Lunedì 16 settembre 2024
Museion Art Club
 
Un incontro con Bart van der Heide

Un percorso editoriale dedicato al Museion Art Club di Bolzano, un incubatore e amplificatore che incoraggia interazioni tra il museo di arte moderna e contemporanea di Bolzano e i protagonisti dell’attivismo urbano diffuso, offrendo spazio, visibilità e possibilità di fare rete. Questo articolo fa parte di una rubrica che racconta il mondo delle organizzazioni para-istituzionali e il loro operato e per approfondire i temi dell’arte e della partecipazione sui territori.



A fine giugno ho incontrato il direttore del museo bolzanino, Bart van der Heide. Per avere un appuntamento ho usato la scusa di un’intervista, che in realtà non mi piace come formato e che infatti non ho neanche provato a preparare. Lui ha acconsentito a dedicarmi del tempo, ma soprattutto ha accettato che la nostra conversazione potesse andare oltre un rituale domanda-risposta che avrebbe semplificato la lettura ma, purtroppo, anche ridotto la ricchezza delle riflessioni. Quella che segue non è, quindi, un’intervista. È una trama tessuta dalla nostra conversazione, di cui rimane in ordito quello che lui voleva raccontarmi e in controluce quello che io, dopo aver passato l’adolescenza tra gabber https://www.deephouseamsterdam.com/gabber-rotterdam-gave-birth-underground-style/ con il miraggio del Number One https://not.neroeditions.com/archive/hardcore-gabber-number-one/, volevo farmi raccontare da un curatore olandese che, appena giunto in Alto Adige, ha proposto TECHNO HUMANITIES, un programma di ricerca che ha chiamato a raccolta proprio chi, seppure dimenticato, qui in Alto Adige, di quella subcultura techno degli anni Novanta, aveva fatto parte. 

Il vero valore dell’ART CLUB FORUM non risiede nella sua programmazione ma nell’infrastruttura che crea tra il settore pubblico e quello indipendente E questo spazio è uno spazio complesso di interazione, che deve necessariamente essere non commerciale. Tradotto in “non commerciale” da “non commercial”, ha un significato che nel contesto va oltre il letterale e può significare anche “non for profit” o “senza scopo di lucro” perché ogni altro spazio che stiamo attraversando e utilizzando è commerciale mentre il museo non è un’impresa e dovrebbe saper offrire uno spazio neutro che permette la complessità.


Ph. FiorentinoPh. Fiorentino


Un museo è un centro di ricerca e produzione della conoscenza, ma ciò, per chi lo dirige, non significa che questa produzione vada sempre esposta o proposta in maniera esclusiva. Fare ricerca, produrre conoscenza, in altre parole adempiere ai compiti di un museo significa anche, per Bart van der Heide, lavorare sulle organizzazioni museali stesse, sulle infrastrutture pubbliche e sui modi per trovare forme per cambiarle. Ciò richiede il non porsi come chi è in grado, sempre, di fornire risposte o schemi consolidati di produzione, ma al contrario, trovare un modo per imparare a stare nella complessità delle domande e vedere dove portano. 

Io non credo che i musei esistano per risolvere problemi. E in particolare non credo esistano per occuparsi di problemi politici “political” ovvero problemi relativi a relativi ai processi di governo, alle questioni di potere o alle relazioni tra gruppi con differenti ideologie ma possono essere uno spazio di appartenenza, in cui le persone possono davvero costruire relazioni a lungo termine. E penso che sia in questo approccio diverso e nelle forme che crea. Il luogo dove avviene l'impegno civico, la partecipazione. 

Quello che abbiamo qui, in Italia, in Europa (anche se in Italia, per fortuna, c’è ancora spazio per adottare una prospettiva filosofica e non solo manageriale alla cultura) quando vogliamo lavorare allo sviluppo di un’organizzazione, è un unico modello cui fare riferimento. Ed è un modello che nasce e vive in contesti aziendali, commerciali, le cui logiche, se trasferite in un’istituzione pubblica, possono essere dannose. Anche il linguaggio di cui disponiamo per provare ad incidere nei contesti che vogliamo cambiare, è un linguaggio commerciale da cui dobbiamo svincolarci se vogliamo essere in grado di delineare e definire che cosa sostanzia e dà senso ad un museo in quanto istituzione pubblica. 

Qui in Alto Adige il settore culturale è a prima vista molto istituzionalizzato ma devo aggiungere che ci sono in realtà molti altri livelli. Avviando la ricerca confluita poi in TECHNO HUMANITIES. TECHNO HUMANITIES è un progetto di ricerca multidisciplinare articolato in mostre, pubblicazioni e programmi di mediazione. Concepito dal direttore Bart van der Heide, è l’esperimento più esteso messo in atto fino ad oggi dal museo e coinvolge tutti i membri del personale e le comunità di interesse a livello locale. Come un basso continuo, penetra ogni angolo del museo e crea un’atmosfera creativa, che invita tutti i presenti al dialogo e al dibattito. TECHNO HUMANITIES affronta le questioni urgenti ed esistenziali dell’essere umano, all’interfaccia tra ecologia, tecnologia ed economia. Per un approfondimento si rimanda al link https://www.museion.it/it/iniziative/5378-techno-humanities abbiamo scoperto un archivio di techno party di cui nessuno ha una conoscenza effettiva, ma che sono parte del patrimonio culturale locale. 

Ciò che la ricerca e la produzione del programma TECHNO HUMANITIES ha avviato è un processo di consapevolezza da parte di questi gruppi indipendenti, a livello locale molto isolati, rispetto all’appartenenza a qualche cosa di più grande: ad una storia lunga trent’anni, fatta di materiale come volantini, istantanee e audio cassette che sono una parte considerevole del patrimonio culturale dell’Alto Adige. Infatti, come diciamo che non esiste un’arte, possiamo dire che non esiste un settore culturale, ma convivono molti settori culturali che accadono simultaneamente. Quello che è avvenuto realizzando questo lungo processo di ricerca e produzione è che alcuni membri di queste subculture locali sono entrati a far parte di ART CLUB FORUM e assieme, persone e istituzioni, vecchi raver e curatori museali, hanno sviluppato una rete di realtà subculturali che hanno trovato negli eventi OCCUPY (party techno all’interno degli spazi di Museion) spazi per avviare collaborazioni, coinvolgere organizzazioni diverse e portare avanti un progetto capace di rappresentarle.

Un luogo dove la mostra in programma apre una rete che non si chiude con il finissage, ma che è capace di continuare, attraverso l’ART CLUB FORUM, in un altro formato, proseguendo nella costruzione di collaborazioni pensate per espandersi. In questo modello, la mostra non esiste come un'entità a sé stante, ma diventa uno strumento per la moltiplicazione. Tutto si moltiplica, in gruppi più ampi e reti più estese. Quando vedo accadere tutto questo, ne sono molto orgoglioso. Ed è quello di cui, sono convinto, l’Alto Adige ha bisogno. Un modello di istituzione neutra, non commerciale, capace di essere solidale. C’è una parte divertente di Art Club ed è che io non avevo idea di quello che CLUB significasse in italiano. Qui rimanda a qualcosa di molto esclusivo ma io sono olandese e la mia idea di club è quella di un club olandese. Quindi avevo questa idea, di fare, qui al museo, un ART CLUB Ma subito le persone hanno iniziato a chiedere se sarebbe servita una membership per farne parte O a riflettere sul perché si volesse costruire qualcosa di così esclusivo come un club. 

Nelle istituzioni culturali, nei musei, le persone sono continuamente impegnate su progetti che hanno durata variabile di quattro o sei mesi. Tutta la conoscenza che viene creata in quel lasso di tempo, si ferma quando la mostra finisce, ma non utilizzare e non far progredire ulteriormente quella conoscenza è perdere un'opportunità. Per questo credo che i musei dovrebbero iniziare a pensare a linee programmatiche più lunghe e a forme di solidarietà e di collaborazione integrate nei processi decisionali propri dell’organizzazione così come nei programmi. Di solidarietà e non di supporto. Perché il sostegno è sempre qualcosa di molto verticale e temporaneo: viene dato, ma può sempre essere ritirato. Proporsi di sostenere il settore creativo locale avrebbe a che fare con logiche di scambio. Provare ad essere solidali invece, richiede un approccio basato sull’aiuto reciproco e sulla condivisione delle urgenze. 

Ed è esattamente ciò che vorrei per ART CLUB FORUM un'infrastruttura in cui queste alleanze e idee possono migrare e interagire tra loro. Ma anche un’infrastruttura porosa, che serve all’istituzione museo stessa per innovarsi e poi, da lì, dalla sua posizione di istituzione contribuire ad innovare la società. Dobbiamo essere consapevoli che il museo è uno spazio politico ed è un’organizzazione che può essere capace di creare la società che ci immaginiamo. E allora, e proprio per questo motivo, è nel museo e non fuori, che dobbiamo sperimentare modelli per la società del futuro perché è lì che possiamo provare ad avere un impatto diretto ed è da lì che possiamo generare un’influenza sulle istituzioni pubbliche e su come esse si rappresentano. 

Con ART CLUB FORUM stiamo creando qualcosa capace di stare tra l'istituzione e l'indipendente, tra la cultura e la subcultura, per costruire un significato di spazio pubblico che sia solidale. Proviamo a farlo anche se è molto difficile, perché le istituzioni pubbliche non sono fatte per essere porose: sono costituite di bastioni di competenza e conoscenza fortemente gerarchici. Penso che i musei, per rimanere rilevanti, debbano cambiare la loro forma. Dare spazio. Non avere sempre le risposte o gli standard di produzione, ma essere spazi politici in sé. E questo, nella pratica, si trasforma nel tentativo di ART CLUB FORUM di creare comunità negli spazi interstiziali tra l’indipendente e l’istituzione, tra la cultura istituzionalizzata e quella sotterranea. Spazi capaci di trovare il loro modo di incidere sui processi decisionali che portano alla produzione di conoscenza e non limitarsi a produrre programmi con artisti che rappresentano comunità marginalizzate, ma che di fatto sono poi frequentati dalle solite élite. 

Un luogo non commerciale dove potersi incontrare, costruire comunità, diventare visibili, creare progetti e sviluppare una rete internazionale. E fino a quando quello spazio libero non sarà disponibile in Alto Adige, continueremo, con ART CLUB FORUM, a metterlo a disposizione.   


Ph. Luca Guadagnino


Immagine di copertina di Kir su Unsplash

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