a. l’eredità culturale è un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione. Essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato dell’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi;
e quello di comunità patrimoniale:b. una comunità di eredità è costituita da un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli. (per il testo completo tradotto: http://www.ufficiostudi.beniculturali.it/mibac/multimedia/UfficioStudi/documents/1362477547947_Convenzione_di_Faro.pdf)
Ne discende un’accezione di patrimonio culturale che intesse un forte legame con il territorio, dove questo però è inteso secondo un’accezione relazionale, riproducendo in maniera indiretta una serie di dibattiti sviluppati nella geografia umana degli ultimi decenni tali per cui la relazione uomo-ambiente non può essere circoscritta a uno spazio definito e a una storia statica poiché invece si esprime in maniera aperta, fluida, multiscalare, attraverso molteplici traiettorie continuamente ridisegnate a partire da posizioni sociali diverse. La stessa comunità patrimoniale indica un gruppo che si auto-riconosce in quanto tale, in ragione di una comunanza su base spaziale oppure linguistica o religiosa, o anche di altri tipi di legame o di interesse, i cui confini non sono rigidi, impermeabili e immutabili. Faro si basa sul principio di una cittadinanza associata alla comunità (o meglio alle comunità) nel contesto di territori socialmente coesi grazie alla partecipazione al patrimonio culturale e alla responsabilizzazione dei cittadini nei suoi confronti. L’enfasi sulla partecipazione comunitaria nell’identificazione, nella salvaguardia e nella co-creazione del patrimonio culturale è messa al servizio di un ideale di Europa unita nella diversità, basata sui diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto: una visione di cui, anche “dai piani alti” si sente sempre più il bisogno di fronte al proliferare di populismi e spinte antidemocratiche, e all’incapacità dell’Unione Europea di presentarsi al “mondo fuori” forte di un progetto condiviso. Quando non si fa più la guerra, la geopolitica si fa con i trattati, e la Convenzione di Faro va considerata anche in quanto oggetto di politica internazionale. Una buona parte della Convenzione è dedicata da un lato al tema della partecipazione al patrimonio culturale, e dall’altro alla responsabilizzazione rispetto ad esso. Questo aspetto presenta un certo grado di ambiguità che si sposa con il clima attuale di esternalizzazione delle funzioni che le autorità pubbliche o le istituzioni tradizionali non riescono più ad assolvere. Con Faro si incentivano le iniziative che complementano i ruoli degli enti pubblici preposti alla conservazione dell’heritage, incentivando nuove formazioni ad occuparsi di patrimonio culturale agendo nell’interesse pubblico. Le implicazioni sono molteplici: gli Stati che ratificano la Convenzione devono predisporre politiche di livello diverso in grado di mettere la cittadinanza nelle condizioni di esercitare “il diritto al patrimonio culturale”, attraverso strumenti di gestione partecipativi all’interno di una governance condivisa delle politiche culturali, e non solo di quelle perché se si accetta che il patrimonio culturale assume un ruolo perno nell’Europa attuale, o quanto meno in quella del futuro, allora gli ambiti di interesse sono molto più ampi. Per quanto non dettagli le forme con cui ciò deve accadere, è chiaro che applicare i principi di Faro implichi un cambiamento significativo negli apparati di regolazione, negli strumenti, e nelle metodologie con cui patrimonio culturale e territorio interagiscono; un cambiamento rispetto a cui, forse, molti Stati non si vogliono prendere proprio quella cosa che la Convenzione continua a richiedere: e cioè la responsabilità. Non è un caso che la Convenzione sia entrata in vigore solo nel 2011 quando finalmente l’hanno ratificata in 10 dei 47 Stati che sono parte del Consiglio d’Europa. L’Italia porrà la firma solo nel 2013, mentre la ratifica si è arenata in Senato durante la legislatura appena conclusa (e anche se dovesse arrivare nella prossima, come tanti sperano, non si sa poi bene cosa succederà, visto che le normative in vigore in Italia in materia di beni culturali non sono propriamente favorevoli a un approccio transdisciplinare e orizzontale come quello su cui si basa, di fatto, Faro). La Convenzione Quadro sul Valore del Patrimonio culturale per la Società è solo una tappa tra altre di un percorso che va nella direzione di una nuova accezione relazionale di patrimonio culturale e che si colloca sul solito crinale dove da una parte si aprono spiragli per la crescita della società civile attraverso la legittimazione di forme di voice ed emancipazione della società civile, e dall’altro emerge la possibilità di una facile strumentalizzazione delle più diverse espressioni culturali e delle identità. Per questo è così interessante monitorarne le articolazioni pratiche sul territorio (in diverse località) che proprio ora stanno emergendo e, contemporaneamente, i legami che queste intessono con un livello superiore (in cui si ridisegna la relazione tra società-economia-cultura): perché è nella sua difficile applicazione concreta che si possono sperimentare politiche all’interno delle quali nuove metodologie e nuovi posizionamenti possono essere sperimentati.