Impatti: come allargare il possibile? Dialogo con Paola Dubini

Scarica come pdf

Scarica l'articolo in PDF.

Per scaricare l’articolo in PDF bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.


    Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter.

    image_pdfimage_print

    Quando abbiamo iniziato a lavorare in maniera sistematica sulla relazione tra valutazione d’impatto (non sociale, nello specifico) e cultura, abbiamo affrontato una questione spinosa e decisiva: da dove partire? Esiste una letteratura di riferimento da cui prendere spunto o rispetto a cui prendere le distanze, in materia di pianificazione e valutazione d’impatto delle politiche culturali e artistiche? La ricerca di quei mesi ci ha permesso di fare una panoramica sincronica e diacronica e di apprendere punti fermi (uno su tutti: lo sguardo di Claire Bishop) e aperti, di cui abbiamo a suo tempo discusso con il Comitato scientifico di cui ci eravamo dotati nel progetto di pianificazione e valutazione dell’impatto del Settore cultura del Comune di Bologna. Di quel comitato faceva parte anche l’economista della cultura Paola Dubini, con cui è nato un confronto che negli anni si è conservato vitale e vivace. Proprio con lei, in questo secondo dialogo su impatto e cultura, abbiamo ripreso alcuni spunti nati allora e processati poi negli anni. 

    Se, nel primo dialogo con il semiologo Francesco Marsciani, abbiamo capito in che modo intendere la parola valutazione e l’importanza di difenderne un’accezione che consenta apertura all’inatteso, con Paola Dubini siamo ripartiti da qui: le abbiamo anzitutto chiesto quale possa essere l’equilibrio, nelle politiche pubbliche culturali, tra una visione strategica sulla capacità trasformativa della cultura (accompagnata da uno strumento che renda osservabile il percorso in quella direzione) e la capacità di accogliere, o forse ancor più, abilitare l’inatteso.

    «Il grosso tema su cui dobbiamo prestare attenzione è il fatto che, per definizione, una politica guarda a un fenomeno in modo generalizzato. Mentre può essere ambiziosa in fase di visione, inevitabilmente diventa burocratica quando operazionalizza, stabilendo regole uguali per tutti. Di conseguenza, dobbiamo stare molto attenti a chiedere alla politica di accogliere l’inatteso…

    Ripartirei dalla centralità e dall’ambiguità del “buco nero” associato all’etichetta “partecipazione culturale”. Se l’assessorato al welfare in genere si occupa di persone a rischio esclusione con prospettiva di assistenza, l’assessorato alla cultura si occupa di queste persone con prospettiva di democrazia culturale. Almeno formalmente, perché nei fatti poi non sempre è così. Prendiamo una biblioteca: l’assessorato alla cultura guarda alla dotazione di una biblioteca, non a come viene frequentata. Quando ci si preoccupa di lavorare sulla partecipazione culturale come antidoto per l’emarginazione, ci si scontra con il fatto che dove maggiore è il bisogno, minore è la consapevolezza del bisogno. E forse dovremmo smettere di parlare di un bisogno di cultura: bisognerebbe piuttosto ragionare nei termini di desiderio, di appropriazione e di relazione. In questo processo di relazione, le strutture di mediazione sono preziosissime, ma devono essere capaci di parlare a più “livelli”, per esempio abbiamo notato che chi non riesce a portare le istanze del quartiere alla città perde poi di legittimazione.
    E poi, se parli di “minori” e di sollecitazione del bisogno di cultura, hai a che fare con almeno tre fasce d’età completamente diverse. Se la biblioteca è capace di relazionarsi con i bambini ma non con gli adolescenti è perché il reparto ragazzi è “bambinizzato”: se metti lì l’adolescente si ribella, così come si sente escluso nel reparto adulti. Detto altrimenti: oltre alla parola “valutazione”, sarebbe il caso di ridare senso alla parola “inclusione” e collegarla proprio al concetto di valore, rischiamo che nel voler essere inclusivi generiamo involontariamente auto-esclusione.
    Un esempio: ho scoperto che gli archivi pubblici si stanno ponendo il problema di stimare il loro valore patrimoniale, perché se si riesce a dare un valore, si può consolidare il bilancio. Questo esercizio di valorizzazione (cioè di attribuzione di valore economico all’archivio) è una cosa che veniva fatta fino a poco tempo fa stabilendo uno standard a metro lineare. Ora si sta cercando di stabilire un criterio un po’ più sensato. C’è un tema ovviamente di valore d’uso: non avendo un valore di scambio chiaro, devo guardare alla capacità del bene di generare movimento, relazione».

    Proviamo ad addentrarci nello specifico del valore della cultura. Come Kilowatt, cerchiamo da tempo di affermare le peculiarità della cultura nel generare valore e impatti, perché non siano considerate secondarie o ancellari al valore o agli impatti sociali. Questo ha a che fare con la valutazione, ma anche e soprattutto con la capacità dei policy maker di mettersi in ascolto…

    «La sfida è capire tempi e modi della capacità trasformativa della cultura: il valore di relazione, per esempio all’interno della dimensione dell’inatteso, dipende dal come, dal chi, dal quando… Una persona sente un concerto per la prima volta e ne rimane colpita; un’altra dice “che noia”. Come facciamo a dire che le risorse che sono state spese hanno generato il valore previsto? Soprattutto, come facciamo a dirlo dal punto di vista del policy maker? È molto difficile. Come dicevamo prima, se traduco un ragionamento nella lingua del soggetto pubblico, la cosa si appesantisce e burocratizza. Forse l’approccio giusto è provare a fare il contrario. O a “non” fare, affermando che lo spazio della cultura è lasciare un po’ di inespresso e inaspettato. Mi spiego. Ho cento da investire? Ottanta li investo concordando i risultati, venti li lascio alla sperimentazione e alla ricerca, e poi chi li riceve mi dice cosa è successo di atteso e di inatteso. 

    Diciamo: l’inatteso è imponderabile, ma quando c’è, genera delle domande e quelle vanno valorizzate.

    Dobbiamo lasciare spazio al caso. Forse dovremmo trovare una soluzione organizzativa diversa? Qualcuno a cui affidiamo il compito di essere il volano dell’imponderabile. Cosa è successo negli anni gloriosi del design italiano? tantissime cose…. fra cui Carosello: è stato lo strumento che ha permesso lo sviluppo di competenze diffuse nel campo dell’animazione. Nel frattempo la RAI sosteneva la produzione di prodotti culturali e di intrattenimento, alimentando un ecosistema produttivo e creativo. Se possiamo oggi immaginare che ci sia uno sforzo di costruzione di un ecosistema, quali possono essere i volani dell’imponderabile? Oggi ci sono meccanismi diversi, ma la domanda resta la stessa: come facciamo ad “allargare il possibile”?».

     

     

    Correvano i primi giorni 2020 quando iniziava un percorso che poi sarebbe durato almeno un paio d’anni, ma forse, con il senno di poi, non si è mai interrotto davvero. Stavamo iniziando un complesso progetto di pianificazione e valutazione d’impatto delle politiche culturali del Settore Cultura del Comune di Bologna, allora (e anche oggi) unica amministrazione ad aver usato la metodologia dell’impatto in direzione strategica partendo dalla cultura e dal suo specifico. Si possono vedere gli esiti di quel progetto qui.
    Ma, anche, come ne sono germinate altre occasioni progettuali. Quella analoga che ha portato alla definizione della Teoria del cambiamento del Settore biblioteche, sempre del Comune di Bologna. Di nuovo, prima e oggi unico sistema bibliotecario che se n’è dotato. Proprio in questi giorni ha visto la luce uno degli esiti, il questionario qualitativo distribuito nelle biblioteche comunali della città; poco meno di un anno fa presentavamo invece un’indagine sulla lettura molto speciale, nata in seno a quel progetto e grazie alla definizione di un impatto intenzionale del Settore.
    O quella con l’Ufficio politiche giovanili della Provincia autonoma di Bolzano e Alto Adige.

    Con le amiche e gli amici di cheFare si è pensato, già da tempo, di provare a tener traccia di alcuni apprendimenti che abbiamo maturato con queste esperienze. Abbiamo deciso di farlo in maniera non troppo lineare e convenzionale: attraverso alcuni dialoghi, da un lato, e attorno ad alcune parole chiave, dall’altro. 

    Ne sono nate alcune conversazioni (frutto delle riflessioni fatte da Gaspare Caliri insieme a Francesca Calzolari, Cecilia Colombo, Anna Romani). Con il semiologo Francesco Marsciani abbiamo affrontato la parola valutazione. Con l’economista della cultura Paola Dubini (che ha condiviso con noi il percorso con il Settore cultura del Comune di Bologna, all’interno del Comitato Scientifico di progetto) abbiamo dialogato attorno alla relazione tra la parola impatto e la parola cultura. Con Bertram Niessen (direttore scientifico di cheFare e, anche lui, membro del Comitato Scientifico del percorso con il Settore cultura del Comune di Bologna) e Daniele Gasparinetti (di Xing) abbiamo invece discusso attorno ai concetti di valore intrinseco e strumentale della cultura. Ognuna di queste conversazioni (più un piccolo bilancio conclusivo) è diventato un articolo. Insieme compongono una piccola rassegna qui su cheFare, che sarà pubblicato nelle prossime settimane. Sapendo che, come si dice in questi casi, ci sono punti fermi ma anche punti di domanda ancora aperti.

     

    Immagine di copertina di NEOM su Unsplash

    Note