Le Officine Grandi Riparazioni di Torino nascono a fine Ottocento come imponente complesso industriale per la manutenzione dei treni. Per un secolo rappresentano il cuore operaio della città. Chiudono nei primi anni Novanta e vengono abbandonate. Nel 2011 ospitano alcune grandi mostre per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. Nel 2017 vengono riaperte come polo di cultura e innovazione.
A trent'anni di distanza dall'azione del collettivo torinese città svelata, ricerche e battaglie per lo spazio pubblico, attivo dal 1993 al 1999, che ha contribuito a salvare l'edificio dalla demolizione, il racconto di quell'esperienza interroga le pratiche con cui oggi trasformiamo le nostre città.
Il 25 maggio 1996 le Officine Grandi Riparazioni di Torino aprono per l'ultima volta. Almeno, questa è l'intenzione ufficiale: un commiato pubblico prima che arrivino le ruspe. Qualcosa di diverso, nelle nostre.
Costruite alla fine dell'Ottocento su progetto dell'Ufficio d'Arte della Rete Mediterranea delle ferrovie, le O.G.R. sono un edificio straordinario per scala e per qualità costruttiva: un impianto a H di ventimila metri quadrati, in pietra a spacco, mattoni e capriate metalliche. Al centro, un corpo più alto che gli operai chiamano il Duomo — in cui le vaporiere venivano chiodate posizionate in verticale, e che porta quel nome per la sua vastità quasi sacrale. Un'architettura del lavoro di rara potenza espressiva, nascosta in mezzo alla città come un continente sommerso. Destinata alla demolizione per fare spazio a un raddoppio del Politecnico.
Quel giorno diecimila persone scoprirono che quello spazio poteva essere altro — e quella scoperta, anche se dura poche ore, lascia qualcosa.
A quel punto la demolizione delle O.G.R. è imminente. Come città svelata otteniamo — non senza difficoltà, non senza lunghe trattative con Ferrovie dello Stato, la proprietà — l'autorizzazione a organizzare un'ultima visita pubblica. Concepiamo un'apertura di un solo giorno: il pubblico avrebbe potuto abitare una prefigurazione d'uso alternativa capace di dimostrare la monumentalità generosa di quel vuoto.
Portare la natura e il corpo dentro uno spazio industriale è una dichiarazione su ciò che quella fabbrica poteva contenere. Nella navata sinistra, tre carpini ad alto fusto su tumuli di terra cruda evocano un giardino d'inverno; in quella destra, due squadre di giocatori di tamburello fanno risuonare lo spazio. Sotto la luce della capriata centrale, grazie al prestito di Lisa e Tucci Russo, si distende per venticinque metri Footprint Line di Richard Long: un tappeto vinilico con impronte bianche impresse in montagne e deserti, che introduce alle O.G.R. una traccia umana elementare e rituale. Sul fondo, i bronzi di Luigi Mainolfi restano in attesa di risuonare, memoria di un suono passato e promessa di uno futuro.
Dalla collezione Sandretto arrivano opere capaci di dialogare direttamente con la durezza del luogo: l'acciaio arrugginito di Hal di Grenville Davey, Evensong di Tony Cragg e la sagoma in legno dipinto di Farmhouse di Julian Opie, che introduce una nota domestica nello spazio della fatica industriale. Nel Duomo, Giorgio Faraggiana ed Enrico Iuliano installano un pendolo di Foucault dal movimento lento e inesorabile, sonorizzato ogni due ore dal vivo dalla voce e dagli strumenti di Ciro Buttari. Infine, Giampiero Gallina e Silvio Mossetto, anime dell'indimenticabile Musica 90, disseminano nelle navate i boom box di Radio Factory, una costellazione sonora low-fi — come se lo spazio avesse improvvisamente molte voci.
Città svelata - FABBRICHE - ABITARE le OGR - flyer fronte, Torino 25 maggio 1996
L'origine di città svelata, nel 1993, si colloca all'interno di una precisa frizione istituzionale. Il lavoro condotto insieme a Maurizio Zucca nell'Ufficio del Piano Regolatore Generale di Torino offre una posizione d'osservazione unica. Il nuovo strumento urbanistico che andava formandosi descrive la città post-industriale attraverso una ponderosa classificazione tematica: le periferie storiche nate dall'espansione pubblica, le zone storico-ambientali dai tessuti consolidati, i grandi complessi industriali dismessi, l'ambiente fluviale, e infine il problematico e mai interamente risolto tentativo di normare l'altra Torino — la fragilità della collina. A questa imponente attitudine descrittiva corrispondeva però un vuoto di visione civile. Il Piano cataloga la città esistente per tradurla in indici fondiari e prescrizioni geometriche, assecondando le logiche del mercato immobiliare, incentivando una massiccia campagna di sostituzione edilizia che minaccia — e di fatto poi cancellato — l'identità materiale della Torino del lavoro.
Di fronte a questo impianto prescrittivo, che considera lo spazio unicamente come valore quantitativo, la città svelata sceglie di agire nello scarto tra la norma e l'uso reale. Non ci interessa la protesta astratta, ma la costruzione di una contro-narrazione visiva e spaziale capace di opporre alla burocrazia degli standard la concretezza di un'esplorazione sul campo. Chi sta immaginando la Torino futura? I tecnici del Piano sanno cosa cambia, gli investitori quanto guadagnano, gli amministratori quando e come approvare le varianti. Nessuno sta producendo immagini abitate di come certi luoghi avrebbero potuto essere. Nessuno sta mostrando ai cittadini la differenza tra quello che sta per accadere ai loro quartieri, alle loro fabbriche, e quello che avrebbe potuto accadere.
Il collettivo nasce da questa mancanza. Non come alternativa tecnica al Piano, ma come pratica di prefigurazione: mostrare, in luoghi specifici, cosa sarebbe stato possibile immaginare se il Piano avesse posto altre domande, un'altra visione dello spazio pubblico.
In questo percorso il confronto quotidiano con Maurizio Zucca è determinante. Da lui apprendo una sensibilità specifica e rigorosa nei confronti della fragilità dell'ambiente naturale radicato nella pietra della città antropizzata. C'è un giorno in particolare che non posso dimenticare, quando mi invita a esplorare le Basse di Stura — vasta area al margine nord di Torino, lungo l'omonimo torrente, ancora oggi una delle più complesse frontiere di trasformazione urbana ed ecologica dell'area metropolitana. Il suo è uno sguardo periferico, un'attitudine propriamente selvatica, mossa dalla capacità di decifrare il paesaggio urbano prestando ascolto alle sue resistenze biologiche: la vegetazione spontanea che colonizza l'archeologia industriale, le dinamiche ecologiche dei vuoti di transizione, la persistenza dell'acqua dei canali sotto l'asfalto delle borgate. Quell'attitudine non ha cedimenti pastorali; è una postura intellettuale e politica che intende il progetto come ascolto delle latenze del luogo. Una lezione di ecologia minore che struttura il mio intero approccio successivo alla lettura dello spazio pubblico.
Può essere facile, con la prospettiva della distanza, costruire una genealogia ordinata. Il Fun Palace di Cedric Price — l'infrastruttura a programma indeterminato, governata dal desiderio sociale. L'Instant City degli Archigram — il dispositivo nomade che abilita e stimola, secondo logiche generative, la mappa cognitiva di una comunità e poi svanisce senza lasciare tracce permanenti. Sono parentele reali, e riconoscerle ha un senso critico preciso. Ma sarebbe disonesto presentarle come punti di partenza. Sono, al più, idee nell'aria che si respiravano nelle nostre discussioni senza nominarle. Quello che muove le nostre energie nasce dalla lettura diretta della città, dalla sua urgenza, dalla frustrazione concreta di chi la vede trasformarsi secondo logiche che non la riguardano.
Città svelata - FABBRICHE - ABITARE le OGR - flyer retro, Torino 25 maggio 1996
E nasce dall'appartenenza a una generazione che si è formata nella scena culturale torinese degli anni Novanta — con tutti i suoi cortocircuiti produttivi tra arte, musica, architettura, attivismo — e che ha imparato a fare le cose con quello che c'era, velocemente, senza aspettare le condizioni perfette. Ma il coraggio di fare con i mezzi disponibili non sarebbe bastato senza qualcosa di altrettanto raro: funzionari delle politiche ambientali della Città capaci di condividere le nostre visioni. Tra questi è giusto ricordare il ruolo decisivo di Gianni Vernetti e Paolo Lubbia — la loro disponibilità a riconoscere nel lavoro di città svelata qualcosa che merita di esistere.
Città svelata si scioglie nei primi mesi del 2000. Non è una scelta limpida: è in parte una sconfitta, l'esaurimento di un'energia collettiva che non ha trovato — e forse non ha cercato abbastanza — una forma capace di durare senza tradire sé stessa.
Guardandolo oggi, riconosco in quella fine qualcosa che va oltre le circostanze specifiche. Non essere diventati un'istituzione era al tempo stesso la nostra forza e la nostra fragilità strutturale. Quella leggerezza era la condizione della nostra libertà di immaginazione. Ma era anche ciò che ci rendeva esposti: senza struttura, senza risorse proprie, ogni progetto che richiede una negoziazione prolungata con le istituzioni metteva a rischio l'intero equilibrio.
È la tensione strutturale di ogni pratica che nasce ai margini del sistema. L'assorbimento ha molte forme: la più visibile è la cooptazione, quando la pratica critica viene riconosciuta, finanziata, istituzionalizzata e nel processo perde la capacità di produrre inciampo. La più silenziosa è l'esaurimento dall'interno, quando le condizioni che la rendevano possibile — l'energia, la gratuità, la disponibilità a rischiare senza rete — si consumano senza un supporto strutturale che le sostenga.
In una stagione in cui ogni innovazione dal basso sembra destinata a essere rapidamente tradotta in modello, certificata e inserita nei bandi europei, vale la pena di nominare questo rischio. La normalizzazione non è sempre malafede: è spesso il risultato di meccanismi istituzionali che selezionano ciò che è misurabile, scalabile, rendicontabile. Ciò che resiste a queste categorie — il gesto irreplicabile, la prefigurazione che non lascia tracce permanenti — tende a sparire, non perché sia meno efficace, ma perché è meno gestibile. Se esista una forma di supporto che non si trasformi inevitabilmente in controllo, non lo so. So però che rinunciare a porsi — quella domanda — è già una forma di resa.
Nel 1996 però le O.G.R. non vengono demolite. Non dico che sia stato merito nostro — sarebbe una presunzione che tradisce la natura stessa di quello che avevamo cercato di fare. Ma la giornata organizzata lì dentro sposta qualcosa nella percezione pubblica e nell'aria politica della città. A distanza di anni, ciò che continua a interessarmi di quella giornata non è tanto il destino dell'edificio quanto la natura della relazione che si era prodotta tra un luogo e le persone che lo attraversavano. Per qualche ora, le O.G.R. erano diventate un'esperienza condivisa — aldilà di ogni discussione urbanistica. È una differenza che allora non avevo ancora gli strumenti per nominare con precisione, ma che oggi mi sembra decisiva: cercavamo di costruire le condizioni affinché un'opinione potesse nascere dall'esperienza, non precederla.
Nel romanzo L'invenzione di Morel, Adolfo Bioy Casares immagina un'isola deserta sulla quale sorge un'architettura monumentale e solitaria. All'interno di quegli spazi si ripete incessantemente una messinscena perfetta: un gruppo di persone eleganti passeggia nei giardini, conversa amabilmente, ascolta musica in un eterno meriggio d'estate. Si scoprirà che quegli individui sono proiezioni olografiche totali, frammenti di una vita registrata anni prima da una macchina e ripetuti all'infinito. Un simulacro tecnologico impeccabile, splendido alla vista, ma totalmente impermeabile alla presenza dei vivi, che camminano in mezzo a quelle immagini senza poter interagire, senza poter scalfire quella coreografia prestabilita.
L'analogia con certi esiti della rigenerazione urbana contemporanea si fa, a tratti, inquietante. Non è una questione di buone o cattive intenzioni — i soggetti che operano in questo campo portano spesso competenze genuine e risorse significative. È una questione strutturale: lo spazio che emerge da certi processi di trasformazione tende a diventare impeccabilmente regolato, visivamente eloquente, funzionalmente eccellente, ma progressivamente impermeabile all'imprevisto dell'uso spontaneo. Quando oggi varco la soglia delle O.G.R. — diventate nel frattempo un centro di produzione culturale di indubbio prestigio internazionale — penso a quanto diversa sia la forma che ha preso rispetto a quella che immaginavamo. Volevamo una piazza coperta, un'infrastruttura civile porosa e liberamente attraversabile capace di ricucire i due quartieri storicamente separati dalla ferrovia. Le O.G.R. sono sopravvissute alla demolizione, e questo resta un fatto importante. Ma il potenziale civile che avevamo prefigurato — quella possibilità di eccedenza e spontaneità — ha lasciato il posto a una cornice di eccellenza gestita. il sintomo di una tendenza sistemica che vale la pena di interrogare.
È precisamente in questa fessura che si misura lo scarto metodologico e politico tra la consultazione e la prefigurazione — due modalità opposte di produrre conoscenza pubblica.
La consultazione, pilastro retorico delle metodologie contemporanee di coinvolgimento cittadino, raccoglie e inventaria ciò che una comunità conosce già di sé: traduce bisogni immediati e aspettative sedimentate in casistiche rassicuranti da allegare ai bandi di finanziamento. Nel migliore dei casi amplia la capacità di ascolto delle istituzioni. Ma agisce spesso come una forma di tassidermia del presente — cristallizza l'esistente invece di aprirlo. Chi esprime un bisogno parla dal luogo della mancanza; chi esprime un desiderio parla dal luogo dell'appartenenza. La differenza non è semantica: è la differenza tra chi subisce uno spazio e chi lo abita.
La prefigurazione non interroga il cittadino sulle sue preferenze all'interno di un catalogo dato. Spalanca temporaneamente il vuoto dell'esperienza fisica per rendere visibili possibilità che la collettività non aveva ancora avuto l'occasione di desiderare. Alle O.G.R. non domandiamo ai cittadini cosa volessero per quella fabbrica: aprimmo la fabbrica e la trasformammo in un'esperienza condivisa. La risposta non fu un'opinione raccolta attraverso un questionario, ma la presenza di diecimila persone che attraversarono quello spazio e, attraversandolo, produssero una forma di riconoscimento collettivo.
Entrambe le dimensioni sono necessarie. La consultazione e la prefigurazione non si escludono — si completano, se si ha il coraggio di tenerle insieme. La rigenerazione urbana contemporanea ha però progressivamente smarrito la seconda: abbiamo imparato a consultare meglio e con strumenti più sofisticati, ma abbiamo disimparato a desiderare collettivamente. Ed è qui che le pratiche artistiche, temporanee e generative conservano il loro valore specifico: non nell'anticipare burocraticamente il disegno del futuro, ma nel creare le condizioni materiali affinché una comunità possa riconoscere, anche solo per un giorno, ciò che non si riteneva ancora possibile.
La domanda che continuo a pormi è se la rigenerazione urbana possa rinunciare a questa dimensione. Se basti raccogliere bisogni per costruire appartenenza. Se sia possibile generare un rapporto profondo con un luogo senza offrire occasioni concrete per immaginarlo diversamente da come appare nel presente. Non ho una risposta. Ho però la convinzione che proprio qui — nella restituzione di spazio all'immaginazione collettiva, nella costruzione di situazioni temporanee capaci di rendere esperibile ciò che ancora non esiste — stia una delle direzioni di lavoro più urgenti e meno esplorate delle pratiche generative contemporanee.
Foto di copertina di Giulia Nomis. Il ritorno di città svelata alle OGR, 10 luglio 2018