Tribolazioni digitali è una serie di articoli (qui, il primo, un'introduzione, qui, il secondo e qui il terzo) dedicata a interrogare la sovranità digitale a partire dal Sudamerica, assumendo il Brasile come laboratorio politico, tecnologico e sociale. Il percorso intreccia interviste e analisi per mettere in relazione infrastrutture, dati, lavoro, software libero, movimenti popolari e politiche pubbliche, restituendo la densità conflittuale del digitale contemporaneo.
Nel confronto tra visioni istituzionali e pratiche dal basso, tra critica economica, immaginari hacker e nuovi regimi di quantificazione, la sovranità digitale emerge come una posta in gioco storicamente situata, inscritta nei rapporti di potere e nelle possibilità di trasformazione collettiva.
Ho incontrato per la prima volta Pedro Burity, studente di master in scienze politiche, ricercatore presso l'Università di Brasilia e attivista alla conferenza dei ricercatori di Internet (AoiR) a Rio de Janeiro. Pedro ricerca configurazioni e immaginari sociotecnici dei movimenti sociali in Brasile. Lavora con tecnologie civiche, progettando processi di partecipazione digitale e servizi pubblici per i governi.
Dopo Rio, ci siamo incontrati di nuovo a San Paolo, dove abbiamo assistito al lancio di un libro del Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST), che ha proiettato alla politica la figura di Guilherme Boulos, ex attivista, oggi ministro del governo Lula. L'MTST deriva dal Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST), il movimento dei lavoratori rurali brasiliani fondato nel 1984, che ha organizzato con successo, e tutt’ora continua ad organizzare, contadini senza terra attraverso azioni dirette quali occupazioni di terre. Il MTST aiuta centinaia di migliaia di famiglie ad ottenere l'accesso alla terra, stabilendo cooperative e influenzando le politiche di riforma agraria.
Dopo l'intervista, avvenuta a San Paolo in un affollatissimo Parco Ibirapuera, siamo diventati amici e ho finito per passare una settimana a casa sua a Brasilia, dove abbiamo continuato la nostra conversazione e visitato i vari luoghi di resistenza della città, come la Casa Comun — uno spazio condiviso a Brasilia dedicato a organizzazioni della società civile, movimenti e collettivi che vogliono fare advocacy e pressione politica — l'Ocupa Mercado Sul e l'Università di Brasilia.
Mi è piaciuto il campus dell’università di Brasilia, grande e soleggiato, con la sua architettura brutalista, molte piante e una tragica storia di brutali omicidi durante la dittatura militare. Include un luogo progettato per la socializzazione, la conversazione e le effusioni conosciuto come il beijódromo. L'università, che ci ha accolto con gli studenti ballando a un concerto di forró sul tetto durante la pausa pranzo di un venerdì, mi è sembrata la parte migliore della città che, per il resto, è il risultato di un fallimentare ideale di architettura e pianificazione alto-modernista. Un ideale di pianificazione astratto e iperazionale pronto ad uno scambio faustiano tra la leggibilità dei cittadini con una vita prevedibile (si veda, ad esempio, la magistrale critica di J.C. Scott sui limiti della pianificazione centralizzata razionalista, che usa la città come caso di studio). Una città costruita per le auto che però restano bloccate nel traffico; dove le attività umane sono suddivise in zone — c'è il quartiere delle farmacie, il quartiere degli ospedali, ecc.; una città che, come spiega Pedro, ha finito per interiorizzare questa idea di burocrazia nel modo di pensare delle persone.
Abbiamo anche visitato l’Ocupa Mercado Sul (Mercado Sul Vive), un esperimento concreto di sovranità digitale popolare in Brasile: un centro sociale occupato con 52 attività artistiche a commerciali, uno spazio vivace di cultura popolare, con musica, teatro, cinema, educazione popolare e l'Ecofeira mensile nel vecchio mercato pubblico di Taguatinga. L'Ocupa, nata come risposta alla speculazione immobiliare e per recuperare un'area vuota e degradata facendo leva sul diritto alla città e sulla funzione sociale della proprietà, ci viene mostrata da Angel, un formidabile attivista e sostenitore del software libero.
Una città costruita per le auto che però restano bloccate nel traffico; dove le attività umane sono suddivise in zone — c'è il quartiere delle farmacie, il quartiere degli ospedali, ecc.; una città che, come spiega Pedro, ha finito per interiorizzare questa idea di burocrazia nel modo di pensare delle persone
Al nostro arrivo, Angel ci ha accolto nello spazio registrando la mia intervista con il suo iPhone, raccontando che l'Ocupa fa parte di una rete più ampia, la Rede Mocambos, una rete di solidarietà che collega i quilombolas — le comunità afro-brasiliane formate dai discendenti degli africani schiavizzati che fuggirono dalla prigionia — con comunità indigene e popolari, artisti e artigiani per costruire un "mondo plasmato dai propri territori, memorie e lotte". Cosa ancora più rilevante, ha continuato Angel, Rede Mocambos combina l'organizzazione culturale e politica con lo sviluppo di infrastrutture digitali controllate dalla comunità, con strumenti come Baobáxia e centri dati comunitari che consentono alle comunità di archiviare, gestire e condividere i propri archivi audiovisivi e documenti senza dipendere dalle Big Tech o da una connessione internet costante. La rete mira a costruire "territori digitali" autonomi che rispecchino e proteggano i territori fisici.
In seguito, insieme a un altro amico, Rafael, abbiamo visitato la spettacolare Chapada dos Veadeiros, un parco nazionale con lunghe escursioni e splendide cascate; durante quei giorni ho imparato la parola gambiarra, che si sarebbe rivelata utile per il resto del mio viaggio, e che si riferisce a una soluzione o riparazione ingegnosa, spesso di fortuna e improvvisata, usando risorse limitate, qualcosa di simile a un "arrangiarsi". Un parrucchiere bolsonarista a Salvador de Bahia ha poi confermato il concetto in pratica: in Brasile, tutto è gambiarra.
Nell'intervista, Pedro discute il concetto di sovranità digitale popolare e la centralità dei movimenti sociali nel cambiamento politico. Il Brasile non sarà un'utopia realizzata, ma ha un'impressionante base di auto-organizzazione popolare che è arrivata a eleggere Boulos — il "ministro del popolo", come qualcuno ha urlato al samba dopo il lancio del libro — evidenziando il legame tra movimenti popolari, immaginazione politica e cambiamento a livello statale. Ha anche una Banca Centrale che ha sviluppato la prima Fintech pubblica di successo al mondo, PIX, un'infrastruttura di pagamento che ha migliorato rapidamente e radicalmente la vita quotidiana di milioni di brasiliani, specialmente i più poveri. Come mi disse una volta Pedro: "PIX ci ha salvato da WhatsApp".
Per cominciare, vorrei fare una domanda più di chiarimento terminologico. Di cosa parliamo quando parliamo di sovranità digitale popolare?
Quando parliamo di sovranità digitale possiamo riferirci a diverse tradizioni e a diverse correnti di pensiero. Nella mia ricerca, quando parliamo di sovranità, cerchiamo di portare una prospettiva di autodeterminazione di un popolo all’interno di un determinato territorio. Ma cerchiamo di pensare questa idea in una forma che non sia solo legata soltanto allo Stato, che è ciò che di solito accade quando si parla di sovranità. Cerchiamo di introdurre una prospettiva popolare, legata all’autonomia. E quando parliamo di America Latina, abbiamo una grande tradizione di lotte per la sovranità e per l’autonomia che vengono da prospettive differenti. È in questo senso che cerchiamo di lavorare sulla sovranità come forma di autodeterminazione.
Abbiamo anche visitato l’Ocupa Mercado Sul (Mercado Sul Vive): un centro sociale occupato con 52 attività artistiche a commerciali, uno spazio vivace di cultura popolare, con musica, teatro, cinema, educazione popolare
Da qui entriamo nella dimensione digitale. La parte digitale è un po’ più complessa perché stiamo parlando di una struttura, di una realtà che coinvolge attori molto potenti. C’è una difficoltà nell’immaginare che cosa potrebbe essere davvero una sovranità digitale. Ci siamo confrontati molto con questa difficoltà di immaginazione, di immaginario, di possibilità di creare mondi diversi. La sovranità digitale arriva in questo senso: come un popolo o come una società riesce ad autodeterminarsi in modi differenti, a creare altri mondi propri all’interno della tecnologia che conosciamo e di ciò che ancora non conosciamo, che deve ancora essere inventato.
Ma le debolezze del concetto di “popolare” nella tradizione democratica non rischiano di ripetersi quando parliamo di una sovranità digitale popolare?
La nozione di “popolare” viene in effetti molto dalla prospettiva di Rousseau, della volontà generale, ma è stata anche profondamente trasformata nel tempo, non solo teoricamente ma anche nella pratica, soprattutto quando parliamo di “popolare” e di tutte le contraddizioni che il popolare porta con sé. Una prospettiva che mi sembra molto interessante è quella di Antonio Negri, che ha ispirato molti movimenti rivoluzionari dell’America Latina. Lo stesso Hugo Chávez diceva che tutta la rivoluzione venezuelana ha come ispirazione teorica questa idea di Negri del potere costituente, e che da questo potere costituente nasce la sovranità.
La differenza rispetto alla prospettiva di Rosseau è che questa volontà generale diventa più una questione di emancipazione dei popoli, non nel senso di una volontà generale di un popolo unico e omogeneo, ma di un popolo diverso, diffuso, in cui la volontà generale significa l’inclusione di tutti questi popoli, con un orizzonte di emancipazione. È una prospettiva molto più di classe, che alimenta vari movimenti e rivoluzioni in America Latina e aiuta a costruire ciò che effettivamente è il popolo, con tutte le sue contraddizioni, difficoltà e problemi, ma a partire da un luogo diverso rispetto al resto del mondo. Il Sud Globale, o almeno l’America Latina, ha una prospettiva diversa su cosa sia il popolo, el pueblo. Se guardiamo a vari leader sindacali e rivoluzionari che abbiamo avuto, questo rientra un po’ in questa logica.
Se guardiamo alla storia della regione, in che misura questa storia di lotta e di colonialismo aiuta a comprendere ciò che chiami sovranità digitale popolare?
La storia dell’America Latina è una storia di lotta. Fin dagli inizi della colonizzazione, abbiamo avuto a che fare con diverse tecnologie e strumenti di oppressione contro i nostri popoli. Il colonialismo digitale è soltanto un’altra forma. Le big tech stanno portando tecnologie di oppressione, sorveglianza e colonialismo sempre più sofisticate. Ma noi, come latinoamericani, siamo sempre riusciti a trovare delle vie d’uscita. È molto significativo quanto il popolo latinoamericano sia creativo. Ci sono somiglianze nel modo in cui diversi popoli hanno affrontato storicamente la colonizzazione, ma è interessante osservare che tutti i popoli sono riusciti a costruire i propri strumenti di lotta a partire dai loro territori, dalle loro culture, dalle loro specificità.
Non è diverso nel campo della tecnologia digitale. L’esempio del Brasile è molto potente come possibilità di costruzione di altri mondi. E, all’interno dell’America Latina, abbiamo anche iniziative ugualmente trasformative, come FACTTIC, una grande organizzazione di cooperative autonome, molto legata alla tradizione femminista e autonoma. Se guardiamo indietro, possiamo ricordare le rivolte e le rivoluzioni zapatiste: già allora si costruivano radio comunitarie per la liberazione. In Brasile ci furono sequestri e occupazioni di stazioni radio per diffondere messaggi comunisti durante la dittatura militare. L’America Latina, con tutti i suoi popoli, ha ciascuno il proprio modo di costruire la propria sovranità digitale. Ed è chiaro che saremo sempre insieme, come paesi vicini e solidali, nella costruzione della possibilità di una nuova tecnologia più indipendente ed emancipata rispetto alle tecnologie del Nord Globale, specialmente della Silicon Valley.
Veniamo allora al caso brasiliano. Qual è, per te, lo sviluppo interessante degli ultimi anni? Che cosa è cambiato rispetto a qualche anno fa?
Vorrei tornare un po’ sull’idea di Stato, parlare più in profondità di queste difficoltà nel teorizzare questo popolo e di come parliamo di sovranità digitale nella pratica. Oggi la sovranità digitale è un tema estremamente in voga, affrontato da vari paesi, leader, Stati e imprese. È un concetto conteso. Parte di questa contesa proviene dalle imprese, dalle big tech. Da un lato ci sono gli Stati. Dall’altro, questo popolo diffuso, confuso, difficile da collocare, di cui stiamo parlando.
La storia dell’America Latina è una storia di lotta. Fin dagli inizi della colonizzazione, abbiamo avuto a che fare con diverse tecnologie e strumenti di oppressione contro i popoli. Il colonialismo digitale è soltanto un’altra forma
Nel contesto brasiliano, la questione della sovranità digitale è diventata un punto cruciale. Nel governo Lula, questo emerge nel modo in cui il governo si è posizionato ideologicamente su cosa significhi sovranità, cosa significhi avere dominio sulle proprie risorse, sui dati. Da lì abbiamo iniziato a parlare di dati, e questo è diventato un discorso molto forte, specialmente nella discussione sulla regolamentazione delle big tech, che oggi è una delle grandi priorità di Lula.
Esistono molte contraddizioni in questo discorso dello Stato, perché lo Stato è composto da vari attori, varie figure e vari interessi. Le stesse contraddizioni che esistono nel concetto di sovranità sono presenti nelle istituzioni statali. Oggi abbiamo attori molto importanti il cui discorso non è molto collegato a ciò che effettivamente accade nel governo. Mentre sul piano del discorso si difende la sovranità digitale, nella pratica il governo segue un’altra logica, attirando qui grandi data center stranieri, offrendo ogni tipo di esenzione fiscale. I sistemi che oggi il governo utilizza sono sistemi Microsoft, delle big tech. Quindi oggi, se queste imprese vogliono, il Brasile si ferma. Questa è una contraddizione molto forte che abbiamo nello Stato.
Hai detto che pensi la sovranità digitale su livelli diversi. Potresti spiegare meglio come li organizzi?
Si, qui entra in gioco la prospettiva popolare. Qual è, di fatto, l’interesse di questo popolo? Io tendo a pensarlo in una prospettiva di classe. L’interesse del popolo è avere i propri dati controllati da una grande azienda, oppure avere la possibilità di determinare che cosa verrà fatto con i dati che produce? È avere la possibilità di capire che cosa sta facendo sul cellulare, capire il proprio smartphone, in che modo i suoi dati vengono usati e che cosa sia davvero la tecnologia? Una parte di ciò che intendo come sovranità digitale popolare è cercare di rompere con questa alienazione tecnica che abbiamo oggi, questo semplice accettare ciò che usiamo, questa visione acritica degli strumenti che utilizziamo. Significa costruire la possibilità di comprendere e di avere autonomia, associando questi due concetti, per scegliere le tecnologie che vorremmo usare come brasiliani e come latinoamericani.
Di solito penso questa sovranità su tre livelli. Al livello più individuale, si tratta di avere l’autonomia di scegliere se usare WhatsApp o un altro mezzo di comunicazione, se aderire o meno a determinate piattaforme, con consapevolezza di ciò che è in gioco. Al livello della comunità, significa avere controllo all’interno di un territorio, di una comunità, poter gestire una piccola banca dati, un’infrastruttura che renda possibile comunicare in modo indipendente, che permetta a quel territorio di avere i propri mezzi tecnologici. Al livello dello Stato, si tratta soprattutto di garantire, in termini di politiche pubbliche, sostegno per tutto ciò di cui sto parlando, sostegno a questa possibilità di autodeterminazione. L’importanza dello Stato, in questo ruolo, è proprio quella di fornire supporto a queste iniziative che vengono dal basso, fornire struttura e risorse finanziarie, attraverso politiche pubbliche. Questa è, per me, la funzione principale dello Stato nella promozione di una sovranità digitale.
Io ritengo che le piattaforme delle big tech siano, prima di tutto, nuovi tipi di infrastrutture. Per esempio, cambiano più rapidamente rispetto al passato, permettono la costruzione di servizi di terzi. Ma la storia delle infrastrutture mostra che c’è poco spazio per l’autonomia e l’autodeterminazione una volta che già operative e onnipresenti. In molti casi, nei grandi progetti – pensiamo alle strade o all’elettricità –lo spazio di contestazione ex post è molto poco. Ma come è stata possibile la creazione di PIX?
In termini di infrastruttura, stiamo parlando del Brasile, un paese di proporzioni continentali. Il Brasile ha un’infrastruttura di istruzione pubblica superiore, gratuita e di altissima qualità. Pur essendo un paese del Sud Globale, il Brasile ha costruito Petrobras, un’impresa che opera nell’esplorazione, produzione, raffinazione, commercializzazione e trasporto del petrolio e dell’energia, e che oggi compete con grandi multinazionali come Shell, tra le altre. Tutto questo è stato costruito qui, con tecnologia, lavoro e cervelli locali, tecnologia sovrana.
Una parte di ciò che intendo come sovranità digitale popolare è cercare di rompere con questa alienazione tecnica che abbiamo oggi, questo semplice accettare ciò che usiamo, questa visione acritica degli strumenti che utilizziamo
Oggi siamo in uno scenario complicato, in cui il dominio delle big tech in termini tecnologici è così forte che abbiamo difficoltà a immaginare altri scenari. Ma abbiamo le condizioni, in termini di educazione, di persone, di territorio e, credo, di immaginazione, per costruire un’infrastruttura che ci permetta di raggiungere questa sovranità, questa autodeterminazione su come svilupperemo la nostra tecnologia, come è accaduto con PIX. PIX nasce da sforzi volti a pensare una tecnologia inimmaginabile, per esempio, per gli Stati Uniti. Il modo in cui gli Stati Uniti trattano PIX lo dimostra: spesso lo vedono come uno strumento di concorrenza sleale verso le loro imprese di carte di credito. Ma il punto fondamentale è che PIX non è un concorrente commerciale in quel senso. PIX è un’infrastruttura pubblica di pagamenti.
Questa prospettiva del comune, del pubblico, è qualcosa che abbiamo costruito e che oggi minaccia l’egemonia, per esempio, dei mezzi di pagamento statunitensi. E qui riappare l’aspetto popolare. PIX nasce dal lavoro dei funzionari pubblici. E questi funzionari da dove vengono? Dalle università pubbliche. Oggi le università pubbliche sono composte, in maggioranza, da donne e sempre più da persone nere, meticce e indigene. Sono comunità sempre più diverse, di studenti e ricercatori, che incorporano la ricchezza culturale e tecnologica che il Brasile possiede. Quando parlo di tecnologia, non lo faccio solo in quel senso ristretto di alta tecnologia digitale, ma anche in termini di tecnologie sociali, di come ci organizziamo come comunità. A partire da queste tecnologie sociali, mescolate con la tecnica, con lo sviluppo scientifico e tecnologico, riusciamo a creare meraviglie come PIX.
Questo va dalle piccole piattaforme per comunità specifiche fino al livello in cui questo elemento popolare riesce a raggiungere lo Stato, a influenzare le politiche pubbliche, a portare diversità. Anche con difficoltà e dentro uno scenario spesso catastrofico, riusciamo a immaginare un nuovo mondo in cui possiamo davvero essere sovrani digitalmente.
Quali sono allora le condizioni specifiche del Brasile che permettono la transizione dai movimenti sociali al governo, e che cosa ci dice questo sulla rilevanza attuale dei movimenti sociali nella trasformazione della realtà?
C’è una frase molto forte che viene dai movimenti sociali: “Solo la lotta cambia la vita”. Penso che i movimenti sociali siano, in larga misura, responsabili di cambiamenti radicali nel modo in cui vediamo e costruiamo il mondo. Sono movimenti che si pongono come attori che immaginano davvero nuovi scenari, che sono lì alla ricerca di cambiamenti sociali. È dai movimenti sociali che nascono idee e possibilità di mondi differenti. Il caso dell’MTST è emblematico. Una delle iniziative del movimento, al di fuori dell’universo strettamente digitale ma nel campo delle tecnologie sociali, sono le Cucine Solidali, create per nutrire le persone senza dimora nel freddo della notte di San Paolo.
È cominciato con un’iniziativa che dava da mangiare a circa 200 persone al giorno in una piazza pubblica e, poco a poco, attraverso l’organizzazione, il lavoro e queste tecnologie sociali, ha preso forma ed è diventata un’idea sempre più popolare. Una buona idea. Oggi, dopo circa quattro anni dall’inizio, le Cucine Solidali sono diventate una politica pubblica, e già esistono migliaia di cucine in tutto il Brasile, che danno da mangiare ogni giorno a migliaia di persone. Questo nasce da una piccola iniziativa di un movimento sociale. Molte volte sottovalutiamo il potenziale di una piccola idea trasformativa.
A partire da queste tecnologie sociali, mescolate con la tecnica, con lo sviluppo scientifico e tecnologico, riusciamo a creare meraviglie come PIX. Piattaforme in cui questo elemento popolare riesce a raggiungere lo Stato, a influenzare le politiche pubbliche
Quando parliamo del nucleo tecnologico, stiamo parlando di Ocupa Lab, un laboratorio sociale di innovazione tecnologica. Inizia come un piccolo laboratorio, una stanza di 10 metri quadrati in un’occupazione alla periferia di San Paolo. Lì si insegna a persone che spesso non hanno conoscenze di base di lettura e comprensione del testo a usare il cellulare, a gestire le funzionalità di base della tecnologia, inserendo persone di queste comunità nel mercato del lavoro come programmatori e sviluppatori software, e portando una nuova visione del mondo in questo universo della tecnologia, oggi così segnato dagli ideali propagati dalla Silicon Valley.
Il potenziale di questa iniziativa è enorme. Inserendo persone con una mentalità diversa, che pensano la tecnologia in termini di come può e deve essere, il cielo è il limite. L’idea del movimento è che queste iniziative – dalla scuola di tecnologia, che offre corsi gratuiti, fino a Contrate Quem Luta, una piattaforma di economia solidale digitale che collega i lavoratori del movimento a persone interessate a ricevere servizi, cioè a clienti – diventino politiche pubbliche, coinvolgendo infrastrutture pubbliche, risorse pubbliche offerte dallo Stato, una partecipazione sempre più ampia e uno sviluppo tecnologico sempre maggiore di queste piattaforme, in modo da permetterci di pensare una tecnologia emancipatrice, diversa, sovrana.
La sovranità digitale popolare nasce davvero dal basso. Sono iniziative come quelle dello stesso MTST, con la sua lotta per la casa e per il territorio, che oggi passano necessariamente per la tecnologia. Abbiamo il MTST, abbiamo iniziative che seguono correnti più autonome, come MariaLab, che cerca di costruire infrastrutture sicure per proteggere la privacy dei movimenti sociali, delle persone, dei gruppi femministi. Abbiamo iniziative come data_labe, che crea strumenti quotidiani per facilitare la vita delle persone che vivono nelle periferie, dove si trova il popolo. E, in America Latina, abbiamo reti come FACTTIC, un’organizzazione di cooperative autonome molto legata alla tradizione femminista e autonoma, che mostra come sia possibile costruire reti di produzione tecnologica al di fuori della logica corporativa tradizionale.
Sono queste iniziative a rendere possibile la costruzione di una nuova tecnologia, l’immaginazione di un mondo senza big tech, un mondo in cui possiamo davvero avere autonomia su quale tipo di tecnologia usare e autodeterminarci come potenza tecnologica capace, soprattutto, di prendersi cura della propria popolazione.
Pensi che ci siano alcuni passi pratici che, nei prossimi anni, il Brasile o altri paesi latinoamericani possano compiere per frenare o modifficare la presenza delle big tech?
Certamente. Parliamo molto del popolare, ma credo che lo Stato abbia un ruolo fondamentale in questo. Le iniziative popolari esistono già; hanno bisogno di incentivo. Dal punto di vista dello Stato, c’è una serie di sfide sul piano della regolamentazione delle piattaforme. Il Brasile ha sperimentato iniziative innovative e importanti in questo campo, ma allo stesso tempo esistono lotte costanti nella politica interna, perché il lobbying di queste imprese è molto forte. La regolamentazione è, a mio avviso, il primo passo: regolamentazione dei social media e, oggi, anche dell’intelligenza artificiale, costruita con la partecipazione dei movimenti sociali, della società civile e del terzo settore in generale.
Sono queste iniziative a rendere possibile la costruzione di una nuova tecnologia, l’immaginazione di un mondo senza big tech, un mondo in cui possiamo davvero avere autonomia su quale tipo di tecnologia usare e autodeterminarci come potenza tecnologica
Poi vengono gli investimenti. Abbiamo una grande struttura di istruzione superiore pubblica, gratuita e di qualità. Ha bisogno di investimenti, di laboratori, compresi laboratori sociali, di risorse. Ha bisogno di incentivo statale per creare cose nuove. C’è anche la questione della creazione di propri data center, che non siano data center di Amazon importati qui semplicemente perché abbiamo energia pulita e abbondante. Abbiamo le condizioni per creare le nostre infrastrutture di dati, senza dover importare infrastrutture dall’esterno né portare data center stranieri che inquinano ciò che abbiamo e mantengono i nostri dati sotto il controllo di imprese statunitensi. Abbiamo bisogno di una nostra infrastruttura di dati per poter avere più controllo, avere la chiave di questa cassaforte, che oggi è nelle mani degli Stati Uniti. Oggi buona parte dei dati del nostro governo e dei dati dei nostri cittadini è conservata in banche dati all’estero. Cambiare questo è un passo fondamentale.
Per terminare, nel tuo lavoro non parli solo di sovranità tecnologica, ma anche di sovranità epistemica. Che cosa significa concretamente, per esempio, nel dibattito sull’intelligenza artificiale?
Non basta cercare di contendere questo scenario tecnologico soltanto nella logica della “corsa all’intelligenza artificiale”. Non è sufficiente. Credo che non dovremmo entrare in questa corsa nello stesso modo in cui viene posta oggi. Il nostro ruolo, come Sud Globale, come Brasile, come popolo, è pensare alla possibilità di costruire nuove tecnologie realmente diverse, immaginare un’intelligenza artificiale differente da quella che abbiamo oggi, o persino ripensare il significato stesso di intelligenza artificiale per noi. La sovranità riguarda anche questo: sovranità del pensiero, dell’episteme. La sovranità tecnologica è profondamente associata alla sovranità epistemica, alla costruzione di conoscenza e di significati per questa conoscenza.
Pensare la sovranità epistemica significa chiedersi chi definisce che cosa sia “intelligenza”, quali dati contino, quali problemi meritino di essere prioritari per queste tecnologie. Significa poter dire, a partire dalla nostra esperienza latinoamericana, quali siano le urgenze che vogliamo che la tecnologia affronti: fame, casa, trasporto, violenza della polizia, distruzione ambientale. E, a partire da questo, produrre conoscenze, dati, metodi e strumenti che rispondano a queste questioni, senza semplicemente importare modelli pronti dal Nord Globale. In sintesi, non si tratta solo di dire “facciamo la nostra tecnologia”, ma anche di affermare: decidiamo noi che cosa conta come tecnologia rilevante, che cosa è intelligenza, che cosa è progresso, a partire dai nostri propri criteri e bisogni.
Illustrazione di copertina di Carlotta Artioli