Torino, San Salvario, Aiuola Ginzburg
Lavoro a San Salvario, quartiere semicentrale di Torino, come direttore della locale Casa del Quartiere: un centro socio culturale che ogni anno accoglie decine di migliaia di persone e centinaia di associazioni. A San Salvario ci vivo pure, da sempre.
San Salvario è un quartiere multiculturale, vitale, contraddittorio che ha attraversato negli ultimi trent’anni trasformazioni continue: l’immigrazione extraeuropea a partire dagli anni Novanta, i conflitti, la ricerca forme positive di convivenza, la stagione della movida notturna, processi incompiuti di gentrificazione. Oggi i locali chiudono silenziosamente, le strade si svuotano di notte, mentre si concentrano sacche sempre più dense di disagio.
Davanti alla Casa del Quartiere c’è l'Aiuola Ginzburg: una piccola piazzetta pubblica con quattro grandi tigli a far ombra. Per anni abbiamo cercato di prendercene cura insieme a residenti e volontari, con l'idea che lo spazio pubblico dovesse essere fruibile da tutti, senza escludere nessuno. Era un luogo con tante contraddizioni e difficoltà, ma tutto sommato vivibile. Poi, tra fine 2023 e inizio 2024, la situazione è precipitata e ne abbiamo perso il controllo: spaccio di crack, risse, scippi in pieno giorno, disagio, incuria, conflitti, proteste.
La situazione si faceva sempre più difficile e allora, per affrontare una questione che le istituzioni da sole non riuscivano a risolvere, abbiamo deciso di provare ad agire in prima persona, come cittadini attivi, nonostante la durezza e pericolosità di questo tipo di problemi: abbiamo portato tavolini e attività in mezzo all'aiuola e cominciato a lavorare lì ogni giorno, cercando il dialogo con tutti — spacciatori, tossicodipendenti, residenti. Un'azione certamente limitata, ma che ha aperto uno spazio di possibilità.
San Salvario è un quartiere multiculturale, vitale, contraddittorio che ha attraversato negli ultimi trent’anni trasformazioni continue
Da quell'esperienza, su proposta di un gruppo di cittadini, è nato il collettivo Passi Liberi, un esempio di mobilitazione dal basso sui temi della sicurezza urbana con un approccio esplicitamente inclusivo: non “ripulire” il quartiere, non cacciare nessuno, ma rendere gli spazi pubblici frequentabili per tutti, sulla base di relazioni e rispetto reciproco. È da questa esperienza concreta che provo qui a ragionare su cosa significa, secondo me, parlare di sicurezza urbana in questi contesti.
Di che parliamo, quando parliamo di sicurezza urbana?
Il tema della sicurezza urbana è sempre più presente nel dibattito pubblico. Ma cosa c’è davvero dentro questa parola? È noto che quando i cittadini esprimono insicurezza, nella stragrande maggioranza dei casi non si riferiscono al rischio effettivo di subire reati. Si riferiscono spesso qualcosa di più sfrangiato e pervasivo: degrado e incuria materiale, conflitti legati agli usi concorrenti dello spazio pubblico, concentrazione e visibilità del disagio e delle povertà, diffusione del consumo di sostanze a scena aperta, assenza di presenze riconoscibili e rassicuranti. Una vasta zona grigia di fenomeni ordinari che, presi singolarmente, possono apparire minori o non rilevanti in termini di rischi di vittimizzazione, ma che nel loro insieme producono un effetto cumulativo potente sulla percezione di insicurezza.
Eppure il dibattito pubblico giornalistico continua a trattare la sicurezza come se fosse essenzialmente una questione di rischio di vittimizzazione e ordine pubblico: “la gente ha paura ad uscire di casa perché teme di essere scippata, aggredita, derubata…”.
Due posizioni insufficienti
A partire dagli anni '80, il concetto di sicurezza ha infatti subito uno slittamento semantico pervasivo: da sicurezza sociale — protezione garantita dal welfare — a immunizzazione dal rischio di criminalità e inciviltà. Questo slittamento non è neutro. Ha orientato le politiche, ha plasmato le aspettative dei cittadini, ha ristretto drammaticamente il campo delle risposte possibili.
Il risultato è quello di un dibattito polarizzato e sterile, irrigidito in due posizioni speculari. Da un lato chi invoca law and order: più polizia, tolleranza zero, DASPO urbani, ordinanze anti-degrado. Dall'altro chi afferma che la sicurezza urbana è solo il "prodotto laterale" di politiche strutturali più ampie — welfare, casa, lavoro — rimandando a un futuro indefinito, quello delle grandi riforme o rivoluzioni, problemi che impattano hic et nunc sulla vita delle persone.
È noto che quando i cittadini esprimono insicurezza, nella stragrande maggioranza dei casi non si riferiscono al rischio effettivo di subire reati
Entrambe le posizioni mi sembrano insufficienti. Le politiche securitarie dell'ultimo trentennio — ordinanze, architettura ostile, decoro come parola d'ordine — non hanno prodotto né più sicurezza reale né più sicurezza percepita. Hanno prodotto criminalizzazione della marginalità e spostamento dei problemi. Ma, in un contesto di scarsità di risorse e inefficienza dell'azione pubblica, anche la sola invocazione di politiche strutturali o rivoluzioni radicali, lascia i cittadini senza risposte, senza generare impatti concreti nel presente.
Chi resta schiacciato in mezzo sono le persone: i cittadini che abitano i quartieri difficili, spesso scissi tra i propri valori inclusivi e l'esperienza quotidiana del disagio. Le classi popolari urbane che non hanno le risorse per trasferirsi altrove. Certi operatori sociali e amministratori locali che vedono benissimo i limiti di entrambi gli approcci ma non trovano spazi e risorse per articolare posizioni più complesse.
Ri-significare, non abbandonare
Sono in molti, tra i critici dell’approccio repressivo e carcerario a queste questioni, che quando sentono parlare di “sicurezza urbana” storcono il naso e propongono di usare altri concetti. Penso invece che sarebbe più utile lavorare per una ri-significazione del concetto e non per un suo abbandono. Per quanto ambiguo, quello della sicurezza, rimane un riferimento ad una condizione problematica largamente percepita. Rifiutarlo significherebbe lasciare campo libero a chi ne fa un uso riduttivo, strumentale, repressivo.
Si tratta forse di restituirgli la complessità che merita. E affermare che la sicurezza urbana è una dimensione trasversale che riguarda la qualità complessiva dello spazio pubblico e la capacità di una città di rendere possibile la convivenza con l'altro. E ribadire che la sicurezza è una condizione da produrre ogni giorno, attraverso una pluralità di azioni concrete: cura degli spazi, gestione dei conflitti, usi creativi degli spazi pubblici, contrasto delle povertà, riduzione della concentrazione del disagio, costruzione di relazioni.
Questo significa superare la contrapposizione tra politiche "sociali", di “rigenerazione urbana” e politiche "di sicurezza" e ri-significare il concetto di sicurezza urbana dando profondità ai fenomeni, aprendo una confronto con i cittadini via per via, piazza per piazza, sui temi delle dipendenze, delle povertà, della responsabilità istituzionale, ma anche civica nella cura degli spazi pubblici. Questa, penso, sia la rigenerazione urbana di cui c’è bisogno: quella che i problemi li affronta collettivamente, senza limitarsi a spostarli altrove con le videocamere e gli interventi di maquillage dell’arredo urbano, magari in stile di urbanistica tattica.
La cittadinanza attiva come pratica politica costituzionale
Un luogo curato ma privo di vita sociale resta fragile; un luogo animato ma non manutenuto produce conflitto; un luogo controllato ma non abitato genera solo spostamenti del problema. E’ l'intreccio tra fattori materiali, sociali e relazionali che determina la qualità di uno spazio pubblico e la sua sicurezza. Nel contrastare i fenomeni di insicurezza, c’è quindi un posto anche per la cittadinanza attiva: cioè qualcosa che i cittadini stessi possono concretamente fare e che si collochi in una posizione opposta a quella, piena di rancore e di razzismo, di certi “comitati spontanei” e delle cosiddette “ronde”.
La rigenerazione urbana di cui c’è bisogno è quella che i problemi li affronta collettivamente, senza limitarsi a spostarli altrove con le videocamere e gli interventi di maquillage dell’arredo urbano, magari in stile di urbanistica tattica
L'esperienza che abbiamo maturato sul campo a Torino — dall'Aiuola Ginzburg di fronte alla Casa del Quartiere San Salvario, al collettivo Passi Liberi — ci ha insegnato che, anche nell’ambito dei fenomeni classificati come insicurezza urbana, esiste una forma emergente di partecipazione inclusiva che potremmo chiamare attivismo civico di prossimità e leggerlo come azione collettiva concreta su problemi della convivenza: non è affatto detto, per fortuna, che i cittadini che si attivano su questi temi debbano farlo per esprimere rancore, desiderio di repressione del diverso, richiesta esclusivamente di maggiore controllo poliziesco.
Pratiche inclusive di prossimità possono creare le condizioni per il riconoscimento reciproco nello spazio pubblico: non eliminare il conflitto, ma umanizzare le relazioni, permettere che "l'altro" non sia solo un problema da rimuovere ma una persona con cui è possibile una relazione e una richiesta di responsabilità. Possono produrre apprendimenti collettivi: quando, per esempio, i cittadini toccano con mano che la tossicodipendenza è un fenomeno complesso, che le politiche repressive sono costose e inefficaci, che i servizi sono sotto-finanziati, le semplificazioni populistiche diventano meno credibili. E possono esercitare pressione costruttiva sulle istituzioni, fondata sulla conoscenza diretta e situata dei problemi.
Come dice Giuseppe Cutturri, facendo questo i cittadini, anche inconsapevolmente, sono figure generate dalla Costituzione non vincolate, come spesso si pensa, entro i confini limitanti della delega di funzioni pubbliche sussidiarie o della cosiddetta amministrazione condivisa, ma che, attraverso azioni dirette esercitano il diritto, costituzionalmente sancito, di concorrere all’esercizio del governo.¹
Un nuovo paradigma di cittadinanza?
Queste pratiche di attivismo sono importanti oggi per ragioni che hanno a che fare con la democrazia. Negli ultimi decenni di crisi della sfera pubblica, si è progressivamente indebolito quel tessuto di organizzazioni collettive che per quasi un secolo avevano svolto funzioni essenziali: trasformare i disagi individuali in domande collettive, mediare i conflitti, formare i cittadini alla partecipazione democratica.
Anche nell’ambito dei fenomeni classificati come insicurezza urbana, esiste una forma di partecipazione che potremmo chiamare attivismo civico di prossimità e leggerlo come azione collettiva concreta su problemi della convivenza
Come sappiamo bene, questa crisi dei corpi intermedi, della rappresentanza democratica e della sfera pubblica ha lasciato un vuoto. I cittadini si trovano soli di fronte ai problemi, più esposti alla comunicazione politica semplificata, più inclini a oscillare tra delega passiva e rancore impotente. Questo vuoto si avverte con particolare intensità sui temi della convivenza urbana. E quando mancano luoghi e soggetti capaci di elaborare collettivamente i conflitti, il disagio si esprime in modi frammentati e regressivi: la lamentela individuale, la richiesta punitiva, la chiusura difensiva.
Dalla crisi della cittadinanza come status formale può emergere qualcosa di diverso: una cittadinanza come pratica concreta, da esercitare anche al di fuori dai luoghi della rappresentanza politica elettorale. Non più delega passiva, ma esercizio diretto di poteri e responsabilità su problemi che riguardano la propria vita. Le pratiche di attivismo di prossimità sono politiche non perché si occupano di istituzioni o di elezioni, ma perché ricostruiscono quello "spazio tra" che emerge quando le persone agiscono insieme su questioni che le riguardano e ambiscono a dire qualcosa sul “governo” dei luoghi.
Senza pratiche di cittadinanza attiva oggi le istituzioni democratiche, così poco rappresentative e tendenzialmente autoreferenziali, restano gusci vuoti. Solo attraverso forme innovative di partecipazione collettiva e stabile, presenza fisica nei quartieri, costruzione di relazioni e forme di partecipazione diretta si può forse ri-attribuire ai cittadini la possibilità di concorrere direttamente al bene generale e trovare una strada per uscire dalla crisi della sfera pubblica e della politica.
Note
¹ Giuseppe Cotturri, Romanzo popolare. Costituzione e cittadini nell’Italia repubblicana, Castelvecchi, Roma 2019