Martedì 13 maggio 2025
L'arte interroga la giustizia
 
Diritto e Rovescio di Giovanna Brambilla
Scritto da: Luca Dal Pozzolo

Scolpivano il futuro le Parole nel Vuoto di Adolfo Loos quando indugiava sul lato conservatore della casa, sul suo essere accogliente e rassicurante, di contro all’arte che perturba, che strappa le persone alle loro comodità, che costringe ad aprire gli occhi sul disagio, sulla sofferenza e che per muovere i cervelli torpidi a pensare e a riflettere fuori dalle personali comfort zone non esita a farsi aniconica, a dispiegare il lato problematico e sgradevole del quotidiano, a scegliere durezze e spigolosità disturbanti contro la retorica estenuata della bellezza. E concludeva icasticamente che l’uomo “è per questo che ama la casa e odia l'arte”.

E, in effetti, tanta parte dell’arte Contemporanea conduce verso questi aspri sentieri, come emerge da "Diritto e Rovescio" (Vita e Pensiero, 2025) di Giovanna Brambilla, saggio dedicato al tema della giustizia e strutturato su venti brevi saggi attorno ad altrettante opere d’arte contemporanea e non, che trattano della giustizia, del giudizio, della verità e della pena.

L’autrice accetta la sfida di inoltrarsi in una vasta golena di riflessioni, di problematiche e di contraddizioni senza soluzioni sicure, rielaborando le provocazioni delle opere, facendole deflagrare in una prosa asciutta ed essenziale. Ma c’è di più; lo stesso metodo inquisitore viene rivolto anche ad opere di altre epoche, dal Libro dei Morti dell’antico Egitto, ai bassorilievi di Wiligelmo, alla bottega di Lucas Cranach il Vecchio, a Jan Vermeer, passando per Ambrogio Lorenzetti a Siena. 


La stessa ricerca di senso, la stessa domanda viene rivolta con insistenza anche alle opere di arte antica, quasi fosse una frase musicale interrogativa, una voce sottile, laminata attraverso la doppia ancia dell’oboe, non tacitabile, ricorsiva: è questa la giustizia? Cosa ripara? Cosa risarcisce? Chi salva, chi vendica? Chi condanna?


Psicostasia, part. dal Giudizio di Hunefer, Libro dei Morti, XIX dinastia 1275 a.C. ca.  Papiro dipinto, cm 45 x 90,5  The British Museum, Londra  (Creative commons)
Bottega di Lucas Cranach il Vecchio  Il Giudizio di Salomone, 1537 c.a.  Olio su tavola, cm 206,5 x 142   Berlino, Gemäldegalerie (Creative commons)
Francesco Arena, Occhio destro occhio sinistro, 2011  Marmo di Carrara, cm 101 x 80 x 2, cm 90 x 80 x 2   Courtesy l’artista, Collezione Agovino, Napoli
Claire Fontaine, La Grande Odalisque, 2024  Olio e pittura a spray su tela e cornice, cm 91 x 1,62   Courtesy l’artista
Filippo Berta, One by One, 2021  Video 4k, 2160p, colore, suono  Confine tra Corea del Sud e Corea del Nord   Courtesy l’artista e Prometeo Gallery di Ida Pisani, Milano
Luca Vitone, Romanistan (Film), 2019  4k, 73’, Ed 1/3 + 1 P.d.A.  Courtesy l’artista, collezione Centro Pecci, Prato

Psicostasia, part. dal Giudizio di Hunefer, Libro dei Morti, XIX dinastia 1275 a.C. ca. Papiro dipinto, cm 45 x 90,5 The British Museum, Londra (Creative commons) — Bottega di Lucas Cranach il Vecchio Il Giudizio di Salomone, 1537 c.a. Olio su tavola, cm 206,5 x 142 Berlino, Gemäldegalerie (Creative commons) — Francesco Arena, Occhio destro occhio sinistro, 2011 Marmo di Carrara, cm 101 x 80 x 2, cm 90 x 80 x 2 Courtesy l’artista, Collezione Agovino, Napoli — Claire Fontaine, La Grande Odalisque, 2024 Olio e pittura a spray su tela e cornice, cm 91 x 1,62 Courtesy l’artista — Filippo Berta, One by One, 2021 Video 4k, 2160p, colore, suono Confine tra Corea del Sud e Corea del Nord Courtesy l’artista e Prometeo Gallery di Ida Pisani, Milano — Luca Vitone, Romanistan (Film), 2019 4k, 73’, Ed 1/3 + 1 P.d.A. Courtesy l’artista, collezione Centro Pecci, Prato

Giovanna ha un modo suo di trattare le opere, che sia il Libro dei Morti o un video di arte contemporanea; pochi cenni, a collocare opera e autore, per andar dritti al centro della riflessione, a partire dalla provocazione dell’artista e dall’immagine, quando c’è.


L’opera è un innesco per meditare su un tema, partendo dal testo artistico, certo, ma esplorando poi piste di approfondimento che, sebbene strutturalmente ancorate all’opera, percorrono direttrici contemporanee, urgenze attuali, anche quando si tratti dell’assassinio di Caino scolpito da Wiligelmo nella pietra della cattedrale di Modena.


Non è sovra-interpretazione o anacronismo, “Giacché se non possiamo né in pittura né altrove, stabilire una gerarchia di civiltà né parlare di progresso, non è perché un qualche destino ci trattenga indietro, ma perché, in un certo senso, la prima pittura andava già sino al fondo dell’avvenire”.


Questo viaggio “fino al fondo dell’avvenire” è ciò che consente, oggi, di continuare a interrogare le opere d’arte con domande impensabili al tempo della loro realizzazione e che, seppur all’epoca celate allo stesso autore, oggi possono emergere a un’analisi penetrante, non distorcendo la struttura del testo, ma utilizzando lo spettro luminoso dello sguardo contemporaneo, per far affiorare alla percezione nuovi contrasti e un intero ordito di nuove questioni.


Giovanna Brambilla è esperta in questo metodo che ha formalizzato in una sua personale narrativa, già sperimentata con successo in altri casi: Inferni – visioni abissali nell’arte; Mettere al mondo il mondo, una riflessione su diciannove opere dedicate al tema della nascita; Al di qua, il tema del lutto e della morte per chi resta, e ora la Giustizia attraverso le pagine di Diritto e Rovescio.


Il carattere distintivo di questa personale narrativa consiste nell’evitare prolisse descrizioni delle opere, nel ricordare l’autore, omettendo, tuttavia, tratti biografici non strettamente pertinenti al lavoro in oggetto, una ritmica veloce, con singoli saggi contenuti tra i 5.000 e i 7.000 caratteri, una concentrazione di tutto l’acume analitico sul senso che si può estrarre dall’opera, su ciò che può essere utile per articolare un nuovo modo di considerare una tematica e di arricchire le nostre visioni, fosse pure di contraddizioni non pacificabili.


Giovanna fa un uso acuto e intelligente di ciò che sostiene Remo Bodei, ovvero che “(…) le cose innescano in chi le usa o le contempla un susseguirsi di rimandi, che sgorgano da loro come da un’unica, inestinguibile sorgente di donazione di senso”.

Il problema è che spesso le cose e le opere non parlano a voce alta,
ma bisbigliano

Il problema è che spesso le cose e le opere non parlano a voce alta, ma bisbigliano: le parole si perdono nel rumore di fondo, rendendo non più rintracciabile nel paesaggio sonoro il mormorio prodotto da quella sorgente di senso.


È in questi casi che serve, una guida esperta, qualcuno che accompagni, che faccia tacere il rumore di fondo, che aiuti ad affinare l’udito, che riporti l’attenzione su quell’eccedenza di senso che non smette di sgorgare dalle opere, così evidente per chi sa già dove dirigere lo sguardo, ma spesso invisibile a chi non sospetta le profondità che si dispiegano oltre all’increspatura delle superfici e non immagina tutti i diversi approcci sperimentabili nel quotidiano, oltre all’apparente stolidità inerte delle cose.


Scrive Giovanna Brambilla: “Le ferite della storia sono sempre aperte alla riflessione, e le stesse pietre che vengono usate per costruire muri, prigioni e barriere, se affiancate e direzionate lastricano le strade che aprono nuove vie”, mostrando come non esistano recinzioni insuperabili al pensiero laterale, allo scartamento dalla via che pareva obbligata fino a un attimo prima.


I libri di Giovanna, in questo contesto, sono Baedecker, Portolani, Guide che conducono il lettore a immergersi in una meditazione su temi esistenziali il cui portato non si esaurisce nella contemporaneità ma dilaga tra i secoli, evidenziando come l’arte nel corso di tutta la storia e ora più che mai, sappia sfuggire a un ruolo esornativo, estetizzante, e in fin dei conti cosmetico rispetto all’attualità.


I libri di Giovanna Brambilla non sono catalogabili nella categoria della Storia dell’arte, ma sono – a loro volta – opere d’arte, che usano come materiali da costruzione altre opere d’arte, mostrando con limpidezza adamantina a cosa serve avere dimestichezza con l’arte, capirne i linguaggi, anche quando siano arcani, lasciarsi condurre su piste di riflessione inarrivabili diversamente, per sviluppare quella che Edgar Morin chiama una testa ben fatta.  


All’interno dell’acronimo STEAM Quella “A” che sta per Arts, in compagnia di Science, Technology, Engineering, Mathematics, presidia un approccio alla conoscenza che non è surrogabile diversamente e che si caratterizza come una delle componenti fondamentali dell’essere umanamente e pienamente al mondo.


Chi avesse ancora dubbi ha solo da leggere Diritto e Rovescio per poi provare a interrogarsi se l’insieme delle riflessioni, delle contraddizioni e delle meditazioni che emergono da questo libro, ancorché agile e veloce, possano essere innescate da qualcosa di diverso che non prenda le mosse da una lettura profonda di opere d’arte, sorretta dalla guida lucida e tagliente di Giovanna Brambilla.

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