Pubblichiamo un estratto dal booklet Da spettacolo a sostanza: Civicity come approccio.
CIVICITY è la prima edizione di Redesigning Design Weeks, un programma di residenze pluriennale in cui i designer sono invitati a riflettere sull’impatto degli eventi di design – in termini sociali, ambientali e culturali – sulle città che li ospitano. Il programma è un’iniziativa del Nieuwe Insituut di Rotterdam in partnership con l’Ambasciata e il Consolato Generale dei Paesi Bassi in Italia e cheFare, agenzia per la trasformazione culturale.
“Antonellaaaaaaa, quando torni portami quel libro che mi serve, domani sarà impossibile passare per il centro di Milano…”
“A volte è davvero asfissiante.”
“Io? Oh no, non vado in centro. Ho tutto quello che mi serve qui a nord.”
[…] La storia del quartiere Adriano risale a molto tempo fa: le cartine medievali riportano grandi boschi che coprivano tutta l’area. Addirittura, tra il 1700 e il 1800 era una meta di vacanze per i cittadini del “centro” […]
“Centro”? Il centro di cosa?
“Alcuni hanno molte idee su Adriano, e molti non sanno nemmeno cosa sia”.
Sono andato a visitare il quartiere Adriano per un sopralluogo. È piuttosto lontano dalla zona in cui abitiamo, quasi al capolinea opposto della M1. Adriano è a metà fra il centro e Monza, in effetti ancora più a nord. Sono sceso a Sesto Marelli, e ho deciso di proseguire a piedi anziché prendere l’autobus. Dalla strada principale ho svoltato a sinistra per dirigermi a sud-est, e ho visto un grande deposito di tram. È un esempio dei particolari da cui si percepisce di essere a Milano e non a Monza: qui sostano i tram di Milano, non quelli di Monza. Sono le infrastrutture a definire la zona.
“La cosa positiva di questo quartiere è che ci si trova dentro Milano, ma anche fuori.”
Per Saverio, quella stessa condizione di anonimato e marginalità che altri vedono come un elemento critico rappresenta invece un valore. Dobbiamo trovare altri modi di abitare questi spazi marginali, modi propri di questi stessi spazi.
“Non lavoriamo per ‘rendere di nuovo grande Adriano’, né perché Milano riconosca il nostro quartiere, ma perché esistiamo – non dobbiamo dimostrare nulla alla città.”
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Colpa. Qualcuno parla di senso di colpa. Di vergogna, dell’essere vittime, della pruriginosa presa di coscienza di essere parte del problema, e improvvisamente uno vorrebbe non esserlo, vorrebbe la benedizione dell’ignoranza, la benedizione della performance, vorrebbe che ci fosse verità nelle parole che prova a balbettare: “No, un momento, sto dicendo / facendo / tentando / proponendo / sto bla bla bla un’altra cosa.”
Ma non lo stai facendo, sai che è così, non c’è nemmeno un pizzico di novità in quello che dici, e questa piccola consapevolezza ti fa accapponare la pelle.
O forse c’è, suvvia, diamoci un po’ di credito, c’è un po’ di novità, se non altro hai fatto tutto il lavoro che dovevi, e ti sei sottoposto a un fact checking, e hai attribuito tutti i meriti alle persone cui spettavano, e hai razionalizzato la tua posizione arrivando con passo cauto ma costante a un punto in cui sai che devi, quantomeno, pronunciarti – perché chiaramente c’è qualcosa che non va.
“Chiaravalle deve fare qualcosa con i binari abbandonati, che storicamente la collegavano al centro di Milano. Ora dividono il quartiere e la città.”
La scorsa settimana ho percorso i binari da un capo all’altro. Ci sono volute circa tre ore. Se Chiaravalle è il margine, i due capi dei binari sono i margini del margine. A uno dei capi, vicino a Poasco, ho incontrato un artista che dipingeva le chiese di Milano. Ora vive da queste parti e ha allestito il suo studio sui binari abbandonati usando materiali di scarto trovati qui vicino. All’altro capo, vicino alla stazione di Rogoredo (che pare sia occupata da tossicodipendenti), un uomo mi ha seguito da lontano per cinque-dieci minuti. Nel punto in cui le due strade si incontrano, ha cominciato a gridare, poi ha preso un bastone e lo ha lanciato oltre la strada, verso di me.
“I binari veicolano container, beni, debiti. Hanno troncato il rapporto tra il paese e l’abbazia, ma questo posto rappresenta la possibilità di vivere fuori dal debito.”
“Milano è una città che ha creato un’ideologia a partire dalla costruzione dei servizi. Ma è fatta di profonde differenze territoriali, e soffre proprio di questo: dell’assenza di politiche urbane radicate e radicali che si facciano carico delle diseguaglianze, ed ecco perché tutto sembra pura cosmesi.”
Quando le ho chiesto del Salone, lei mi ha risposto: “Bellissimo!”. “Davvero?”, ho detto io. “È un caos,” ha fatto lei.
“Mi dispiace, non ci sono tavoli disponibili senza prenotazione questa settimana… Magari la prossima?”
La prossima settimana?
“Cosa resta dopo la Design Week?”
Dimmi, c’è qualcosa qui e ora che sopravviverà alla settimana?
La frase che abbiamo appena letto era spietata: “Siamo sempre stati qui”, stava scritto sugli striscioni esposti al balcone, che ondeggiavano soavi, come prendendoci in giro.
Ha fatto scattare qualcosa dentro di me. E dentro di te?
Devi provare qualcosa – disagio? Tristezza? Sorpresa? Paura… La paura è una buona risposta. Molta gente ha paura. Lo capisco, spaventa l’idea di pasticciare con lo status quo. Ma il tempo stringe… Prima o poi dovremo affrontare questa conversazione, e preferirei succedesse prima che poi…
Proprio così, hai visto? Si legge nel tuo sguardo, lo sai che c’è qualcosa che non va! Perché è vero, qualcosa decisamente non va!
Allora, dimmi…
No, non mi importa se sei venuto qui in aereo (o forse sì, mi importa, ma non è il punto adesso); avanti, dimmi, come suggeriresti che dessimo una scossa alle cose, una volta per tutte?
Non essere timido, voglio sentire la tua.
Cosa? No! Non voglio cancellarti.
Io voglio ucciderla, la cancel culture.
Qui, ora. È morta – lo vedi? Nessuno ti metterà a tacere. Ma fa’ sì che ne sia valsa la pena, devi lavorare – devi lavorare sodo.
Perciò, sentiamo: cosa hanno a che fare con Adriano questi binari di tram volanti fatti di gomma da masticare viola?
Aspetta! Non dirmelo: è un riferimento al tram chiamato Desiderio?
Note
In corsivo, commenti dei designer in residenza Pedro Daniel Pantaleone (Adriano) e Pete Fung (Chiaravalle).
Tra virgolette, dichiarazione di residenti e operatori di Milano, sia fittizi che reali.
Tra parentesi quadre, estratti da Luoghicomuni – Appunti per le città del futuro di cheFare (2022).
Sottolineate, mie parole dirette al lettore – presumibilmente un visitatore della Design Week proprio come te.