Mercoledì 04 febbraio 2026
La via più difficile
 
Le domande sono più importanti delle risposte

Abbiamo chiesto ad autrici e autori – persone vicine al mondo di cheFare – di raccontarci le tre esperienze culturali che hanno profondamente modificato la loro esistenza. Una rubrica che nasce dal desiderio di esplorare i modi in cui la cultura incide sulla vita delle persone.



La mia prima esperienza culturale è l’incontro – immaginario nel senso corporeo, concretissimo nel senso intellettuale – con il signor Roland Barthes. Affascinato dalle celebrità, dalla cultura popolare e dai media fin da ragazzo, ho scoperto Miti d’oggi, che mi ha insegnato a prendere sul serio la cultura popolare. Da lì il signor Barthes, entrato nella mia stanza quasi di soppiatto, non se n’è più andato. Un giorno mi ha invitato anche a leggere La camera chiara, più delicato e intimo, attraverso cui ho capito che l’immagine è memoria, e che la nostalgia è molto più che un banale sentimento, ma un motore sociale molto potente. Mi ha insegnato a osservare il dettaglio – il punctum – che interrompe la lettura ordinata e produce uno sguardo inatteso. Mi ha iniziato all’idea che la cultura non funziona per accumulo di nozioni, ma per intuizioni, emozioni, attriti. Che l’analisi può convivere con il portato emotivo. E soprattutto, che io c’ero immerso fino al collo, in quello studium, e sarebbe stato difficilissimo uscirne.

Roland Barthes mi ha iniziato all’idea che la cultura non funziona per accumulo di nozioni, ma per intuizioni, emozioni, attriti

Ma ero solo un ragazzino. Avevo vent’anni e non sapevo nulla. (Non che adesso sappia, intendiamoci. Ma allora ancora meno). Quando Roland mi ha teso la mano, l’ho presa, ma non sapevo ancora dove portava davvero. Di una cosa sola ero certo: che mi piacevano la musica brit pop e le subculture. Così nel 2005 sono andato a Manchester a vederle dal vivo. A realizzare un sogno: assistere a un concerto degli Oasis. C’era il Live 8, i pub pieni, intorno a noi una città che sembrava vibrare all’unisono. Trovarci lì dava la sensazione di essere improvvisamente al centro del mondo. Gli Oasis per il me ragazzino non erano solo una band: erano un immaginario condiviso, un modo di stare, di parlare, di riconoscersi. Nei cori, nelle magliette, nelle posture, tutto sembrava dire che quella musica non si ascoltava soltanto: si abitava giorno per giorno. Teneva insieme classe, appartenenza, aspirazioni. Era già sociologia. Solo che non lo sapevo. Non sapevo darle un nome.

A un certo punto, però, un nome gliel’ho dato. E la sociologia, quando la vedi, non te la togli più. Come dice un collega e caro amico, ti dà i super poteri. Solo che, come tutti i super poteri, serve qualcuno che ti insegni a usarli. Per me questa è stata la mia laurea magistrale in Cultural Studies al Goldsmiths College di Londra. La casa degli Young British Artists, ma anche dei Placebo, Goldsmiths mi ha insegnato l’apertura mentale: lì ho imparato che per semplificare il mondo bisogna prima complicarlo. Che la trasgressione non è un gesto provocatorio, ma la capacità di spostare lo sguardo, e di rendere visibile ciò che non lo è. Mi ha insegnato a creare spazio, a tenere aperte le possibilità, a non accontentarsi delle spiegazioni più comode. Lì ho capito che le domande erano più importanti delle risposte.

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