Martedì 17 marzo 2026
Welfare di prossimità
 
Oltre le etichette, un modello di cura comunitaria
Dal web

Quando parliamo di welfare nelle Case del Quartiere di Torino, ci confrontiamo con una questione concettuale preliminare: come chiamare ciò che facciamo? Welfare di prossimità, welfare di comunità? O altro? La scelta delle parole non è mai neutra, e le etichette che utilizziamo orientano le aspettative e delimitano i confini dell’azione.


La nostra esperienza ci suggerisce che le varie definizioni colgono tutte aspetti essenziali del nostro lavoro. La prossimità rimanda alla vicinanza fisica e relazionale: essere facilmente raggiungibili, praticare la vicinanza come processo di cittadinanza, offrire accoglienza e accessibilità. La comunità evoca invece la dimensione collettiva e partecipativa: il coinvolgimento attivo dei cittadini, la costruzione di reti, la responsabilità condivisa nel produrre benessere.


Un modello che sfida le categorie tradizionali

La nostra azione non si colloca all’interno del modello erogativo tradizionale dei servizi sociali, caratterizzato da logiche top-down, specializzazione settoriale e procedure standardizzate. Non si tratta di negare il valore dei servizi strutturati, ma di riconoscere che la complessità dei bisogni sociali richiede anche risposte diverse, più flessibili e integrate.


Gli sportelli sociali delle Case del Quartiere sono concepiti come “snodi di comunità”: luoghi a soglia praticabile, con accessi semplici e sburocratizzati, dove gli operatori diventano figure di riferimento con cui instaurare un legame fiduciario. Questo approccio intercetta persone che spesso non sono conosciute al servizio sociale pubblico: nel 2025, il 75% dei beneficiari che hanno raggiunto i nostri sportelli non era in carico ai servizi.



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