Formare il pensiero sistemico per educarsi ai beni comuni

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    Sembra tutto molto “puntuale” nel campo dei nuovi commons. In molti casi si tratta infatti di micro cantieri dove intorno a un oggetto specifico, spaziale soprattutto, si ricostruisce l’interesse di una comunità di cittadini attivi. Ma dietro al velo della narrazione, a dominare in questo florilegio di iniziative è comunque la razionalità mezzi / fini.

    Certo, cambia la funzione obiettivo, ma l’involucro è sempre quello: un progetto attraverso il quale raggiungere un obiettivo predefinito coordinando diverse azioni in un dato tempo e con un certo ammontare di risorse a disposizione. Il tutto sancito, anche in questo caso, da uno strumento ben noto: il “dio contratto”, come lo chiama Paolo Perulli, nella forma di un patto di collaborazione.

    Per correggere definitivamente il tiro rispetto ad un’impostazione dell’amministrazione pubblica e, più in generale, delle forme di scambio che appare sempre ancorata a un modello basato sulla separazione e l’asimmetria dei ruoli è necessario lavorare, oltre che sugli strumenti, anche sulla forma mentis.

    È il caso, ad esempio, del progetto “made in future” che si propone di educare al paesaggio come bene comune gli studenti delle scuole elementari e medie di Avio e Ala, due comuni del basso Trentino, formando le loro competenze di pensiero sistemico. Una capacità distintiva, come affermano i gestori del progetto della startup Skopia, che “invita e aiuta a pensare in profondità, a guardare oltre la superficie delle cose e degli eventi, allo scorrere del tempo”. Concretamente si tratta di cogliere ed elaborare una molteplicità di segnali (feedback), superando la linearità causale problema – azione – risultato. E su questa base agire in senso predittivo rispetto non ad uno ma a più futuri possibili.

    Un approccio coerente, quello del progetto trentino, per beni come qualificati come “comuni” che appaiono non solo l’esito di stratificazioni sociali di lungo periodo come in epoca premoderna, ma sempre più come sintesi operativa di culture e pratiche variegate elaborate da persone che si aggregano e si riconoscono in “comunità leggere”, come ricorda Ezio Manzini, legate a un territorio e/o semplicemente a una intenzione che diventa “comune” in corso d’opera. In questo senso i commons fungono da infrastrutture per azioni collettive sempre più complesse da governare perché richiedono di adattarsi a una una pluralità di forme d’uso che inevitabilmente sfuggono alla gestione del qui ed ora e guardano a esiti possibili, anche inattesi, da parte di nuovi attori che irrompono sulla scena o che si affermeranno in uno dei futuri possibili, ad esempio in chiave intergenerazionale.

    L’impatto è quindi la chiave interpretativa dei nuovi commons, intensi come generatori di trasformazione sociale “semplicemente” continuando a perseguire la propria missione costituzionale. Che in sintesi significa: garantire l’accessibilità ad una risorsa facendo in modo che la sua fruizione non ne comprometta le qualità costitutive, ma anzi la renda ulteriormente disponibile secondo criteri di apertura e di differenziazione. Un insegnamento utile anche per chi vuole fare impresa nel campo dei beni comuni.

    Un approccio “aziendale” fatto di prodotti e servizi segmentati per tipologia di utenza e arene mercantili (pubbliche o private che siano) è destinato a funzionare poco in un contesto dove a prevalere sono modelli di coproduzione e di governo inclusivo. E infatti molte imprese, anche di natura non lucrativa, si tengono distanti dai beni comuni considerandoli, tutt’al più, una specie di ricettacolo per esternalità positive che certificano la responsabilità sociale di un’economia che nella sua componente “reale” consiste nella produzione di beni privati o di beni pubblici. E invece formandosi al pensiero sistemico è possibile anche per soggetti imprenditoriali cogliere e agglutinare queste diverse “economie da economie” (spillover) generate da commons che gestiscono asset ambientali e materiali, ma anche intangibili come la conoscenza.

    Un percorso non semplice che richiede di mettere mano ai fondamentali del fare impresa: dall’utilizzo di business plan basati non solo su componenti di “core business”, alla definizione di ruoli incentrati sul community building piuttosto che sulla specializzazione prestazionale, fino a una “pianificazione sistemica” capace di aggregare risorse di varia provenienza e natura in chiave di investimento che sia paziente nel tempo e aperto negli esiti. Un esercizio di cambiamento che ridefinisce, radicalmente, le organizzazioni d’impresa, anche nella loro variante a finalità sociale.


    Immagine di copertina: ph. Pierre Châtel-Innocenti da Unsplash

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