Più volte, osservando i disegni del suolo della Ville Radieuse o, ancora, osservando gli schizzi di Hilberseimer o di Alvar Aalto, mi sono chiesta le ragioni di queste rappresentazioni e mi sono soprattutto chiesta di cosa concretamente fosse fatto il «vuoto» della città moderna e, infine, in che senso questo «vuoto» avesse a che fare con l’approccio funzionalista o, meglio, se esistesse una qualche coerenza tra la forma dello spazio aperto e l’idea di funzione. In modo più allargato, questo ragionamento mi ha portato a dubitare della possibilità di dare un’interpretazione dello spazio urbano moderno e pre-moderno sottovalutando l’importanza delle idee, delle forme di rappresentazione dello spazio aperto.
Detto altrimenti: comprendere la città richiede di affrontare contemporaneamente differenti piani di riflessione, ben al di là del rapporto semplificato figure-ground.
Non esiste ancora una storia della città e del territorio che nasca dal far procedere parallelamente la trattazione degli aspetti più rilevanti di ciascun piano e di ciascun punto di vista.
In modo limitato e prendendo come campo quello definito dagli schizzi di Le Corbusier, o dalle immagini di villa Savoye, le mie considerazioni partono dalla constatazione di qualcosa di mancante, di espunto dal quadro e sono seguite dall’ipotesi che l’interpretazione corrente delle superfici a «verde» contenute nei disegni degli architetti e degli urbanisti del Movimento Moderno – il «verde» come dispositivo di separazione delle funzioni e funzione esso stesso, spazio del loisir e dello sport attrezzato per le diverse età – sia ancora insufficiente a chiarire le ragioni della loro presenza. Esistono altre ragioni che allargano la comprensione del loro ruolo e che riportano, ancora una volta, al funzionalismo.
Un vuoto utilitaristico e funzionale
Come ho già scritto, mantenendo separate le due riflessioni che da sempre orientano la costruzione della città e del territorio, quella urbanistico-architettonica e quella sul paesaggio e sull’ecologia del paesaggio, è molto difficile, se non impossibile, capire in profondità le ragioni dello spazio moderno e non solo. Molto è stato scritto in questi anni su questo tema, ma qualcosa può ancora essere aggiunto.
Se Constant oppone la città del gioco alla città utilitaristica, conviene forse capire meglio in che senso il «vuoto» della città moderna possieda i caratteri di spazio utilitarista e funzionale. Neologismo inglese introdotto da Bentham (utilitarian, 1781) per descrivere la sua nuova filosofia dell’interesse generale, «utilitarista» venne immediatamente, e anche oggi, utilizzato in senso peggiorativo, molto distante dagli obiettivi filosofici che Bentham si proponeva. Qualche anno dopo la pubblicazione di An Introduction to the Principles of Morals and Legislation (1789) Humphry Repton, nel suo trattato An Enquiry into the Changes of Taste in Landscape Gardening (1806), sostiene il principio utilitarista e funzionale nell’organizzazione del parco e del giardino.
Estensione dello spazio sociale dell’alloggio, spazio utile e funzionale a molte pratiche individuali e collettive, utile anche perché produttivo: il verde funzionale si carica di tutti questi significati. Ad essi va aggiunta la riflessione sul funzionamento dello spazio naturale in senso ecologico, un aspetto, questo, non ancora sufficientemente approfondito. Non si tratta soltanto dell’idea di connessione ecologica che viene messa a punto e utilizzata in molti progetti di città funzionale, a partire dal piano della Grande Berlino di Jansen (1910) o della Grande Helsinki di Saarinen (1918) e non si tratta solo del ruolo importante di alcuni paesaggisti come Leberecht Migge nella progettazione delle più interessanti siedlungen tedesche degli anni venti (Haney 2010), ma di una svolta più profonda nella concezione dello spazio e del ruolo della Natura nella città moderna che partecipa in modi del tutto coerenti all’ideologia funzionalista, all’idea di costruzione di una società diversa ispirata dal paradigma evoluzionista.
La ricostruzione della Natura
Le più importanti esperienze di costruzione della città moderna, la città socialdemocratica svedese (tra queste le realizzazioni a Stoccolma negli anni trenta) e i progetti legati al Piano di Amsterdam di van Eesteren, sono legate a questa svolta. Il parco funzionalista si propone di esprimere il nuovo sistema sociale utilizzando una nuova idea di Natura.
Il parco svedese tra fine Ottocento e primi Novecento è influenzato dalla tradizione tedesca di percorsi ondulati e di orticultura, a sua volta riduzione della tradizione e semplificazione del parco inglese. Sono i botanici come Rutger Sernander (1866-1944, tra l’altro anche geologo e archeologo) a riflettere sulla necessità di uno spazio verde, di un parco più in accordo con le forme del paesaggio esistente. Attorno all’idea del ritorno della natura in città si forma la Scuola di Stoccolma (Andersson 2002) che avrà grande influenza sul disegno dello spazio aperto moderno europeo.
Nelle proprie realizzazioni essa segue due direzioni fondamentali. La prima è fortemente aderente ai luoghi, all’individuazione delle loro possibilità, all’esaltazione delle loro potenzialità. Le condizioni interne e specifiche di ciascun sito sono sfruttate «con enfasi e semplificazione». La seconda riguarda il comfort, la ricreazione, il piacere: in questo senso il parco è utilitarista, il bene per il maggior numero di persone considerate come eguali. Per Erik Glemme, chief designer del Park Department di Stoccolma dal 1936 al 1956, o per Holger Blom, urbanista e direttore dei parchi di Stoccolma dal 1938 al 1971, il programma sociale del parco è importante tanto quanto quello naturale e riflette la convinzione che la città sia un’istituzione profondamente democratica.
La differenza tra parco all’inglese e parco funzionalista veniva così stigmatizzata: se William Kent poteva scrivere «all Nature is a Garden (Horace Walpole, alla metà del XVIII secolo)», per il movimento funzionalista svedese degli anni trenta «all gardens are Nature». Questa citazione contribuisce a chiarire anche la precedente riguardo all’enfasi e alla semplificazione: il parco funzionalista svedese ricrea in luoghi marginali e in modi rafforzati (enfatici) le caratteristiche del paesaggio regionale dentro la città. Ricostruisce la Natura là dove essa non esiste più e lo fa attraverso i suoi archetipi: il terreno roccioso dell’arcipelago, la foresta di pini, paesaggi semplici che riappaiono dentro la città.
Si conclude la stagione del parco come orticultura e collezione di specie; si apre la stagione del parco come ricostruzione della natura all’interno dello spazio abitabile, non più separata da esso. In questo percorso anche la terza delle tre nature declinate da John Dixon Hunt – il giardino – scompare, lo spazio verde si infiltra nella città, non stabilisce alcuna distanza con essa, diventa parte integrante del tessuto urbano e spazio attivo nel quale si collocano molte delle pratiche dei suoi abitanti.
La foresta assume un nuovo ruolo nel progetto dello spazio verde, reso possibile in Svezia dal senso profondo della natura che pervade la cultura nordica nella quale la foresta è luogo da abitare e non da fuggire, più calmo e sicuro della città6.
Nei parchi Fredhäll (realizzato tra il 1936 e il 1938) nel centro di Stoccolma e Norr Mälarstrand (1941-43), una fascia larga solo 15 metri lungo il lago Mälaren che gli abitanti di Stoccolma ritengono essere un’area naturale preservata dentro la città e invece è il risultato di un progetto di ricostruzione della natura, si rappresenta una nuova idea di città funzionale, in senso ecologico e spaziale.
La funzione rappresentativa del parco non si perde nel progetto moderno, soprattutto negli esperimenti più interessanti e consapevoli come ad esempio la realizzazione del bosco di Amsterdam, elemento centrale del piano di van Eesteren, su terreno conquistato al mare e trasformato in nuova Natura.
Jacobus Pieter Thijsse, biologo nato a Maastricht nel 1865 (Woudstra 1997), attento alla conservazione delle ultime aree naturali rimaste e propugnatore del giardino naturale, influenza profondamente il disegno del bosco di Amsterdam di van Eesteren e Mulder (Daalder 2003). A fine Ottocento, l’apprezzamento della wilderness non apparteneva alla cultura olandese: gli ultimi disboscamenti delle foreste native sono del 1870, le bonifiche riducono drasticamente le aree paludose, il Piano per Amsterdam di Niftrik del 1866 che propone un sistema di parchi viene rigettato. Thijsse, senza rivestire le sue ricerche di coloriture ideologiche del tipo di quelle che negli stessi anni stavano crescendo in Germania, dà inizio insieme a Eli Heimans ad un lungo lavoro di ricognizione e recensione degli elementi naturali rimasti e alla pubblicazione della rivista «De levende natuur» (Natura vivente) che popolarizza il tema della natura. Elabora l’idea di instructieve plantsoenen, parco istruttivo da realizzarsi in ogni città per portare ogni cittadino a fare esperienza della natura (Woudstra 1997).
È con Berlage e il Piano per Amsterdam sud che la discussione sul progetto di una struttura di spazi aperti si estende alla discussione pubblica; Thijsse partecipa con articoli nei quali chiede la realizzazione di parchi e di una grande foresta a sud della città. Essa è inclusa nel nuovo Piano di Amsterdam dopo che, nel 1921, il territorio urbano era stato ampliato da 2100 a 17 500 ettari e una modifica al Woningwet aveva allargato la competenza del Piano non solo ad aree residenziali e strade, ma anche alle aree verdi.
Una Boschcommissie dettaglia i requisiti del nuovo parco, dapprima cercando riferimenti in altri paesi, essendo il progetto di un nuovo bosco ricreativo del tutto originale in Olanda, chiarendone il fondamentale ruolo sociale e prescrivendo, sotto l’influenza di Thijsse, l’utilizzo di specie vegetali autoctone e la proporzione 1:1:1 tra prato, acqua, bosco. Con l’apporto di Jacoba Mulder, J. L. Smit e l’appoggio di J. T. P. Bijhouwer, chairman della Società dei paesaggisti olandesi che introduce lo slogan «back to nature and native art», Cor van Eesteren, urbanista, realizza il primo grande progetto di spazio verde moderno (il disegno definitivo è del 1935).
L’approccio che guida la costruzione del progetto coniuga il principio funzionale (i diversi programmi presenti nel parco) e l’attenzione alle funzionalità ecologiche. Non solo le diverse attività danno forma al parco, ma le piante contribuiscono alla bonifica dei terreni, il sistema di drenaggio si appoggia a tutti i segni d’acqua esistenti e creati, dai fossi ai ruscelli, ai bacini, ai laghi, consentendo lo sviluppo di processi biologici e della biodiversità.
Reinterpretazione del parco inglese, l’Amsterdambos è stato definito «the definitive democratic city park of the twentieth century» ed è una delle espressioni più importanti di un funzionalismo allo stesso tempo ecologico e spaziale.
Alla base dei due progetti di spazio moderno si trova l’idea che un ecosistema «funzioni» e che le funzioni ecosistemiche siano da mettere in relazione alle sue parti costitutive, al loro ruolo e qualità e ai loro effetti sugli stessi ecosistemi, concetti derivati da autori come Darwin e Charles Elton. La possibilità di costruzione di nuova natura e di uno spazio aperto e verde nel quale abitare trova in alcune esperienze iniziate negli anni cinquanta del Novecento e proseguite nei decenni successivi alcune realizzazioni esemplari.