Mercoledì 09 settembre 2026
L'Albergo dei poveri della Silicon Valley
 
Il feudalesimo nel capitalismo

A Napoli, in Piazza Carlo III, c'è un edificio lungo più di trecento metri, per lo più abbandonato dopo il parziale crollo nel terremoto del ‘80. È il Real Albergo dei poveri, che i napoletani chiamano il Serraglio: una delle costruzioni più imponenti del Settecento europeo, voluta da Carlo di Borbone per rinchiudere, nutrire e "redimere" i mendicanti del Regno, la cui presenza era aumentata enormemente a partire della crisi del ‘600: Come scrisse Benedetto Croce, “mai Napoli ebbe una massa così spaventosa di pezzenti affamati come nella piena età della dominazione spagnola.”

Il progetto dell’architetto Ferdinando Fuga era molto più grande di quello che vediamo oggi, e non fu mai portato a termine. In più durante l’Ottocento il progetto riformatore fu gradualmente abbandonato e il palazzo ospitò invece una scuola di musica e infine un reclusorio giovanile. La sua presenza imponente rimane ancora oggi un testimone dell’abbandono del progetto riformatore settecentesco di  togliere dalla strada quella che le carte dell'epoca chiamavano “una massa di anime perdute” e trasformarli in persone capaci di sostenersi con il proprio lavoro e trarre beneficio dai sacramenti della Chiesa. 

Cominciamo da qui perché crediamo sia il posto giusto da cui guardare le piattaforme digitali. Di solito le pensiamo come fabbriche: macchine per estrarre plusvalore dal lavoro di rider, moderatori di contenuti, magazzinieri, click-worker. In un articolo scritto con Adam Arvidsson (Factories or Workhouses?, uscito pochi giorni fa su Dialogues on Digital Society) proponiamo invece una lettura alternativa che traccia una nuova genealogia delle piattaforme digitali: non sarebbero novelle fabbriche ma workhouses, ovvero istituzioni che assomigliano alle antiche “case di lavoro” diventate popolari in Inghilterra tra Settecento e Ottocento: istituzioni totali che, nel passaggio al capitalismo industriale, servivano a disciplinare e riformare la popolazione “in eccesso” prodotta dal declino del mondo agrario. 

Da qualche anno la parola che circola per dire tutto questo è tecnofeudalesimo. Yanis Varoufakis, Jodi Dean, McKenzie Wark sostengono, ciascuno a modo suo, che l'economia digitale sia diventata "qualcosa di peggio" del capitalismo: un mondo di rendite al posto dei profitti, di feudi monopolistici al posto dei mercati, di signori del cloud a cui paghiamo un pedaggio per esistere online. La diagnosi seduce perché coglie qualcosa di vero — chi non ha la sensazione di essere diventato un servo della gleba di Amazon o di Google? — e proprio per questo va presa sul serio ma anche un po’ dissezionata.

Le piattaforme digitali non sarebbero novelle fabbriche ma workhouses, istituzioni totali che, nel passaggio al capitalismo industriale, servivano a disciplinare e riformare la popolazione "in eccesso” prodotta dal declino del mondo agrario

C'è qualcosa che non torna in questo racconto. Primo: se le piattaforme fossero fabbriche, sarebbero fabbriche pessime. Uber ha chiuso in utile per la prima volta solo nel 2023, e ci è riuscita peggiorando le condizioni degli autisti e l'esperienza degli utenti — quella che Cory Doctorow ha battezzato enshittification, la merdificazione progressiva dei servizi. I miliardi che Meta brucia in data center e chip Nvidia producono un +5-6 per cento di tempo passato sull'app: briciole, che però fanno schizzare la capitalizzazione in borsa. Se il valore finanziario cresce mentre i profitti reali ristagnano, forse la posta in gioco non sono i profitti. 

Secondo: la "rifeudalizzazione" non è affatto la fine del capitalismo. Come mostrava Fernand Braudel raccontando proprio il declino del Regno di Napoli nel Seicento — dove i mercanti, invece di investire nell'industria, comprarono terre e irrigidirono i rapporti feudali in campagna — il ritorno della rendita sul profitto è una fase ricorrente della storia del Capitalismo. Giovanni Arrighi la chiamava l'"autunno" di ogni ciclo di accumulazione capitalista: il momento in cui un modo di fare soldi ha esaurito la spinta e il capitale si rifugia nella finanza, in cerca di speculazione a breve e di monopoli a lungo termine. Se seguiamo Arrighi, non stiamo tornando al Medioevo, ma stiamo attraversando un lungo autunno di un ciclo di accumulazione capitalista in crisi.

Ed è qui che il concetto di workhouse potrebbe tornare utile. La sua funzione storica non era spremere forza lavoro per estrarre surplus, ma trasformare una plebe in un proletariato: sradicare le solidarietà di classe, smontare la vecchia economia morale dei diritti e delle consuetudini, e fabbricare una soggettività "industriosa", capace di misurare il proprio tempo in denaro e accettare. Le piattaforme fanno oggi qualcosa di simile con la popolazione “in eccesso” prodotta dal crollo del lavoro fordista, dalle guerre coloniali e post-coloniali e dalla crisi climatica: migranti, rifugiati, disoccupati, quelli che in un documentario sui lavoratori dei dati la ricercatrice argentina Milagros Miceli chiama senza giri di parole gli "altrimenti inoccupabili". Le piattaforme digitali assorbono milioni di questi lavoratori in cerca di una pur minima entrata finanziaria, anche se precaria, marginale e instabile, e li mettono al lavoro per salari che da soli non bastano a vivere, ma che offrono in cambio un'identità: non un mendicante ozioso, ma un povero “meritevole, industrioso. È lo stesso servizio che i "bullshit jobs" descritti da David Graeber rendono al ceto medio: tengono le persone dentro il recinto, danno loro “qualcosa da fare”, materialmente e — soprattutto — ideologicamente.

Come mostrava Fernand Braudel raccontando proprio il declino del Regno di Napoli nel Seicento, il ritorno della rendita sul profitto è una fase ricorrente della storia del Capitalismo. Giovanni Arrighi la chiamava l'"autunno" di ogni ciclo di accumulazione capitalista

Ma le piattaforme non assorbono solo la popolazione in eccesso: assorbono il tempo in eccesso. Ogni minuto che non spendiamo a riprodurre direttamente il capitale dovrebbe, idealmente, essere speso a scrollare, mettere like, condividere. Ed è qui che l'analogia rivela la sua posta più radicale. Le workhouses storiche prepararono quella che Arrighi chiama l'internalizzazione della produzione: trascinarono dentro il valore capitalistico ciò che prima gli restava esterno, il “lavoro vivo”, dentro la fabbrica. Le piattaforme stanno preparando qualcosa di speculare: l'internalizzazione della riproduzione. La sfera che il femminismo marxista degli anni Settanta aveva scoperto come lavoro nascosto e non pagato — Leopoldina Fortunati, nell'Arcano della riproduzione, mostrava come la casalinga producesse valore riproducendo la forza-lavoro altrui (stirando le camicie al coniuge che portava a casa lo stipendio) — viene oggi datificata e messa a valore in modo diretto, senza più la mediazione della famiglia o della comunità. Le nostre amicizie, i nostri gusti, i nostri desideri, persino il "caos ordinario dell'amore" diventano dati; i dati diventano previsioni; le previsioni diventano rischi calcolabili, da impacchettare e vendere sui mercati come pacchetti finanziari. La riproduzione sociale si fa rendita. E per funzionare, tutto questo pretende un soggetto nuovo: uno che accetti di dissociare il compito dall'identità — non più un falegname o un idraulico, ma qualcuno che fa task su un'app; non più una vita sessuale, ma un profilo che eroga "pratiche erotiche" a chi le domanda — e che impari ad abitare la volatilità come stato naturale delle cose. Meno principi, meno linearità tra sforzo e ricompensa, più capacità di saltare da un trend all'altro: è questa docilità al caos, non la fatica, la vera competenza che la piattaforma addestra.

Arrighi, che introdusse questa idea in un poscritto scritto poco prima di morire, poneva due condizioni perché un'internalizzazione della riproduzione tenga davvero. La prima: far entrare nel sistema dei prezzi i costi nascosti — l'energia, l'acqua, le terre rare, la "natura a buon mercato" che l'intelligenza artificiale divora. La seconda: includere la popolazione in eccesso dentro un reddito adeguato, un nuovo patto sociale, come fece il compromesso fordista nel dopoguerra. Su entrambi i fronti le piattaforme, per ora, falliscono: consumano biosfera senza contabilizzarla, e distribuiscono redditi da fame a chi pedala. Nel frattempo, otto aziende, tutte scommesse sull'IA, valgono più di un terzo dell'intero mercato azionario statunitense, senza uno straccio di piano credibile per giustificare quei numeri. Nessuno sa da dove verranno i ricavi; persino OpenAI ha cominciato a prendere in considerazione l’idea di infilare pubblicità dentro ChatGPT, per aumentare i profitti seguendo il modello di Meta e della televisione commerciale. Le nuove forze produttive esistono, ma vengono impiegate per fare aggiustamenti marginali a una società dei consumi novecentesca e insostenibile. Non sono abbastanza “radicali”.

E però le workhouses non fecero solo ciò che i loro architetti avevano immaginato. E.P. Thompson raccontava come le più feroci tra di loro, le Bastilles dell'Ottocento, diventarono il nemico comune che saldò lotte diverse; e come la stessa individualità moderna che dovevano forgiare per la fabbrica finì per alimentare una nuova politica della soggettività che avrebbe segnato il Novecento. Qualcosa di simile ribolle dentro e sotto le piattaforme. Rider e utenti "decodificano" gli algoritmi, li aggirano, li rivoltano contro chi li ha scritti — è la storia che ho provato a raccontare con Emiliano Treré in Algorithms of Resistance. Le economie del bazar e le reti informali cresciute dopo il Covid vivono ai margini del loro controllo. È l'ammissione che il progetto di soggettivazione delle piattaforme è, come quello delle workhouses storiche, incompiuto.

Torniamo a Napoli. L'Albergo dei poveri non fu mai finito: doveva essere molto più grande, e invece è lì, monco, un immenso progetto disciplinare rimasto a metà. Ci pare la figura giusta per la workhouse digitale in cui stiamo vivendo. Anche questa è un'opera incompiuta: sappiamo cosa vorrebbero farne i suoi architetti, ma non chi ne uscirà, né cosa. Il futuro, dopotutto, non è ancora scritto.

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