Pubblichiamo un estratto dal booklet Da spettacolo a sostanza: Civicity come approccio.
CIVICITY è la prima edizione di Redesigning Design Weeks, un programma di residenze pluriennale in cui i designer sono invitati a riflettere sull’impatto degli eventi di design – in termini sociali, ambientali e culturali – sulle città che li ospitano. Il programma è un’iniziativa del Nieuwe Insituut di Rotterdam in partnership con l’Ambasciata e il Consolato Generale dei Paesi Bassi in Italia e cheFare, agenzia per la trasformazione culturale.
Dove vivono le persone che fanno le pulizie durante la Design Week?
E quelle che si occupano della sicurezza?
E dove vive chi si occupa della logistica della Design Week, quelli che trasportano le scatole e montano gli stand, spostano avanti e indietro i lampadari, le sedie, i tavolini, i portabottiglie, i cavatappi, i divani, i tappeti, le lampade, i comodini, i portaombrelli?
E dove vivono quelli che si occupano del catering, degli stuzzichini, del fingerfood, delle focaccine, delle pizzette, dei vasetti di couscous?
Vivono dentro i confini del comune di Milano oppure in quelli dell’hinterland?
Vivono nei comuni di prima fascia come Assago, Corsico, Cinisello Balsamo, Cusano Milanino, Opera, Pioltello, Peschiera Borromeo, San Giorgio su Legnano, e Segrate?
O vivono nei comuni di seconda fascia come Bellinzago Lombardo, Cassinetta di Lugagnano, Trezzo sull'Adda, Inveruno, Marcallo con Casone, Robecchetto con Induno, Vanzaghello, Zibido San Giacomo?
Quanti kilometri percorreranno durante la Design week per andare da casa al posto di lavoro, e ritorno?
Si sposteranno con i treni delle Ferrovie Nord o con quelli di Trenitalia?
Con un’auto privata o con un’auto aziendale?
Con una bicicletta tradizionale o con una elettrica?
Con un monopattino o con un monociclo?
Quante ore impiegheranno?
Che contratti hanno?
Che vita fanno?
Ma invece. Che vita fanno tutti quelli che vengono qui dal resto del mondo?
Cosa vengono a fare, davvero le persone alla Design Week?
E come ci vengono?
Se chiudiamo le palpebre e proviamo a visualizzarli con gli occhi della mente, che forma prendono?
Sono sciami, come se fossero insetti?
Sono nubi fatte di persone, con la montatura degli occhiali colorata e il computer aperto davanti?
Sono processioni di treni?
Di automobili?
Sono code di aerei?
Ma invece. Ripensando un attimo a quegli stuzzichini, al fingerfood, alle focaccine, alle pizzette, ai vasetti di couscous: quanti ne verranno mangiati e quanti invece ne verranno buttati?
Quanti diventeranno posaceneri improvvisati?
E quanti Spritz Campari, Spritz Aperol, Ugo, Negroni, Negroni Sbagliati, birre industriali, birre artigianali, shot di vodka e bicchieri di whisky verranno bevuti?
E quanti invece cadranno a terra?
Quanti cadranno su altre persone?
Sulle magliette, sulle felpe, sui cappotti, sui pantaloni, sulle gonne?
Quanti sulle scarpe?
E che scarpe saranno?
Sneaker, stivali, scarpe con il tacco a spillo o con i tacchi comodi?
Sandali, infradito?
Quanti cadranno sui computer, sui cellulari, sugli smartwatch?
E quanti sui poster, sui flyer, sui magazine?
Ma invece. Quanta gente se ne andrà da Milano durante la Design Week?
Andranno nella seconda casa al mare o a quella in montagna?
Torneranno nella cameretta a casa dei genitori a Bagnara Calabra, a Cividale Camuno, a Montemassi?
O partiranno per le Azzorre, per Bali, per la Camargue?
Quanti di loro affitteranno la casa a chi viene da fuori?
E come verranno pagati?
In contanti?
Con un bonifico?
Attraverso una piattaforma?
Saranno pagamenti regolari o in nero?
Chi ci pagherà le tasse sopra, e chi no?
Quanto incide la Design Week sul costo degli affitti durante tutto l’anno?
E sul prezzo delle case in vendita?
Cosa ne direbbe un agente immobiliare?
E un sociologo, un urbanista, un giurista, un economista?
Qual è l’economia grigia delle Design Week?
E quella nera?
Quanti scambi opachi o innominabili avvengono durante quella settimana?
Girerà più cocaina, più ketamina, più eroina, più ecstasy?
E quanta?
C’è qualcuno che viene alla Design Week per prendere i funghetti?
E il Rivotril? Tavor, Xanax, Valium, Ansiolin, En, Frontal, Lexotan, Prazene, Control, Lorans?
Ma invece. Cosa succede durante la Design Week nei quartieri che non hanno la week?
Cosa succede a Baggio, Adriano, Chiaravalle, Quarto Oggiaro, Barona, Bovisasca?
Gli abitanti sono contenti o scontenti?
Gliene frega qualcosa?
Esiste una Milano normale, mentre quella della Week è eccezionale? È una domanda che ha senso?
Se nella mappa della Design Week quasi tutto succede all'interno della circonvallazione, cosa succede fuori?
Chi arriva per la Design Week per dormire si distribuisce lungo gli assi della metropolitana?
La design week è diversa per i quartieri di periferia in cui arriva la metropolitana?
È diversa per Crescenzago, Cimiano, Corvetto, Porto di Mare, Lorenteggio, Giambellino?
È diversa per chi ci vive, per chi usa i quartieri per una settimana, per chi ci lavora?
Ma invece. Come sarebbe Milano se la Design Week non ci fosse?
Sarebbe un posto migliore o peggiore? Sarebbe un posto solo differente?
Ci sarebbe lo stesso la crisi degli alloggi?
Le persone lascerebbero comunque Milano perché è troppo cara?
La città si sentirebbe comunque così internazionale?
Cosa cambierebbe per il mondo dell’arte? E per quello della moda?
E per le università? E per le accademie d’arte?
Ma invece. Quanti baci sulle guance vengono dati durante la Design Week?
E quanti baciamani?
Quanti amplessi vengono consumati da chi è in città per la Design Week?
Quanti preservativi vengono scartati?
Quante coppie si formano? Quante coppie si scoppiano?
E quanto durano, poi, nel tempo?
Quanti sono, e chi sono, i figli concepiti durate la Design Week? E i nipoti?
Ma invece. La Design Week gentrifica i quartieri?
E cosa vuol dire, poi, gentrificare? Chi ci guadagna e chi ci perde quando i vecchi abitanti di un quartiere se ne vanno?
C’è bisogno di politicizzare la Design Week?
È una questione di sindacalizzazione per chi lavora nelle pulizie, nella logistica, nella sicurezza, nel catering?
È qualcosa che riguarda soprattutto i designer? E se è così, li riguarda perché dovrebbero sindacalizzarsi o perché dovrebbero considerare temi più politici nel loro lavoro?
Chi ci guadagna davvero nella Design Week? Gli espositori della Fiera? I buyer? Gli studenti? Chi ha una casa o una stanza da affittare?
Ma invece. Qual è il bioma che vive sulla pelle di chi viene alla Design Week?
Quanti batteri, virus, funghi, alghe si spostano con le persone?
Arrivano nuovi semi, nuove specie?
Cosa cambia durante la Design Week per i piccioni di Milano?
E per i pappagalli? Per i corvi, le cornacchie, i merli? Per gli aironi e i falchi pellegrini?
Per i ratti, le nutrie, gli scoiattoli? E per gli scarafaggi, le formiche, le api, i mosconi, le zanzare?
E per i gatti che vivono nelle colonie feline? Per i cani da appartamento? Per i pesci rossi? Per i maiali, e i polli e le mucche degli allevamenti intensivi intorno alla città?
E per i bagolari, gli oleandri e le acacie?
Ma invece. Quanto aumenta l’uso delle toilette con la Design Week?
Quante volte in più viene azionato lo scarico?
Quanti rotoli di carta igienica vengono utilizzati? E quante salviette? E quanti assorbenti?
Quanto aumenta il carico delle fognature durante la Design Week?
Cosa cambia per i corsi d’acqua della città, quelli nascosti sotto l’asfalto e quelli ancora alla luce? Per il Lambro, l’Olona, il Seveso, il Cavo Redefossi, l’Acqualunga, il Pudiga e il Merlata, la Vettabbia, il Naviglio Martesana, il Naviglio Grande, il Naviglio Pavese?
Ma invece. A cosa serve farsi domande sulla Design week?
La Design Week è una cosa che esiste, e basta? La Design Week è una manifestazione spontanea, non regolata a e non regolabile? La dobbiamo prendere così come viene perché altrimenti non sarebbe più la Design week?
È qualcosa che va cambiato? E se sì chi la deve cambiare? Gli espositori, la giunta comunale, le università, chi arriva da altre parti del mondo? Gli abitanti di Milano?
C’è qualcosa di più ozioso che farsi domande sulla Design Week?
O qualcuno dovrà pur chiedersi come progettarla?