Giovedì 18 dicembre 2025
C'è speranza nelle periferie
 
Oltre la mercificazione dello spazio con il programma CIVICITY
Fonte: DAMN°
Progetto di riferimento
CIVICITY 2025 Redesigning Design Weeks
Dal web

Milano è passata, nel giro di pochi decenni, dall’abbandono post-industriale a una destinazione di design irrinunciabile e “alla moda”. Che cosa ha significato, per gli spazi della cultura in città, questa trasformazione urbana rapida, impetuosa e orientata agli investimenti? In che modo ha inciso sull’evoluzione della Design Week, uno degli eventi culturali più noti di Milano? E se questo modello è ormai obsoleto – come molti sostengono – Milano è in grado di offrire risposte, per sé stessa e oltre i propri confini? «L’investimento straniero è stato l’unico obiettivo dello sviluppo urbano di Milano per decenni».


Sono le 7:45 del mattino e Alessandro Coppola, professore di Pianificazione e Tecnologie Urbane al Politecnico di Milano e membro di Abitare in Via Padova, una delle principali cooperative di abitazione della città, si sta affrettando al lavoro. Parliamo al telefono mentre cammina, con il rumore continuo dei cantieri che a tratti copre la sua voce. «È il modello Milano», prosegue. Lo immagino circondato da un vortice di operai, impalcature ovunque, grattacieli che spuntano come funghi. «Dopo Expo 2015, la città ha imboccato una traiettoria molto chiara, dando priorità al capitale finanziario e immobiliare. Nulla è stato realmente regolato: i prezzi, la composizione sociale, le funzioni e la struttura dei quartieri… Lasciare che fosse il mercato a governare ogni aspetto dello sviluppo urbano ha significato esercitare uno scarso controllo sugli esiti finali, e oggi ne stiamo affrontando le conseguenze».

Un approccio laissez-faire letale, in cui ogni metro quadrato viene ormai sfruttato senza esitazioni. Lo spazio è diventato il principale asset di Milano e la sua finanziarizzazione ha aggravato le criticità: periferie trascurate; infrastrutture sviluppate in modo selettivo; un accesso all’abitare sempre più difficile; una progressiva erosione del tessuto sociale. Una semplificazione brutale delle complessità urbane più intrinseche della città, che richiama dinamiche con cui molte altre città europee si trovano oggi a confrontarsi.


A Milano, questo approccio neoliberale spinto sta soffocando la vita quotidiana sia della classe lavoratrice che tiene in funzione la città, sia di quella creativa che ne alimenta l’attrattività simbolica. Eppure, la città sembra incapace di rinunciare a rossetto e illuminante. Cosmetica e ostentazione esauriscono davvero il senso dello sviluppo urbano milanese?


Il modello Milano e gli spazi culturali: prezzi più alti, minore autonomia

«Il modello Milano ha prodotto una contraddizione profonda: la città diventa più ricca, ma sempre meno accessibile. Quando si parla di spazi per la cultura, tre indicatori chiave segnalano il punto di rottura a cui siamo arrivati: l’aumento dei costi di cibo e bevande nei locali, l’aumento dei prezzi dei biglietti e l’aumento degli affitti». Bertram Niessen, presidente e direttore scientifico dell’agenzia culturale cheFare, esprime una posizione critica netta. «Esiste una differenza evidente tra Milano e altre città italiane, dove l’attenzione al capitale sociale e culturale è molto più marcata: qui domina una logica di consumo rapido e aggressivo, una vera e propria iper-mercificazione dello spazio».




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