Questo articolo è parte del primo numero de laRivista, l'approfondimento editoriale in cui cheFare unisce ricerca, analisi e spunti critici attorno alla cultura come leva di trasformazione.
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Lo spazio bibliotecario negli ultimi trent’anni ha subito una radicale mutazione. Non si tratta infatti di un cambiamento dettato, o non solo, da un miglioramento degli spazi, ma da un cambio d’uso profondo che ha mutato drasticamente il rapporto tra utente e biblioteca. L’aspetto più facilmente percepibile è il catalogo: dalle schedine con i riferimenti battuti a macchina e ordinate in cassettiere di legno ad un catalogo online che mette in rete più biblioteche del medesimo sistema fino a quello nazionale. Allo stesso tempo l’esigenza della consultazione si è ampliata di pari passo con le potenzialità del digitale offrendo alla biblioteca un panorama di utenza potenzialmente molto più vasto e diversificato.
Un vero e proprio magma, difficilissimo da governare e quasi impossibile da controllare soprattutto se visto dall’interno della biblioteca, quale luogo potenzialmente esploso e quindi per certi versi anche infragilito dalla dinamica contemporanea. Ma è anche un movimento che non richiede per forza una forma di controllo, ma più che altro un’azione distributiva che va a rapportarsi con la città, altro modello fortemente messo in crisi negli ultimi anni.
Città e biblioteca dunque come elementi intrecciati e fondamentali l’uno all’altro per generare una forza sociale aggregativa al di là dei luoghi (sempre più totalizzanti) deputati al consumo. In tal senso diviene un riferimento sicuro il saggio di Antonella Agnoli del 2009, Le piazze del sapere in cui definisce per la prima volta un’idea di biblioteca aperta alla città, esattamente come il suo catalogo è ormai aperto alla rete. Si tratta dunque di un’energia nuova che va compresa e al tempo stesso alimentata perché fulcro di una possibilità prima non data di apprendimento, relazione e dialogo. La biblioteca può diventare così pienamente uno spazio fisico e simbolico in maniera inscindibile.
Anche perché oggi in Italia in particolare, assistiamo ad una totale perdita di senso dei luoghi delle città: secondo i dati del Rapporto 2022 dell’Osservatorio Ristorazione oggi sul territorio nazionale vi sono un ristorante ogni 166 abitanti, decisamente troppi. Frutto della retorica del turismo come petrolio nero e di una sempre più ignorata deindustrializzazione del paese che porta sempre più persone a cercare fortuna nella ristorazione. Questo dato non può che allarmare e rendere plasticamente evidente come ogni spazio (e possibilità) di aggregazione non passi più semplicemente per un locale o un ristorante, ma come ne divenga il fine ultimo. Un punto di arrivo quando prima era solo un punto di passaggio, un attraversamento verso il cinema, il teatro o il circolo culturale o ricreativo.
La biblioteca si pone così come un luogo con un grande potenziale di accessibilità perché inclusiva e capace di coinvolgere un’utenza fortemente trasversale. Un aspetto tutt’altro che scontato e tutto da capire in un tempo in cui vige l’ossessione per la targettizzazione e in cui le stesse città sembrano declinare la loro storica funzione di aggregatore sociale per trasformarsi sempre più in compartimenti stagni per ceti ben distinti di meri consumatori. In tutto questo movimento sembrerebbe perdere di centralità proprio il libro, l’oggetto cardine attorno a cui la biblioteca nasce e si sviluppa oltre che il medium da Gutenberg in poi cuore di ogni forma di apprendimento.
Si vede così avanzare l’idea di una biblioteca come centro servizi, come luogo di socialità espansa dove trovare risposte sia per la propria quotidianità come per il proprio svago: insomma dal lavoro all’idraulico, dai viaggi alle mostre. Tuttavia proprio l’ontologia della biblioteca obbliga ad una riflessione più attenta. Il libro infatti è la base, potremmo dire irriducibile (e quindi generativo), attorno al quale non si sviluppa la biblioteca solo come spazio o semplicemente come infrastruttura, ma attraverso il quale si può costruire un discorso aperto e inclusivo, coinvolgente e socialmente aggregante. O per meglio dire la biblioteca può essere definita come un’infrastruttura, ma di tipo contemporaneo, oltre che un ponte tra un’epoca novecentesca e quella contemporanea in grado così di offrire uno sguardo solido sulla lunga durata. Ovvero un’architettura politica, un extrastatecraft secondo la definizione di Keller Easterling, uno spazio con regole e spazi in grado di regolare la vita quotidiana in chiave attiva e partecipativa, ma al tempo stesso connessa con quelli che sono i sistemi a carattere più fortemente istituzionale. La biblioteca ha oggi la possibilità di elaborare forme inedite di protocolli di dialogo e di confronto tanto più in un tempo iperconnesso come quello contemporaneo.
Anche perché dopo l’ondata covid si assiste in Italia ad un crollo drammatico dei consumi culturali. Una dinamica talmente feroce e aggressiva da togliere quasi totalmente il senso stesso di molti dei prodotti culturali che hanno segnato la modernità e non è un caso che tra questi spicchi - come un iceberg di una crisi che è prima di tutto di senso -, proprio il cinema. Ovvero quel prodotto culturale sintesi della modernità perché frutto di un’autorialità collettiva e al tempo stesso di una dinamica economica industriale. Oggi il cinema, proprio nell’epoca in cui le immagini trionfano, vive - dopo la crisi economica, sostanzialmente irreversibile, degli anni Ottanta - una vera e propria crisi d’identità. A partire dal luogo della sua stessa fruizione, - la sala cinematografica oggi sostanzialmente ridotta ai minimi termini - fino anche ai suoi elementi più caratterizzanti: fine del divismo e di conseguenza perdita di quella percezione del popolare che è da sempre l’anima caratterizzante di un’arte che è stata pensata come fortemente mainstream, anche nelle sue forme più autoriali e intellettuali, e quindi di conseguenza anche economicamente virtuosa. Ora tutto questo è messo in discussione da un rimescolamento vorticoso in cui è difficile comprendere sia il senso culturale e soprattutto il senso economico, aspetto non di poco conto per un settore dai costi produttivi ingenti.
In tal senso il paragone più scontato è quello con L’Opera là dove un prodotto culturale popolare è divenuto in una contraddizione tutta contemporanea, un prodotto elitario, ma sovvenzionato da una collettività in grande maggioranza esclusa da quei teatri che pure difende e sostiene con il proprio contributo. In questo modo si rischia infatti di tornare all’annosa questione che con la cultura non si mangia il che è vero soprattutto quando questa viene sovvenzionata per essere usufrutta non culturalmente, ma programmaticamente per pochi. La consapevolezza pubblica o per meglio dire il riconoscimento sociale è o dovrebbe essere un valore irriducibile. E qui torniamo al libro e alla sua forma, alle biblioteche e alla loro inevitabile mutazione.
Lo spazio della lettura è uno spazio intimo e sociale al tempo stesso.
Un libro è un oggetto preciso, con delle misure e un peso precisi, con una forma sempre riconoscibile. Eppure al tempo stesso è un oggetto che si apre, che si sfoglia, la cui forma per quanto riconoscibile è di volta in volta molto diversa, come diverso è il suo aspetto. Il libro si pone infatti come un contenitore dell’immateriale che come tale varia di percezione da persona a persona. Può essere un oggetto chiuso con solo dei paratesti visibili, come uno spazio totalmente ignoto dentro al quale scoprire e scoprirsi. Un famoso intellettuale avvertiva rispetto alla lettura che spesso capiva di non capire e proprio quel non capire apriva in lui pensieri nuovi, visioni originali, uno stato di eccitazione e di scoperta ogni volta inedito. Già perché leggere comporta un rischio, anzi molti rischi. E ci vuole coraggio. Si può perdere del tempo, perché leggendo si perde sempre del tempo rispetto al fare. Così come si può anche restare delusi, sentirsi inadeguati, oppure consolati, ma senza che questo porti a nulla di nuovo. E in generale con i libri si può fare anche molta fatica, perché prendersi il diritto di leggere vuol dire prendersi il diritto di stare soli, ma in stretta (per certi versi ossessiva) relazione con il mondo. Il lettore è infatti una figura fortemente sociale al punto da agire la propria curiosità rispetto al mondo usufruendo di tutta l’attenzione possibile, perché alle volte per mettere a fuoco le cose che ci stanno vicino o a fianco tutti i giorni è necessario fare un salto oltre: in un’altra epoca, nella vita come nei pensieri di altri. Lo spazio della lettura è dunque uno spazio intimo e sociale al tempo stesso. E a stare nudi in mezzo alla strada ci vuole coraggio e anche un poco di salutare follia.
Questo movimento vertiginoso che sta dentro a un libro è proprio quel movimento che determina la forma e lo spazio di una biblioteca contemporanea, dai suoi aspetti più tipici a quelli più estesi. Una potenzialità che è fortemente diversa e per certi versi opposta a quello che si può definire un “centro servizi” proprio perché i servizi che può garantire e quindi non offrire, sono dati non dalle richieste di un pubblico e quindi di un mercato, ma intercettano dei bisogni che non pretendono di assolvere dei desideri, ma di alimentarli.
Ed è anche lo strumento ad oggi più efficace per dare forma ad un tempo, quello contemporaneo che non vive o almeno non dovrebbe, solo nel presente. Un presente che non può più darsi all’interno di una cronologia storica, ma invece come una contemporaneità elastica e a tratti infinita capace di accogliere e includere una percezione del tempo che va ben al di là della cronologia e della sua conseguente linearità. Leggere Balzac oggi non è come leggerlo cinquant’anni fa o quando fu appena pubblicato perché il contenuto cambia radicalmente al di là degli aspetti strumentali dati dagli elementi del tempo. E cambia radicalmente la percezione all’interno del nostro tempo, per cui tutto ciò che ci è comprensibile diviene a suo modo nostro contemporaneo, un elemento vivido del nostro tempo.
Uno stare sulla scena che costa fatica e non poca. Un prezzo che tocca essere pagato soprattutto da noi, reduci o nipoti di una modernità novecentesca da sempre avvertita come perfettamente compiuta e levigata. Una compiutezza di senso che lascia però in eredità più che altro una perenne e insensata ansia di controllo, un sentimento quanto mai risibile per non dire totalmente inutile in un tempo che ha bisogno di rigenerarsi e fluire. Un bisogno estremo di elasticità al posto di tensione e in generale una necessità di cura al posto di un perenne stato di imposizione. Se nel Novecento si è detto, fatto, scritto tutto, non si è però pensato mai al come tutto quel fare, dire e scrivere è stato realizzato, e a quale valore il come inteso come modo di stare e relazionarsi, può trasformare la vita di ognuno di noi anche al di là del fare stesso. Non una fuga dal simbolico che ha un valore certo, ma evidentemente un suo diverso utilizzo, una sua diversa interpretazione: meno patriarcale, meno generazionale e meno competitivo (seppur sempre e anzi in virtù di questo anche più performativo).
Il libro, dunque, colto come materia e simbolo, ma anche come intuizione e strumento. Quattro caratteristiche inscindibili che nel loro intreccio determinano la forza relazionale e di ingaggio sociale del libro. Risulta dunque evidente che la biblioteca si pone come lo spazio potenzialmente primario della relazione. Tanto più in una società che necessita, ancor più che degli strumenti, di una mappa per la loro interpretazione. Una mappa che deve offrire una capacità di sguardo immediata e funzionale. Tuttavia dare forma a degli spazi liberi è ben più che estremamente complesso, ma è anche rischioso perché necessita di una capacità di organizzare idee e procedure, visioni e azioni attraverso inevitabili formalizzazioni che non possono che offuscarne l’efficacia e la necessaria naturalezza attraverso cui sarebbe necessario viverli. Una biblioteca che diviene a tutti gli effetti un laboratorio di pratiche sociali come in parte avverte e propone Chiara Faggiolani (Le biblioteche nel sistema del benessere) leggendo e organizzando una mole impressionante e accurata di dati che portano a leggere la biblioteca come luogo primario per la cura e della cura.
E superando questo nodo, tra formalizzazione e rischio si crea una virtuosa coesione tra l’irriducibilità del libro e lo spazio della biblioteca. Una coesione che sfugge potenzialmente ad ogni azione istituzionalizzante proprio perché la biblioteca è tale in quanto catalogo e quindi in grado di sfuggire alla logica del controllo per offrire un modello in potenziale e perfetto equilibrio tra storia e morfologia. Un catalogo dunque interpretabile e quindi estremamente capace di mutare discorso e proposta muovendosi tra la propria storia: l’archivio e il patrimonio e la necessaria morfologia: esigenze e bisogni, di una società per definizione mobile.
Se si pensa al gesto più quotidiano di una biblioteca, quello del prestito, è così subito evidente la capacità non di controllo, ma all’opposto di liberazione di quella dinamica del dono che inevitabilmente in forma privata e intima risulterebbe ostica e complicata. Cosa c’è di più intimo di un libro e del suo possesso? La biblioteca si assume invece plasticamente il ruolo di quel corpo intermedio sempre più assente nella società contemporanea. Un ruolo fondamentale per riattivare connessioni ed elaborarle in maniera pubblica e condivisa. Una dinamica che è quindi moltiplicabile in forme e modalità sempre più ampie, proprio perché capace di legare inscindibilmente il libro a un ruolo sociale di attivazione e mediazione.
La biblioteca dunque va oltre l’idea del luogo trasparente o del semplice contenitore pubblico per porsi come luogo di trasmissione, là dove le cose accadono in quanto generative e capaci di comprendere l’intimità dell’individuo, ma includendolo in un cambiamento sociale virtuoso. E in tal senso ridurre la biblioteca a un contenitore di libri in prestito o in consultazione sarebbe solo apparentemente un segno di coerenza, perché in realtà consegnerebbe quel luogo proprio ad una decodificazione facilmente controllabile e istituzionalizzatile e quindi totalmente asservita alle dinamiche più estranee al suo ruolo sociale e culturale di mandato. Rinnovare invece le proprie dinamiche interne in una chiave di rete e condivisione sul territorio può solo favorirne il suo ruolo di pungolo e accrescimento sociale, facendo proprio leva sulla forza irriducibile di senso del libro, come oggetto e come mondo. Oltre lo sterile rifugio di nicchie incapaci di offrire una sponda altra di sguardo e una possibilità inedita di piacere che non sia altro che un’opaca resistenza dello status quo, sempre e comunque controproducente.
Foto di 烧不酥在上海 老的 su Unsplash
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