Mercoledì 12 maggio 2021
Milano oltre l'innovazione
Scritto da:
Bertram Niessen
Con la vittoria di Pisapia nel 2011 Milano entrò in una fase nuova, lasciandosi alle spalle un ventennio legato alle destre. I motivi di questa svolta furono molti, ma un contributo fondamentale arrivò da un fronte civico inedito, formato da soggetti della società civile, attivisti dei movimenti e nuove soggettività politiche progressiste del ceto medio, divenute tali fuori dai corpi intermedi tradizionali.
La sensazione di cambiamento era fortissima.
Il giorno della proclamazione dei risultati elettorali, Piazza del Duomo si riempì di una folla eterogenea di raver, pensionati e manager, uniti e festanti sotto un arcobaleno impossibilmente scenografico che solcava il grigio cielo di Lombardia.
Negli anni successivi sono successe molte cose, che hanno trasformato il panorama politico - e quello urbano - in modo veloce e spesso difficile da comprendere. Tanto per iniziare, l’arrivo in città di Expo nel 2015 si è fatto sentire. Non solo perché ha contribuito in modo decisivo all’elezione di Sala, e quindi ad un netto spostamento verso il centro e verso uno stile di governo più accentratore. Ma soprattutto perché - come è chiaro da decenni per i ricercatori - i grandi eventi funzionano sì da acceleratori di grandi effervescenze economiche, ma anche da attivatori di grandi e piccoli traumi urbani.
È guardando a questa ambivalenza che si possono leggere i processi di riqualificazione come Darsena, Garibaldi-Repubblica o Citylife. Completando percorsi iniziati nel decennio precedente, hanno portato ad una “scoperta” fuori tempo massimo delle architetture iconiche come strumento di city branding (elemento che accompagna da sempre i grandi eventi).
E sempre a proposito di “scoperte”, tra queste c’è stata anche quella della dimensione di quartiere. Milano ha scoperto le zone pedonali, le piazzette, gli spazi all’aperto, i luoghi dove oltre che lavorare si potesse passare anche del tempo di qualità. Questo ha implicato il doversi misurare, fin da subito, con la gentrificazione e con i processi di impoverimento sociale, culturale ed economico che comporta.
Più in generale, le briglie sciolte per lo sviluppo immobiliare privato hanno portato all’esasperazione di alcune criticità di primissimo piano: la finanziarizzazione dell’urbano; la progressiva espulsione dei meno abbienti dai confini municipali, o la loro invisibilizzazione sistematica; il generale affaticamento di una classe media impoverita che ha visto ridurre ulteriormente il proprio potere d’acquisto; la mancanza di attenzione all’edilizia residenziale pubblica, con conseguente inasprimento delle disuguaglianze collegate a quelle abitative; la “piattaformizzazione” della città nella logica degli affitti temporanei; il prosciugamento del dialogo con i movimenti sociali legati alle occupazioni e al “diritto alla città”.
Nonostante (o meglio, grazie a) queste ambiguità, Milano è divenuta sempre più effervescente, ricca, veloce, ricettiva, in decisa controtendenza rispetto a molte altre città italiane, incupite dal tramonto di mitologici passati industriali, affogate dalle folle del turismo intercontinentale o affaticate da decenni di malgoverno. Questo è accaduto in stretta relazione con l’esplosione di una vitalità culturale senza precedenti, caratterizzata - da un lato - dalla proliferazione di gallerie d’arte, nuovi centri culturali, location per la musica dal vivo, club per la musica elettronica e - dall’altro - dalla nuova centralità di istituzioni culturali tradizionali, variamente neonate o rinnovate. Se prima la sua identità culturale era connessa a settori relativamente limitati, nel giro di pochi anni è divenuta semplicemente la città più culturalmente attrattiva del paese, il nuovo place to be.
L’innovazione culturale è stata la risposta di molti paesi occidentali alla de-industrializzazione, a parte dalla convinzione che fosse possibile costruire “macchine urbane della crescita” a partire dalle Industrie Culturali e Creative e dalla ricaduta del loro valore simbolico su altri comparti.In questo panorama, ruoli importanti sono stati giocati dall’insorgenza (o consolidamento) di nuovi campi di produzione sociale: l’innovazione tecnologica, quella sociale e quella culturale. Un insieme variegato di pratiche, attori e significati che, interagendo tra loro, hanno costruito un orizzonte di senso inedito. Sono storie che arrivano da lontano. L’innovazione tecnologica è nata dal milieu californiano degli anni ’70, dove la cultura ingegneristica delle grandi università si è sposata con l’afflato sperimentale delle controculture dando vita alle mega-corporation dell’IT che oggi disegnano le nostre vite. Come cornice di produzione sociale è arrivata in Italia solo alla fine degli anni ’00, trovando in Milano la piattaforma per prosperare. L’innovazione sociale è nata in molti luoghi, ma è soprattutto la risposta della Terza Via del Blair di fine anni ’90 alla contrazione dello stato sociale: un modo nuovo di rispondere ai bisogni di una società in trasformazione appaltando funzioni a soggetti privati o a forme diffuse di attivismo civico. Tra molte contraddizioni, ha avuto il merito di trasformare profondamente il terzo settore e il settore cooperativo, iniettandovi nuovi sguardi, strumenti ed energie. L’innovazione culturale è stata la risposta di molti paesi occidentali alla de-industrializzazione, a parte dalla convinzione che fosse possibile costruire “macchine urbane della crescita” a partire dalle Industrie Culturali e Creative e dalla ricaduta del loro valore simbolico su altri comparti. Nella declinazione assunta in Italia (e in particolare modo a Milano) questo campo di produzione ha assunto due declinazioni, complementari: la proliferazione di nuove micro-imprese nel settore culturale e il tentativo (riuscito solo in parte) di innovare i processi organizzativi delle industrie culturali tradizionali. Una parte importante del Modello Milano si è nutrita di questi mondi, fatti di crowdfunding, start up creative, sharing economy, coworking, social caffé, community hub, mercati rionali rigenerati, social street, comunità di vicinato, imprese sociali, orti urbani, urbanisimo tattico, bar camp, audience development, arte urbana, street art e molte, moltissime altre cose. Si tratta di pratiche, immaginari, forme organizzative e del lavoro diversificate e polifoniche, che spesso hanno contribuito a rendere la città più interessante, gradevole e - almeno in parte - più vivibile. Per alcuni comparti che ne avevano decisamente bisogno - come il terzo settore, i mondi cooperativi e quelli della cultura - ha comportato una scossa benefica che ha indirizzato sul territorio nuove risorse e competenze, proprio mentre le politiche nazionali continuavano a tagliare imperterrite. Nei mesi precedenti l’arrivo della pandemia, però, si iniziavano a percepire alcune note stridenti, generate da domande sulla reale portata trasformativa di queste pratiche sulle disuguaglianze urbane. E non solo dal punto di vista dei gruppi più sociali più marginali, ma anche da quello del ceto medio. In molti spazi di dibattito, dal vivo ed online, si era andata radicalizzando una polarizzazione tra ottimisti (“Milano è la città più bella d’Italia”) ed estrattivisti (“Milano è solo per i ricchi, ci spolpa e poi ci butta”). Se questa contrapposizione aveva prevalentemente una funzione retorica (quando non di esplicito self-branding per imprenditori morali locali), era chiaro che alcuni nodi stavano venendo al pettine. Assieme ai molti - incontestabili - elementi positivi, il Modello Milano si stava confrontando con alcuni grandi problemi culturali e politici.