Lunedì 08 settembre 2025
Biblioteche come luogo di contatto
 
Gli spazi di azione della biblioteca contemporanea
Scritto da: Alessandro Bollo

Questo articolo è parte del primo numero de laRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione. 


Si legge qui, gratuitamente.

Le biblioteche in Italia stanno vivendo un periodo caratterizzato da grandi aspettative, ma anche da preoccupanti ambivalenze in merito al loro ruolo e alla loro rilevanza sociale. Da un lato molte esperienze attive sul territorio e molte progettualità testimoniano della capacità di queste istituzioni di adattarsi, cambiare e rispondere a bisogni e istanze nuove ed emergenti, dall’altra i dati sulla partecipazione a livello nazionale presentano percentuali sconfortanti e in diminuzione¹.

La presenza capillare rende le biblioteche l’infrastruttura culturale più diffusa e in alcuni casi il solo presidio di interi territori², ma una buona parte di esse si basa sull’attività dei volontari e garantisce orari, patrimoni e condizioni di accessibilità e uso non adeguate alle crescenti necessità. Durante il Covid-19 molte biblioteche si sono date da fare anche innovando e rafforzando le funzioni di ascolto e di welfare di prossimità, ma nella fase post-pandemica tante persone, soprattutto i giovani, hanno smesso di frequentarle³. Chi le vive abitualmente e chi opera dentro e attorno al mondo delle biblioteche le considera, a ragione, uno dei luoghi necessari per la crescita della cittadinanza e per il rafforzamento democratico; per molte persone rappresentano, invece, poco più che un ricordo nostalgico e lontano di un passato adolescenziale fatto di studio, ricerche e libri in prestito.

Non ci sono mai stati tanti dati e pubblicazioni sulle biblioteche e tanti momenti di comunicazione e confronto generativo tra gli addetti ai lavori come adesso⁴, ma una narrazione incisiva, contemporanea ed efficace sulle biblioteche e sul loro ruolo continua a latitare. Manca, mi pare, la capacità di queste istituzioni di raccontarsi (e di essere raccontate) come luoghi candidati legittimamente a stare nel baricentro della complessità, beni comuni a disposizione del miglioramento della qualità della vita delle persone, dispositivi in grado di dare risposta ai bisogni di una società frammentata e di fornire contesti di opportunità, di crescita e di protagonismo (si tratti del quartiere di una grande città o di un piccolo comune di provincia). Contesti di opportunità che, è bene ricordarlo, bisogna favorire all’interno di una società tutt’altro che pacificata e coesa, ma nell’ambito di un tessuto socio-economico caratterizzato da diseguaglianze e fratture crescenti.

Un’infrastruttura della conoscenza è
anche e soprattutto un’infrastruttura sociale

La capacità di contribuire a mitigare gli effetti di questa condizione, di fornire strumenti di ascolto, comprensione, cura e capacitazione, di aiutare a ri-radicare nel tempo e nello spazio le persone rappresentano qualità e condizioni di intervento sempre più necessarie e caratterizzanti. Un’infrastruttura della conoscenza è anche e soprattutto un’infrastruttura sociale se si muove con questo tipo di attenzione, di attitudine e di postura istituzionale e organizzativa. Può dirsi davvero un’infrastruttura sociale non solo se offre socialità e servizi sociali (per quanto importanti), ma anche se è disposta e orientata a prendere parola e intervenire sullo status quo. La narrazione che ne può derivare è quella di uno spazio unico perché terzo, gratuito, inclusivo, abilitante e militante al tempo stesso.


Accade, invece, che in mancanza di uno scenario narrativo orientato a descrivere la vocazione, gli obiettivi e i risultati ottenuti, lo spazio comunicativo venga saturato da discorsi eterodiretti che, alla lunga, rischiano di prestarsi a interpretazioni riduttive, parziali, datate e che conseguentemente depotenziano la legittimazione e la rilevanza di queste istituzioni.


Una delle ragioni di questo scenario fortemente ambivalente risiede, probabilmente, nel fatto che le biblioteche sono l’infrastruttura culturale che più di altre è stata attraversata e sollecitata dai cambiamenti socio-tecnici e politici degli ultimi decenni, ma che contestualmente si è messa maggiormente in gioco per contribuire ad affrontare la complessità e le sfide sociali con le quali individui e collettività sono chiamati a confrontarsi. Come evidenzia Chiara Faggiolani (2022), la biblioteca può, meglio di altri dispositivi culturali, operare efficacemente all’intersezione di molteplici e differenziati sistemi: il sistema della cultura e della conoscenza con quello della salute, dell’educazione e formazione, dell’innovazione sociale, della rigenerazione e del turismo.


Sotto questa prospettiva, per riflettere sullo spazio di azione delle biblioteche è importante considerare sempre una modalità operativa interlocale. Ci sono obiettivi e sfide globali, ma la loro interpretazione fattuale dovrebbe essere locale e contingente.


Contribuire a garantire il diritto alla città per tutti, alla conoscenza come commons e come fattore di emancipazione, rafforzare il capitale democratico, civico, creativo e sociale, mitigare le tante forme di diseguaglianza e iniqua distribuzione delle opportunità, lavorare sui divide e sulle media literacy, utilizzare in modo consapevole la tecnologia e l’IA, sensibilizzare sulle grandi sfide globali, fornire luoghi aperti e inclusivi sono sicuramente le coordinate su cui si orienta il percorso strategico delle biblioteche. Se questi obiettivi possono essere comuni e perseguibili da molte realtà bibliotecarie italiane, le declinazioni operative e progettuali sono invece sempre specifiche e territoriali. Ognuno la sua strada, ognuno il suo territorio.


Il rischio di generalizzazione può essere, pertanto, elevato quando si parla di linee guida progettuali e di buone pratiche per ottenere dei luoghi aperti, inclusivi ed efficaci; si possono semmai segnalare alcuni requisiti per una navigazione orientata a perseguire un’idea di biblioteca come un luogo rilevante e significativo che, attraverso il suo operato continuo e costante, consente di eliminare o ridurre molte delle ambivalenze di cui abbiamo parlato precedentemente.


Rispetto alla progettazione del luogo biblioteca si può qui brevemente accennare al fatto che gli spazi culturali di natura pubblica riescono a essere democratici e partecipativi nella misura in cui riescono contemporaneamente e armonicamente a lavorare sul concetto di soglia, aumentare la superficie di contatto, e favorire processi di attivazione delle persone e della comunità.


La soglia è letteralmente la progettazione di una situazione “di mezzo,” di limite, ma anche di uno spazio poroso, dinamico, che può invitare in modo semplice e spontaneo all’ingresso e all’esplorazione facilitando processi fiduciari e di reciproco riconoscimento tra le parti (si parla non a caso di spazi a bassa soglia). La soglia deve essere intesa come un bordo più che come un limite nel senso definito da Richard Sennett nel suo libro sul progettare il disordine (2022): “the boundary is an edge where things end; the border is an edge where different groups interact”. L’accesso all’uso dei luoghi (la conoscenza della loro offerta e delle loro “liturgie”), ma anche l’accesso all’informazione rappresentano soglie che per molte persone si traducono in vincoli e barriere. Vincoli e barriere, spesso di natura percettiva, che è fondamentale rimuovere.

Aumentare la superficie di contatto vuol dire impegnarsi a uscire fuori,
a riconoscere la città come una mappa di possibilità

Aumentare la superficie di contatto vuol dire impegnarsi a uscire fuori, a riconoscere la città come una mappa di possibilità e non come un’isocrona di servizio, a moltiplicare l'interazione, i punti di contatto e di scambio con le persone, sia fisicamente che virtualmente; vuol dire favorire una serendipità sociale non solo bibliografica, amplificare l’estensione della possibilità occasionale di incontro. Vuol dire raggiungere pubblici nuovi e non abituali. Solo così si potrà ottenere maggiore visibilità, riconoscibilità e rilevanza a beneficio delle molte persone per cui la biblioteca semplicemente non esiste (o non esiste più).


Per aumentare tale superficie entrano in gioco componenti diverse quali la qualità progettuale, la competenza e la creatività dei bibliotecari, la capacità di costruire alleanze e coalizioni, adottando un approccio collaborativo e reticolare. Approccio che si può tradurre in una molteplicità di soluzioni che variano dalle meccaniche di cooperazione inter-istituzionale, alle forme di incubazione leggera, di dialogo e di attivazione dei gruppi che in modo più o meno spontaneo e strutturato si auto-organizzano nei territori. Da questo punto di vista la biblioteca, dunque, deve essere in grado di produrre “luogo anche fuori di sé” – e il digitale può diventare un’opportunità addizionale importante non solo per comunicare, ma anche per lavorare in termini di estensione e di ampliamento di ulteriori zone di contatto.


Per una biblioteca favorire, infine, processi di partecipazione e di attivazione delle persone e della comunità significa mettere in campo una gamma ragionata e sostenibile di servizi, di opportunità e di ambienti.


Progettare la partecipazione (ammesso che sia davvero possibile) vuol dire garantire condizioni di accoglienza, di uso e di senso caratterizzate da gradienti di coinvolgimento differenti in cui ciascuno può trovare il suo modo di stare e la sua posizione all’interno di un paesaggio riconoscibile, amichevole e utile (che si tratti di studiare, di utilizzare un wifi che funziona, ma anche di prendere parte a un laboratorio, di fare ricerca, di leggere un quotidiano, di progettare insieme ad altri, di risolvere un problema pratico o di trovare una buona causa per militare).


Dal punto di vista del processo di inclusione si dovrebbe però porre particolare attenzione alla composizione delle persone e delle comunità con cui si interagisce. Essere spazi aperti, inclusivi, disegnati per accogliere il potenziale, l’energia di chi vuole mettersi in gioco, agire e prendere parola è una condizione necessaria, ma non sufficiente per garantire un mix d’uso e comunitario che intervenga nei processi di mitigazione delle differenze a livello territoriale e sociale (Ostanel, 2017).


Abbiamo quindi bisogno che le biblioteche favoriscano processi di empowerment e di commoning comportandosi come spazi abilitanti basati su approcci fortemente improntati alla agency individuale delle persone, per metterle nelle condizioni di esercitare in prima persona i loro diritti e le loro capacità, attraverso processi di coinvolgimento e di protagonismo effettivo.


Processi che possano beneficiare della disponibilità e dell’organizzazione di specifiche risorse di ascolto, co-progettazione e community building orientate a favorire la presenza di nuove soggettività per cui la biblioteca possa davvero configurarsi come uno spazio terzo, un bene comune a cui affidarsi e di cui prendersi cura.

Note

¹ Nel 2022, la quota di utenti delle biblioteche si attesta al 10,2%, recuperando quasi 3 punti percentuali rispetto all’anno precedente, ma mantenendosi ancora distante dal livello pre-pandemico (-5,1 punti percentuali rispetto al 2019, dati ISTAT). La quota di utenti di 6 anni o più che ha usufruito di servizi bibliotecari online (per consultare cataloghi, libri, prenotare prestiti o altro) è rimasta pressoché invariata (6,4% nel 2022 rispetto al 6,8% del 2021) e, nel complesso, la quota di utenti che ha avuto accesso alle biblioteche, in modo “reale” o “virtuale”, si è attestata al 13,5%.

² Sono 7.886 le biblioteche aperte al pubblico nel 2021 in Italia, distribuite in modo capillare sul territorio: in media ogni 100 Kmq sono presenti 3 biblioteche (una ogni 7 mila abitanti). Occorre però ricordare come nel 41% dei comuni privi di biblioteche (un sottoinsieme del territorio in cui vivono oltre 1,3 milioni di cittadini, cioè il 2,3% della popolazione italiana) non è presente nemmeno una libreria dove poter acquistare libri o altri prodotti editoriali.

³ A causa della pandemia, nel 2020 e nel 2021 le diminuzioni nella partecipazione sono state osservate in modo trasversale tra gli utenti di tutte le zone del Paese e hanno interessato principalmente i giovani e i giovanissimi di 6-24 anni, risultando molto più contenute nelle altre fasce di età, dati ISTAT.


⁴ Si citano a titolo di esempio, tra i molti possibili, i convegni delle Stelline che coinvolgono la comunità dei bibliotecari attorno ai temi dell’identità, del ruolo e delle sfide presenti e future e che rappresentano un momento consolidato di confronto, la “Carta di Milano” che, redatta dagli assessori alla Cultura delle principali città italiane, rappresenta un documento di policy per rilanciare il ruolo delle biblioteche e potenziarne i servizi, ma anche il percorso che ha portato alle “Cinque tesi per le biblioteche che verranno” elaborato grazie al convegno Libro città aperta della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e coordinato da Chiara Faggiolani e le tantissime tappe di presentazione dell’ultimo libro di Antonella Agnoli “La Casa di tutti. Città e biblioteche” che ha attivato la discussione in molte biblioteche e spazi culturali di grandi come di piccoli centri per tutto il paese.


Foto di Bioscience Image Library by Fayette Reynolds su Unsplash

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