Giovedì 16 luglio 2020
Il pianeta è malato
La rivoluzione porterà bel tempo
Scritto da:
Guy Debord
Ogni settimana in collaborazione con la casa editrice nottetempo, cheFare pubblica una serie di interventi di filosofi, antropologi sul mondo naturale. Dopo mesi di reclusione forse è il caso di provare a capire che mondo abitiamo e soprattutto imparare a conoscerlo meglio. Oggi pubblichiamo un estratto dal saggio Il pianeta malato di Guy Debord (inedito del 1971)
Una società sempre più malata, ma sempre più potente, ha concretamente ricreato dappertutto il mondo come ambiente e scenario della sua malattia, come pianeta malato. Una società che non è ancora diventata omogenea e che non è determinata in se stessa, ma sempre più da una parte che si pone al di sopra di essa, che le è esteriore, ha sviluppato un movimento di dominio sulla natura che non si è dominato esso stesso. Il capitalismo alla fine ha portato la prova, con il proprio movimento, di non poter più sviluppare le forze produttive; e questo non quantitativamente, come molti avevano creduto di capire, ma qualitativamente. […] Lo sviluppo della produzione si è fin qui interamente realizzato come compimento dell’economia politica: sviluppo della miseria che ha invaso e degradato l’ambiente stesso della vita. La società in cui i produttori sono uccisi sul lavoro e non possono far altro che contemplarne il risultato dà loro ora apertamente da vedere e respirare il risultato generale del lavoro alienato in quanto risultato di morte. Nella società dell’economia sovrasviluppata, tutto è entrato nella sfera dei beni economici, anche l’acqua delle fonti e l’aria delle città, vale a dire: tutto è diventato male economico, “negazione compiuta dell’uomo” che raggiunge ora la sua perfetta conclusione materiale. […] La funzione ultima, confessata, essenziale dell’odierna economia sviluppata, nel mondo in cui regna il lavoro-merce che assicura tutto il potere ai suoi padroni, è la produzione d’impiego. Si è dunque ben lontani dalle idee “progressiste” del secolo precedente sulla possibile diminuzione del lavoro umano grazie alla moltiplicazione scientifica e tecnica della produzione, che dovrebbe assicurare sempre più agevolmente la soddisfazione dei bisogni precedentemente riconosciuti da tutti come reali, e senza un’alterazione fondamentale della qualità stessa dei beni che risulterebbero così disponibili.
Una società sempre più malata, ma sempre più potente, ha concretamente ricreato dappertutto il mondo come ambiente e scenario della sua malattia, come pianeta malato. Una società che non è ancora diventata omogenea e che non è determinata in se stessa, ma sempre più da una parte che si pone al di sopra di essa, che le è esteriore, ha sviluppato un movimento di dominio sulla natura che non si è dominato esso stesso. Il capitalismo alla fine ha portato la prova, con il proprio movimento, di non poter più sviluppare le forze produttive; e questo non quantitativamente, come molti avevano creduto di capire, ma qualitativamente. […] Lo sviluppo della produzione si è fin qui interamente realizzato come compimento dell’economia politica: sviluppo della miseria che ha invaso e degradato l’ambiente stesso della vita. La società in cui i produttori sono uccisi sul lavoro e non possono far altro che contemplarne il risultato dà loro ora apertamente da vedere e respirare il risultato generale del lavoro alienato in quanto risultato di morte. Nella società dell’economia sovrasviluppata, tutto è entrato nella sfera dei beni economici, anche l’acqua delle fonti e l’aria delle città, vale a dire: tutto è diventato male economico, “negazione compiuta dell’uomo” che raggiunge ora la sua perfetta conclusione materiale. […] La funzione ultima, confessata, essenziale dell’odierna economia sviluppata, nel mondo in cui regna il lavoro-merce che assicura tutto il potere ai suoi padroni, è la produzione d’impiego. Si è dunque ben lontani dalle idee “progressiste” del secolo precedente sulla possibile diminuzione del lavoro umano grazie alla moltiplicazione scientifica e tecnica della produzione, che dovrebbe assicurare sempre più agevolmente la soddisfazione dei bisogni precedentemente riconosciuti da tutti come reali, e senza un’alterazione fondamentale della qualità stessa dei beni che risulterebbero così disponibili.