spazi, pratiche sociali e luoghi abitati, è assunto invece, nella promessa rigenerativa, come un deposito di inerti. Dando così luogo a due possibili esiti: nella versione della città che insegue il cambiamento, il passato è un ammasso di pezzi da smaltire; in quella a favore del recupero del bel borgo avito, è museificazione dell’autentico senza la vita dentro.
La rigenerazione promette un taglio con il passato. La sua funzione procreativa è determinata da una operazione di cancellazione, assunta come condizione di progresso. Più che rigenerazione, si dovrebbe definirla palingenesi.
Ecco, la rigenerazione è, in paradossale contrasto con l’etimo, la negazione della vita. In questo senso, è una idea dissipativa: tratta il passato come archivio, scarto privo di valore o custodia di una tradizione macchiettistica senza spessore. Incapace di riannodare i fili del passato in quanto orientata acriticamente sul futuro, condiziona il nostro presente, calcolato come «tasso di sconto sul futuro». Il tempo che viviamo diviene così solo un gradino da superare, uno strato che poggia su tracce prive di vita. Queste, nell’attimo di diventare anticipazione di futuro, sono state trasformate in patrimonio.
«What does it take, then, to turn life into heritage? It is the equivalent of turning persons into properties, affects into effects, homes into houses, place into land, and conversation into text. In every case, it means taking the life out of them, rather than regarding each as an ongoing nexus of growth and development» (T. Ingold, cit., p. 37). La modificazione della città è presentata come il deposito di un nuovo strato che occulta i precedenti e non come una riscrittura creativa di un corpo urbano da concepire come palinsesto.
Temo però che il discredito che ha investito la rigenerazione urbana rischia di investire anche le pratiche che vi si richiamano in modo ricco e sofisticato.
Sono, quelle che si definiscono “a base culturale”, pratiche che contrastano la riduzione del presente a fattore di produzione del futuro e meccanismo estrattivo sul passato. Il loro stesso modello di gestione è in lotta con il tempo breve dell’evento. Hanno bisogno di “rallentare” per strutturarsi, usano gli eventi come innesco di processi di più lunga durata, praticano usi transitori per sperimentare il futuro, che in questo modo indagano, più che semplicemente anticipare o celebrare acriticamente. Sono il risultato di processi riflessivi svolti “nel corso dell’azione”.
Sono le pratiche associate al termine “innovazione”. Di questo, è in uso una interpretazione come affermazione del nuovo, irruzione di una rottura nel corso normale degli eventi. Viceversa, innovazione è il risultato – come insegna Carlo Donolo – di processi di apprendimento sociale, riconoscibile ex post da parte di attori interessati. Si sviluppa dentro percorsi di capacitazione degli attori, si crea nell’incontro con le loro aspirazioni, si deposita in una crescita di razionalità nella loro azione. Ci sono politiche che danno una sponda all’innovazione urbana come leva di rigenerazione, da riconoscere e rafforzare.
Lavorare consapevolmente sulla dimensione del tempo può contrastare le interpretazioni riduttive, come quelle che vedono queste pratiche alleate della speculazione, agenti della gentrificazione; o quelle troppo benevole (perfino più insidiose, perché non triviali come le prime), che vi leggono le manifestazioni di valori e simboli condivisi. Ingaggiando un corpo a corpo con il tempo, possono costituirsi come promesse di futuro che reinterpretano in modo contemporaneo il passato. Operando in “spazi rigenerati”, possono ricostruirne la genealogia e aprirsi come luoghi del possibile.
Ciò però non è facile, sollecita ricerca, posizionamento e radicalità. Implica porsi la domanda che Kevin Lynch formulò nel titolo di un suo straordinario libro: «What time is this place?». La mia opinione è che una risposta efficace a questa domanda comporta un confronto con tre questioni.
Lavorare consapevolmente sulla dimensione del tempo può contrastare le interpretazioni riduttive, come quelle che vedono queste pratiche alleate della speculazione, agenti della gentrificazione
La prima è il conflitto. Il passato è un conto aperto, e a volte una ferita nello spazio della città. La memoria non è pacificata: per gettarla nel futuro, occorre lavorare su di essa e rielaborarla come materia viva, non riducendola a simulacro e dunque a merce. Si lavora nel e con il conflitto: non nascondendolo, ma facendolo emergere, prendendolo sul serio e usandolo come risorsa per corsi d’azione fertili. Le pratiche rilevanti non sono quelle del community making (ho scoperto di recente che c’è pure questo), ma quelle che favoriscono la compresenza (occasionale, eventuale) tra iper-diversi. Le prime puntano alla prevedibilità e riducono l’interazione sociale a tecnica. Le seconde sostengono invece la sorpresa e dunque l’apprendimento.
La seconda è la vulnerabilità. Solo una prospettiva lunga permette di cogliere le tante stratificazioni della vulnerabilità: quelle più antiche, sedimentate nel corpo delle grandi città e dei centri più piccoli, nell’intreccio tra strutture insediative e morfologie sociali; e quelle più recenti, prodotte all’incrocio tra dinamiche globali e quadri ambientali fragili. Uno sguardo non costipato sul presente dà modo non solo di leggere le vulnerabilità dentro processi di lunga durata, ma anche di dotarsi di una «descrizione spessa» delle vulnerabilità emergenti e delle ipoteche che esse proiettano sul futuro, condizionando le generazioni a venire. Alla cura del presente, può associarsi così una più radicale attitudine, che è quella della protezione del futuro.
Infine, la questione del riconoscimento. A mio avviso, questo è oggi il nodo, perché riguarda i giovani e dunque il futuro. La pressione per esercitare il «diritto al riconoscimento» può essere modulata su toni diversi: di rabbia, di conflitto aspro, ma anche di presa di parola e di pratiche che vogliono farsi spazio, nel senso di ingaggiare un corpo a corpo con la città, di conquistare la scena, di assumere lo spazio come veicolo di riconoscimento, attraverso aggregazioni «com-possibili», «comunità in corso» di chi non ha nulla in comune, se non la propria condizione di mancato riconoscimento. Così, credo, possiamo attenderci futuri interessanti.
Foto di Wesley Tingey su Unsplash.