Lunedì 12 maggio 2025
Cultura senza confini
 
La cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi 2024
Dal web

Questo articolo di Toni Attard, proposto su cheFare nella traduzione italiana, è parte di una collaborazione tra cheFare e Radical Creativities. L'originale è consultabile qui, sul sito di Radical Creativities.


Ogni quattro anni il mondo assiste a un grande spettacolo sportivo, in cui le cerimonie di apertura dei Giochi Olimpici trasformano gli impianti in teatri immersivi. Queste produzioni di portata epica mettono in mostra l’eccellenza artistica del paese ospitante, offrendo al pubblico globale momenti unici e memorabili che fondono il patrimonio culturale con l’espressione contemporanea.

Come regista teatrale, ho sempre ammirato la scala e l’ingegnosità di queste cerimonie. Dai tableaux allegorici dedicati alla storia greca di Atene 2004 ai suggestivi batteristi di Pechino 2008, dai camei di James Bond e delle Spice Girls a Londra 2012 alle scuole di Samba di Rio 2016, fino agli omaggi commoventi di Tokyo 2020 agli operatori sanitari e alla rappresentazione giocosa dei pittogrammi olimpici, ogni edizione ha lasciato immagini indelebili nel nostro immaginario collettivo.

Il livello di spettacolo rimane senza pari, con l’innovazione che alimenta sia la ricostruzione sia la decostruzione dell’identità culturale del paese ospitante. La mia esperienza da spettatore televisivo distante di Parigi 2024 è stata di tutt’altro livello. In quell’occasione non mi sono sentito un semplice spettatore passivo di uno show in uno stadio lontano e mai visto, ma parte di un racconto più ampio lungo un fiume e strade che mi erano familiari.

Parigi, città dal profondo radicamento culturale e al contempo palcoscenico di espressioni contemporanee diversificate e contrastanti, ha offerto il teatro perfetto per uno spettacolo artistico senza precedenti. Quelle stesse strade che avevo percorso pochi mesi prima e i siti storici che avevo visitato nel corso degli anni sono diventati un palcoscenico ben oltre il mero intrattenimento. Certo, mi ha divertito vedere una Maria Antonietta decapitata accompagnata da una band heavy metal, e il mio lato romantico si è sciolto in lacrime vedendo e ascoltando Céline Dion sotto la pioggia sulla Tour Eiffel. Eppure, quella cerimonia è andata oltre: il compito dell’artistic director era chiaro – portare la cerimonia fuori dal suo tradizionale allestimento e farla vivere in spazi in cui si stabiliscono connessioni emotive, intraprendendo un viaggio creativo olimpico lungo la Senna.

Man mano che le scene si susseguivano lungo la Senna, ho avvertito quell’evento anche come “mio”

Giocosità, umorismo e irriverenza, ispirati alla diversità della cultura francese, hanno incarnato quegli stessi principi che, da non francese, riconoscevo come l’essenza del “quello che è francese” e riflesso dei valori della Repubblica. Man mano che le scene si susseguivano lungo la Senna, ho avvertito quell’evento anche come “mio” – non in quanto cittadino maltese o europeo, e di certo non come atleta olimpico, ma come essere umano curioso e connesso a una comunità globale. Ho sentito il richiamo delle scelte artistiche di Thomas Jolly nella loro teatrale audacia, ma soprattutto nell’invito a ritrovarmi in uno spazio che avevo sempre immaginato riservato esclusivamente a nazionalismo, arte d’élite e spirito sportivo.

Mi sono sentito rappresentato lungo la Senna attraverso la libertà, la diversità e l’inclusività, stratificate da brio, eleganza e brillantezza. Quando sullo schermo è apparsa, in inquadratura d’insieme, la lunga tavolata bacchica guidata da un DJ affiancato da drag queen, ho esultato. Quella scena, traboccante di gioia, libertà e audacia, celebrava la diversità e l’auto-espressione. Poiché queste scelte non potevano trovare l’unanimità, immaginavo già la reazione delle fazioni conservatrici. E infatti, in poche ore, la cerimonia è stata bollata come blasfema da esponenti religiosi e da figure pubbliche come Donald Trump, che l’hanno definita un’offesa o una presa in giro.

Riguardando i fatti, l’interpretazione distorta delle immagini “in faccia” ispirate alla Baccanalia non è stata frutto di ingenuità, bensì di una lettura ossessiva e narcisistica da parte di una comunità conservatrice che si sente minacciata dal riconoscimento, dalla visibilità e dalla celebrazione delle minoranze, in particolare della cultura queer. Ciò riflette un disagio profondo verso eventi artistici che cercano di proporre narrazioni nuove o diverse, soprattutto su scala globale. I movimenti conservatori in ascesa reagiscono con forza a manifestazioni che offrono una visione della società più progressista o variegata, soprattutto quando mettono in discussione ideali eteronormativi o tradizionali. E la cerimonia di apertura di Parigi ha fatto proprio questo – ha celebrato la diversità in modo evidente e senza scuse, ha sovvertito stereotipi e ha dato spazio alle culture minoritarie sotto i riflettori olimpici.

Il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump, ha definito quella scena “uno scandalo” e ha avvertito che, se eletto, a Los Angeles 2028 “non ci sarà un Ultima Cena”. Le sue parole ricalcano un copione consueto: i conservatori che reagiscono con ostilità a ciò che percepiscono come un affronto alla tradizione e ai valori culturali. Le immagini bacchiche, anziché essere viste come un’espressione gioiosa e inclusiva di libertà, sono state bollate da alcuni come moralmente inaccettabili. Ma il vero problema andava oltre le immagini: a essere messo in crisi era un modo di vedere il mondo che fatica ad accettare rappresentazioni artistiche di diversità e inclusione.

Le critiche di Trump, per quanto non sorprendenti, hanno ricordato a tutti che alcuni politici si autoproclamano arbitri morali con il potere di plasmare i valori della società intervenendo sull’espressione artistica. Tuttavia, a fronte del fragore conservatore si sono levate voci di sostegno, a partire dal presidente Macron. La difesa dell’art director da parte di Macron, dopo le offese online, ha dimostrato l’importanza decisiva dell’azione politica e dell’impegno nel proteggere e garantire la libertà artistica.

Parigi 2024 ha ridefinito il mio concetto di cerimonia olimpica. È stata una celebrazione ardita e ampia di arte e cultura, libera dai confini dello stadio. Ha invitato me e il mondo intero a ritrovarci – nella giocosità della storia francese, nella forza della rappresentazione queer o nei temi universali di libertà e inclusione. Le sue provocazioni hanno aperto uno spazio di dialogo sulle specificità culturali controverse.

Questo trionfo artistico ha superato la mera celebrazione dello sport; è stato uno spostamento sismico creativo visto attraverso una lente francese unica. Ha trasformato il cuore di Parigi in un palcoscenico a cielo aperto, fondendo passato e presente. Ha sfidato identità e memoria storica, ha corso rischi formidabili e ha spinto i limiti, lasciando un’eredità per chiunque ami diversità e inclusione negli eventi globali.

Foto di Molly The Cat su Unsplash.

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