Lunedì 10 settembre 2018
Fare della conoscenza un bene comune
 
Il campo dell’innovazione e dell’impresa sociale

Tra i vari segnali di fine d’epoca che contraddistinguono questo tempo si può forse annoverare anche il censimento ISTAT sulle istituzioni nonprofit. Salvato dalla scure della spending review è stato realizzato alla vecchia maniera raccogliendo cioè le informazioni da tutte le organizzazioni inserite nella lista censuaria (in totale 301mila) e divulgando poi i risultati attraverso un datawarehouse semi libero che consente elaborazioni su variabili predefinite. Un percorso lungo – i dati sono aggiornati al 2011, i primi report sono del 2013 e il libro curato da Barbetta, Ecchia e Zamaro che sintetizza i principali risultati è uscito nel 2016 – durante il quale sono successe molte cose. La più rilevante, politicamente parlando, è la riforma del terzo settore ormai giunta a conclusione del suo iter, mentre dal punto di vista conoscitivo è partito il nuovo censimento permanente basato su dati campionari rilevati a cadenza biennale.

Vale la pena quindi analizzare statistiche vecchie non solo per data di rilevazione, ma anche considerando le trasformazioni del contesto normativo e, più in generale, socioeconomico? Forse sì, nella misura in cui l’obiettivo è di restituire non solo la fotografia d’insieme di un settore strutturalmente complesso ed articolato al suo interno e neanche una rassegna “muscolare” delle sue performance (in termini di persone coinvolte, risorse economiche mobilitate, utenti e beneficiari serviti). L’intento piuttosto è di isolare segmenti settoriali e sub-popolazioni organizzative caratterizzati da un dinamismo emergente per cogliere segnali di mutamento eventualmente poi rilevabili in forma compiuta grazie ai dati del nuovo censimento e di altre indagini.

Il primo segnale corrisponde al perimetro del terzo settore nel comparto nonprofit. I due concetti infatti non sono coincidenti e il discrimine riguarda, essenzialmente, la missione. In tal senso nel censimento è disponibile una variabile che approssima il finalismo del terzo settore stabilito dalla legge di riforma (l. n. 106/16). Le “finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale” realizzate mediante “attività di interesse generale” sono ben approssimate dalle risposte a una domanda del questionario di rilevazione dove si chiedeva se l’organizzazione nonprofit svolge le proprie attività per: 1) la promozione e la tutela dei diritti, 2) il sostegno a soggetti deboli, 3) la cura dei beni collettivi. I risultati della rilevazione restituiscono un’importante partizione. Da una parte organizzazioni nonprofit che dichiarano di non perseguire alcuna delle finalità indicate, impegnate quindi a perseguire generici obiettivi di socialità a corto raggio (52,5%). Dall’altra invece organizzazioni orientate verso finalità ispirate ai citati obiettivi di rappresentanza, tutela e partecipazione civica più esplicitamente coerenti con il finalismo del terzo settore (47,5%). Tra queste ultime è possibile osservare una ulteriore segmentazione riguardante l’orientamento public benefit del nonprofit che rivolge quindi i propri servizi non solo a favore dei propri soci, ma di una più ampia collettività. Un’opzione che caratterizza ben il 72% degli oltre 143mila soggetti nonprofit che hanno esplicitato la loro dichiarazione di missione. Si presenta così il classico problema del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno: un’identità da terzo settore già affermata e da consolidare, oppure un ambito ancora scarsamente dotato di una cultura distintiva e quindi non in grado di operare come un corpo unitario esponendosi a fenomeni di colonizzazione da parte delle istituzioni dominanti? Un dilemma non nuovo, ma che oggi si ripropone in una versione che è insieme più radicale e ambivalente, nella misura in cui elementi di collaborazione, condivisione, cooperazione sono sempre più parte integrante dei business model dell’economia mainstream e le forme della delega democratica soffrono, anche su scala locale, nel restituire con la propria “offerta politica” una rappresentazione aggiornata della nuova straficazione sociale.

Tra le finalità che esplicitano la missione dei soggetti nonprofit spicca la cura dei beni collettivi. Anche in questo caso si tratta di una variabile che approssima, pur camminando sulle uova delle definizioni, una fenomenologia ricca e sfaccettata che riguarda il ritorno dei commons se non come paradigma, almeno come modello di gestione della “cosa pubblica”. Quale rilevanza ha questa dimensione nell’ambito del nonprofit italiano? Il segmento orientato alla “cura dei beni comuni” consiste in 35.654 organizzazioni che corrispondono al 25% del totale delle organizzazioni che hanno esplicitato la loro missione e al 12% del totale nonprofit. Tra queste la metà dichiara di avere come mission esclusiva la cura dei beni collettivi, mentre l’altra metà combina questa finalità con mission orientate all’advocacy e alla cura/inclusione di fasce deboli. Sono organizzazioni più orientate a relazionarsi con la sfera pubblica, ma non solo in chiave contrattuale per la fornitura di prestazioni di servizio, quanto piuttosto per la capacità di partenariato che si desume dalla maggiore incidenza di protocolli e partnership di collaborazione con enti pubblici (35% dei protocolli siglati contro il 30% di chi opera per soggetti deboli e 28% di chi è impegnato in attività di advocacy). Inoltre la mission di natura public benefit e orientata alla cura dei beni comuni appare strettamente correlata alla dimensione dell’attivismo: oltre ¾ delle istituzioni nonprofit che esplicitano l’obiettivo dell’attivismo operano nello spazio della cittadinanza attiva e dell’inclusione di soggetti deboli. Un settore quindi che pur non essendo maggioritario assume una consistenza non residuale e soprattutto sembra in grado di definire un proprio modello di azione rispetto al più ampio comparto di cui fa parte.

Rimanendo nell’ambito della cura dei beni collettivi si può osservare il peso specifico esercitato dalle attività di produzione e conservazione culturale. Tra le già citate 35mila istituzioni nonprofit che hanno esplicitato la missione di cura dei beni collettivi il 29% (pari a poco più di 10mila soggetti) opera in campo culturale e costituisce ben il 19% del totale del comparto cultura nonprofit, ad indicare un orientamento della produzione e tutela culturale orientato nel senso dello sviluppo locale e di comunità. Questo segmento di organizzazioni culturali per la cura dei beni collettivi è, nella maggioranza dei casi, di recente costituzione (il 65% è nato dopo il 2000) segnando una performance significativamente più rilevante rispetto all’intero comparto (nel solo 2011, anno della rilevazione, si è costituito l’11,2% contro il 4,9% del totale del settore culturale). Altro aspetto di rilievo riguarda il modello organizzativo e di business. Le istituzioni nonprofit culturali impegnate nella cura dei beni collettivi sono a elevata composizione volontaristica (200mila volontari, in media 19 per unità) e a più basso contributo occupazionale (solo il 9% delle organizzazioni impiega circa 6mila lavoratori retribuiti). Inoltre si caratterizzano per un modello economico più polarizzato sulla dimensione market (il 31% ricava oltre la metà delle risorse economiche da scambi di mercato contro il 29% del settore cultura) e nella sfera pubblica (nel 24% dei casi prevalgono finanziamenti pubblici contro il 19,9% del settore cultura). Infine l’identikit si completa osservando, anche in campo culturale, una più spiccata propensione alla partnership pubblico / privata: ben il 38% del nonprofit culturale impegnato nella cura dei beni collettivi ha siglato accordi di collaborazione con enti pubblici (locali soprattutto), contro il 17% del settore culturale nel suo insieme. Il carattere connettivo di queste organizzazioni è rilevabile comunque non solo rispetto alla sfera pubblica, ma più in generale con le diverse articolazioni sociali del territorio e con i singoli cittadini. Si rilevano infatti in questa popolazione una diffusa capacità di promuovere eventi di sensibilizzazione, di utilizzare strumenti digitali di social networking e di organizzare campagne di raccolta fondi.

La pubblicazione, avvenuta poche ore fa, dei decreti attuativi segna la fine del processo di riforma normativa e apre il confronto sulle strategie di sviluppo, come dimostra “l’agenda aperta 2017-2021” lanciata dal Forum Terzo Settore. Tutto questo non solo per necessità di implementazione della normativa in senso strettamente tecnico, ma soprattutto per metabolizzare mutamenti interni allo stesso terzo settore che assumono una consistenza crescente guardando ad almeno tre aspetti: Le finalità perseguite: in un quadro dove ciò che è di interesse generale scaturisce più dalla dimensione d’impatto generato piuttosto che da principi e settori stabiliti ex ante, il terzo settore è chiamato a recuperare una capacità istituente rispetto ad un ampio ventaglio di iniziative dal basso che fino ad oggi è riuscito solo in parte ad attrarre nel suo ambito, limitando così anche la possibilità di rigenerarsi. Le partnership esterne, in particolare col settore pubblico: il florilegio di protocolli e accordi quadro di natura regolativa dovrebbe lasciare spazio a contrattualità in grado di liberare il potenziale di cross-fertilization e di coinvestimento, in particolare per quanto riguarda l’industry della rigenerazione sociale. La diversificazione dei modelli imprenditoriali, in particolare guardando alla saldatura tra settore cultura e cura dei beni collettivi: si tratta infatti di un legame che sollecita sia il versante dell’impresa sociale nel terzo settore (e in specifico della cooperazione sociale) sia il più ampio bacino delle imprese che mettono al centro della loro produzione il valore sociale, ambientale, culturale (industrie culturali e creative).

In questo realismo capitalista le soluzioni alternative vengono spesso fagocitate per ridare fiato a un modello ormai esausto. Tuttavia, l’organizzazione della ricerca in Europa non sempre sembra in grado di creare spazi alternativi a causa della competizione per le risorse e di modelli incentrati su consorzi temporanei. Nonostante ciò, documenti recenti della Commissione Europea, come Social Innovation as a Trigger for Transformation, hanno approfondito l'impatto di questo quasi-concetto nel ridefinire le relazioni tra attori nonprofit e for profit rispetto all'interesse comune. La ricerca viene qui intesa non solo come oggetto, ma come contesto per ridefinire metodologie d'analisi e strategie di trasferimento tecnologico, grazie al coinvolgimento diretto di ricercatori e practitioner in comunità intenzionalmente costruite.

Il report capitalizza gli apprendimenti di progetti come WILCO, TEPSIE, SIE e SIC, cofinanziati nell’ambito del Settimo Programma-Quadro. Questi percorsi hanno contribuito al policy making della ricerca europea, puntando a cambiare le regole del gioco. Ad esempio, il progetto TEPSIE ha proposto un portale di ricerca per creare una community online dedicata allo scambio di riflessioni, mentre co-SIRA è nato come programma collaborativo per allineare le diverse visioni e rilanciare il dibattito sulle future attività di coordinamento. In questo quadro, il network accademico EMES ha apportato la sua conoscenza in merito al ruolo dell’impresa sociale e dell’economia sociale, dimostrando come l’adozione di un approccio all’innovazione sociale solleciti anche la missione delle reti di ricerca.

Molti attori condividono ormai una definizione di impresa sociale basata su missione sociale, attività economica sostenibile e governance partecipativa. Questa definizione mission-oriented scaturisce da ricerche che hanno mappato diverse fenomenologie, portando al riconoscimento di modelli come la cooperazione sociale. Oggi l’obiettivo si è spostato: non si punta più solo a testare il potenziale imprenditoriale, ma a capire come queste organizzazioni possano dare voce ai cittadini. Le imprese sociali costituiscono infrastrutture chiave dell’economia sociale e solidale, capaci di ripensare i principi economici in termini di autogestione democratica. La finanza agisce come potente driver in questo senso, sostenendo l'innovazione trasformativa e sollecitando modelli di crescita attraverso piattaforme territoriali e digitali.

In conclusione, l’impresa sociale può agire abilitando il governo delle comunità nella società della conoscenza, integrando il sapere come fattore economico in catene di valore collettive. Esperienze di rigenerazione sociale definiscono ambiti in cui la co-produzione della conoscenza diventa genuinamente condivisa. Le sfide future riguardano l’effettiva partecipazione degli stakeholder e l’ingaggio della politica per riconfigurare la ricerca come un ecosistema composito. Una possibile alternativa consiste nella creazione di piattaforme multi-stakeholder aperte basate su meccanismi di co-creazione. In questo modo sarà possibile promuovere la convergenza tra processi dal basso e capacità di assorbimento organizzativo, evitando la marginalizzazione della società civile e mobilitando risorse cognitive per le sfide epocali contemporanee.


Bibliografia

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Commissione Europea (2016), Social Enterprises and their Eco-systems: Developments in Europe, European Commission, Brussels.

Eschweiler J., Nogales R. (2018), Exploring multi-stakeholder dialogue, Amsterdam.

Fisher M. (2018), Realismo capitalista, Nero Editions, Roma.

Fumagalli A. et al. (2018), La rivolta della cooperazione, Mimesis, Roma.

López Petit S. (2009), La movilización global, Madrid.

Moulaert F. et al. (2017), Social Innovation as a Trigger for Transformations, European Commission, Bruxelles.

Nicholls A. et al. (2015), New Frontiers in Social Innovation Research, Palgrave, London.

Sacchetti S. et al. (2017), Social Regeneration and Local Development, Routledge, London.

Turrini M., Chicchi F. (2013), Global Discourse, 3(3-4), pp. 507-521.


Immagine di copertina: ph. Jon Tyson da Unsplash

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