Essere Moltitudine #1 L'indagine sugli Spazi Culturali di Comunità di Arci in Italia
"Prendersi cura dello spazio pubblico non è mai un gesto neutro.
Significa esporsi, rischiare, negoziare, fallire, insistere".
Pubblichiamo la premessa di Extimité, un’autoinchiesta di Arci Torino per ridefinire lo spazio pubblico attraverso le dinamiche che legano gli spazi Arci ai territori limitrofi. Nei suoi propositi mira a riaffermare "il diritto a relazioni calde nello spazio pubblico”. Ma cos’è uno spazio pubblico? A differenza delle consuete definizioni di spazio pubblico come contenitore neutro, nell’ipotesi di Extimité la dimensione pubblica si costruisce piuttosto nei luoghi dove le persone sono parte attiva di una trama collettiva costruita da forme di intimità, reciprocità e intenti comuni.
Si parlava di una nuova generazione di Spazi culturali, a dire il vero, anche prima della pandemia da covid-19, in Italia. Occorre, però, un piccolo passo indietro.
Durante il primo decennio dalla crisi economica iniziata nel 2008 (e arrivata in Italia l’anno successivo), la locuzione-mantra social innovation aveva invaso progetti, bandi, politiche pubbliche. Molte realtà, volenti o nolenti, si trovavano ad adeguarsi a un modello spesso distante dalle loro identità e tradizioni (la cooperazione sociale, il volontariato, il mutualismo) per acquisire una postura votata all'efficienza, spendibile, sostenibile, rispondente a, produttiva, cool, e non ultimo - come oggi alcunɜ teoricɜ di quegli anni ammettono - pericolosamente neutra del punto di vista politico. Bisognava trovare soluzioni innovative, smart, (ri)generative, collaborative - e chi più ne ha più ne metta, bastava costassero meno - per sopperire al vuoto di servizi, welfare e offerta culturale lasciato dal retrocedere del pubblico e dalla crisi (anche auto-inflitta) delle organizzazioni di massa, dei corpi intermedi e collettivi, specie di natura politico-ideologica.
A complicare (o a giustificare) questa necessità, il ciclo di crisi finanziaria/recessione economica più grave dal 1929 e la conseguente mancanza di risorse sia nelle casse dello Stato sia nelle tasche delle persone. Insomma: se il Comune non aveva più fondi e partiti, sindacati, parrocchie e associazioni si erano svuotati di volontariɜ e militanti, chi si sarebbe occupato dei dopo-scuola, in questi inaspettati tempi di magra? E della cura dei giardinetti? E dell’invecchiamento attivo di una popolazione sempre più anziana? E di sport popolare? E di teatro e arti amatoriali? La social innovation! Proposta, come risposta a fenomeni che andavano ben oltre la portata di una piattaforma teorica di project design, per quanto brillante, insufficiente a tamponare trend mondiali, culturali, finanziari.
Ed eccoci alla nuova generazione di spazi culturali.
Pressoché ovunque in Europa - e soprattutto nel bel Paese del campanile e della casa del popolo - iniziava a risultare evidente che nuovi modi di fornire servizi, cura e intrattenimento non potevano prescindere dall’esistenza di luoghi in cui le persone potessero organizzare la loro disponibilità di tempo, idee e risorse. Spazi fisici, al riparo da caldo, freddo, sguardi e rumori indesiderati, in cui ritrovarsi ed escogitare contromisure creative ai complessi tempi che correvano (e ancora corrono). Testimonia questa tendenza - oltre alle ricerche più o meno accademiche - l’avvento, nel lessico delle politiche pubbliche e non solo, di parole come “riqualificazione”, “spazi rigenerati” a fianco delle ormai sdoganate terminologie del project management.
Molte realtà, volenti o nolenti, si trovavano ad adeguarsi a un modello spesso distante dalle loro identità e tradizioni (la cooperazione sociale, il volontariato, il mutualismo) per acquisire una postura votata all'efficienza
A questo punto è necessario che io mi conceda un breve digressione personale.
Nel 2017, dopo un quasi quindicennio di impegno politico (tra vocazione, professione e illusione) e un concitato biennio di rock’n’roll, mi avvicinavo al Comitato Arci di Torino, prima come consigliere, poi anche da lavoratore, lasciandomi convincere da ciò che ancora oggi riconosco in questa realtà: una compagine omogenea ma plurale di persone disinteressate dal punto di vista individuale, che ha l’obiettivo di proteggere e far evolvere un’organizzazione tanto importante e affascinante quanto sottovalutata come l’Arci. La mia occupazione si è concentrata da subito nello specifico sul settore delle attività culturali, ed è per questo che, da qua in avanti, la mia riflessione avrà una prospettiva più ridotta, ma forse per questo più precisa.
Alla fine degli anni ‘10, iniziano a comparire in Italia pubblicazioni sui luoghi della cultura contemporanei che contengono alcuni concetti chiave per il dibattito attuale (erano spesso aggettivi: ibrido, civico, etc). Individuo un testo di riferimento, in qualche modo spartiacque, almeno a livello divulgativo, nell’articolo dove il sociologo Bertram Niessen propone la definizione di “Nuovi Centri Culturali” per quella generazione - da Niessen poi rinominata “scena” - di Spazi di socialità, specie se a trazione culturale, che ho citato già diverse volte in questa premessa. L’articolo è stato pubblicato sul sito di CheFare alla fine del 2019, a riprova di come il dibattito sia iniziato prima - e indipendentemente - dalla pandemia di Covid 19.
Mi sono imbattuto in quelle pagine online mentre cercavo spunti che dessero un po’ di testa - e non solo gambe e tessere - a un processo di rinnovamento del modello di “circolo arci” che sentivo urgente, quanto meno nel mio territorio. Intuivo un prossimo cambio di tendenza - dopo un decennio di ubriacatura per la social innovation - e l’inizio di una fase - che in buona parte deve ancora culminare - dove gli Spazi sarebbero tornati al centro del discorso. Se gli Spazi tornano al centro, mi dicevo, l’Arci ci deve essere!
Ricordo molto bene cosa mi colpì particolarmente dell’articolo di Niessen: l’idea - che percepii ferma, anche in assenza di particolari evidenziature - che questi Nuovi Centri Culturali potessero definirsi tali solo in presenza di una chiara e intenzionale visione del mondo circostante, a livello tanto generale quanto “micrologico” (come poi avrei letto da Cristina Bianchetti anni dopo), che fungesse sia da catalizzatore dell'interesse e della disponibilità di energie dei loro abitanti (gestorɜ, persone volontarie, pubblico) sia da vettore delle istanze trasformative della comunità (territoriale, culturale) di riferimento.
Compresi come, forse, c’era modo di pretendere che, da un decennio costellato da soluzioni più creative che risolutive, si uscisse archiviando idee e strumenti più adatti al marketing che all’azione sociale e rispolverando l’importanza delle identità politiche, per quanto post-ideologiche e situate. Nonostante dal 2017 la riforma (incompiuta) del Terzo Settore avesse calato in Italia i concetti anglosassoni di “low profit” e di impresa sociale, per le esperienze eredi delle case del popolo - con la loro economia mutualistica e non proprietaria - forse non era giunto il tempo dell’obsolescenza.
Pochi mesi dopo l’uscita dell’articolo, arrivava il lockdown, che è stato un potente acceleratore di alcuni processi, in modo diretto o indiretto. Ne cito alcuni in ordine sparso e utile al discorso.
ti accorgi di quanto è importante una cosa quando la perdi: i mesi di isolamento forzato e la chiusura per decreto di ogni tipologia di luogo di socialità hanno acceso una luce sugli Spazi e sull’assenza di un loro riconoscimento (nei decreti, ad esempio, i circoli erano equiparati ai centri benessere, fermarli, etc).
l’Arci ha vissuto circa un biennio di crisi, sicuramente economica, venute meno in larga misura le risorse proveniente dal tesseramento. È stato durante quella crisi che l’associazione, però, ha maturato la consapevolezza che un cambio di passo fosse necessario, che ha portato ad un ricambio complessivo degli organismi dirigenti e a una correzione della linea politica.
Mentre tutto ciò era in corso, mi sono ritrovato, con altre persone, a realizzare almeno due progetti inediti e credo significativi sul piano nazionale, diversi - ma incredibilmente non divergenti - tra loro per contesti, committenza, background politico: il bando Space della Fondazione Compagnia di San Paolo e l'auto-inchiesta nazionale Essere Moltitudine di Arci.
Sono entrambi ancora attivi nel 2025, benché in evoluzione, e rimando alle note per riferimenti ed eventuali approfondimenti. Ciò che mi preme raccontare qua è che il bando Space (e il suo prequel “Rincontriamoci” nel 2020) è stato il primo dispositivo di sostegno economico, a livello nazionale, rivolto agli Spazi e non a progetti da essi ideati. Fotografava, cioè, il valore intrinseco della presenza di uno Spazio di socialità gestito dal privato sociale (quindi non commerciale e autonomo dalla PA), provando a garantirne la sopravvivenza nell’emergenza Covid e, in seguito, a supportarne lo sviluppo.
C’era modo di pretendere che, da un decennio costellato da soluzioni più creative che risolutive, si uscisse archiviando idee e strumenti più adatti al marketing che all’azione sociale e rispolverando l’importanza delle identità politiche, per quanto post-ideologiche e situate
Non è stato un caso che la Fondazione abbia coinvolto, nella cabina di regia di quel progetto, oltre ad Arci Torino, la Rete delle Case del Quartiere di Torino, CheFare, e Labsus: tutte realtà che si sono ritagliate un ruolo di riferimento e, per così dire, di avanguardia, sul tema degli Spazi di socialità. Non è, infine, nemmeno un caso che il testo con cui la Fondazione ha divulgato la prima edizione del bando contenesse indicazioni che andavano decisamente oltre i criteri di selezione, ma che disegnavano un ritratto non solo scientifico, ma politico-culturale degli Spazi di partecipazione, proponendo una tassonomia inedita (e oggi anche parzialmente superata): Presidi civici, Centri culturali indipendenti, Nuovi Centri Culturali. Giusto o sbagliato che sia, in mancanza d’altro è stato attorno al bando di una Fondazione di origine bancaria che si è prodotto molto pensiero sul tema degli Spazi di cui sto scrivendo.
L'auto Inchiesta Essere Moltitudine, invece, non è certo stata la prima indagine condotta sugli Spazi (si sarebbe detto “sui Circoli”) Arci: in varie forme, più o meno scientifiche, non si contano le pubblicazioni prodotte nel corso di una storia associativa così lunga.
Oltre alla scelta del nome, Essere Moltitudine ha avuto il merito di sistematizzare, peraltro mentre l’associazione stava affrontando la crisi dovuta al Covid 19, una riflessione che attraversava l’Arci e correva il rischio di depositarsi solo nei verbali delle sue riunioni interne. Giunta alla seconda edizione, Essere Moltitudine ha coinvolto in una raccolta di dati, aperta anche a realtà non Arci, quasi 500 Spazi in tutta Italia e ha prodotto due report estesi (uno per edizione) e un sito web consultabile che ne riassume i principali risultati.
Ciò che trovo più coerente raccontare, però, qui, è lo spunto, poi trasformato da CheFare in metodologia, non già della ricerca o dell'indagine commissionata a terzi, ma dell'auto- inchiesta.
Il Codice del Terzo settore (e successivi decreti) ha introdotto, per gli Ets con alcune caratteristiche di bilancio, l'obbligo di redigere una valutazione dell’impatto sociale. Tale obbligo veniva introdotto senza che fossero chiarite, le modalità, le figure professionali e le certificazioni necessarie a produrre questa misurazione. Ricordiamo qualche mese di panico, in seguito al quale ha cominciato ad emergere (in parallelo a quello ben più noto sull’utilizzo degli strumenti digitali, privacy e algoritmi) un dibattito sulla cultura ossessiva della raccolta dei dati, specie nell’ambito delle iniziative associative private. Nessun indicatore, nessun sondaggio, nessun questionario è mai neutro, né lo potrà mai essere nessunǝ consulente esternǝ, per quanto ben intenzionatǝ. Inoltre: c’è il rischio che, come già accade in situazioni analoghe, i risultati delle valutazioni vengano pesantemente indirizzati da interessi di mercato e che alcuni soggetti economici li possano piegare alla loro convenienza o addirittura “acquistare”. E’ certamente interessante, quindi, farsi studiare e raccontare dai numeri, anche per gli enti del terzo settore che non devono “misurare” la propria produttività per battere la concorrenza. Ma come proteggersi dal rischio che indicatori pensati per ottenere buoni punteggi finiscano per spingere le organizzazioni verso obiettivi o strumenti non condivisi democraticamente?
Serve produrre sapere, ma sapere libero, non disciplinato né orientato da spinte esterne.
Nel 2022, al Circolo Maurice di Torino, ho partecipato alla presentazione del libro di Leo Acquistapace “Tenetevi il matrimonio, ridateci la dote”, appena uscito come versione estesa e arricchita della sua tesi di dottorato: un saggio e un autore che consiglio spesso. In quel contesto ho sentito parlare per la prima volta di “altre intimità" - non potevo immaginare che la parola “intimità” sarebbe sbucata qualche tempo dopo nelle mie letture, come una delle micce di innesco di questa autoinchiesta. Cito quell’occasione, però, perché è lì che ho trovato un nome a ciò che Arci stava facendo - o avrebbe dovuto fare - con Essere Moltitudine. Leo raccontò come la sua ricerca sulle “relazioni di intimità, solidarietà e cura oltre la coppia nell’Italia urbana contemporanea” si fosse ispirata, metodologicamente, alla pratica delle auto-inchiesta diffusa nei movimenti operai e femministi italiani, soprattutto nel primo dopo guerra: produrre saperi e conoscenza su di sé, saperi che “i padroni” o “i padri” non potessero controllare, ma che però, al contempo, provassero a scavare, a cogliere anche contraddizioni, conflitti e “magagne”, in seno ai movimenti, senza accontentarsi di sguardi auto-assolutori o autocelebrativi. La nostra sarebbe dovuta essere un’auto-inchiesta, non un’operazione di marketing e nemmeno una ricerca da commissionare a terzi.
Serve produrre sapere, ma sapere libero,
non disciplinato né orientato da spinte esterne
Carlo Testini prima e Marco Trulli poi (entrambi miei referenti di Arci nazionale, in tempi diversi) hanno fatto propria questa convinzione, che ha generato anche qualche legittima perplessità sul fronte della semplificazione comunicativa. Questo metodo è stato poi consolidato nell’edizione del 2024 di Essere Moltitudine e ha ispirato un’altra autoinchiesta: “Le parole della notte”, condotta da Magazzino sul Po a Torino nel 2024, sulla vita notturna interna e intorno ai Murazzi del Po, per costruire una contro-narrazione dal basso del fenomeno che ancora troppe volte viene chiamato “movida”.
Oltre, ovviamente, al lavoro di cui questa pubblicazione è il risultato e di cui questo mio testo è premessa.
Si è deciso che la seconda edizione di Essere Moltitudine doveva concentrarsi sulla relazioni tra Spazi e “margini”: territoriali, culturali, temporali. Così, nel 2024 - onori e oneri della metodologia scelta - mi sono ritrovato - anche per mancanza di fondi - a condurre in prima persona i focus group con gli Spazi che avevano compilato i questionari quantitativi. Nello specifico: a Roma, sul tema delle attività notturne; a Firenze, sulla rigenerazione di case del popolo e spazi storici/tradizionali; online, sugli Spazi nelle aree interne e montane.
Extimité, in un certo senso, nasce nella mia testa a Roma, nella sala fumosa - anche per mia responsabilità - del Circolo Arci Fanfulla, dove si è teneva il focus group. Ad un certo punto della discussione, le persone che rappresentavano alcuni circoli capitolini hanno cominciato a parlare di “soglia”, della relazione tra il dentro e il fuori i loro Spazi, dei tentativi infiniti e faticosi di significare l'ingresso di quei corpi nel circolo come l’accesso a un luogo dove sono in vigore regole diverse, dove si sta insieme in un modo diverso, dove alcune cose che fuori sono proibite dentro non lo sono e viceversa, dove le relazioni di potere - e persino la personalità dellɜ abitanti - mutano, anche radicalmente. Significare il varcare una soglia, come l’atto di compiere un rituale (spesso consacrato, fa ridere dirlo, nel fare la tessera Arci).
Mi ricordo di essere ritornato a casa a Torino con in tasca un pezzo in più di un puzzle di cui però avevo davvero - e forse ancora ho - pochi tasselli, ma di cui desideravo ricomporre un’immagine, almeno parziale.
Il tassello successivo è stata la lettura di un testo minore di Michel Foucault: “Spazi altri”. Già nel sottotitolo, il libro contiene il concetto di “eterotopia”, come idea speculare a quella di utopia, intendendola come - vogliate perdonare la semplificazione - spazio “altro”, diverso ma reale, dove, appunto, sono in vigore altre regole. Uno spazio concretamente realizzato in questa società, a differenza dell’utopia che invece si immagina proiettata in un futuro o altrove desiderabile. Foucault non offre per niente un’idea idilliaca e nemmeno sempre positiva, delle eterotopie, descrivendole come Spazi anche potenzialmente critici, o magari, nella peggiore delle ipotesi, tossici (per usare un termine contemporaneo). Certamente utili, però, a offrire un’alternativa realizzata al pensiero dominante fuori da essi. È o può essere considerata eterotopia un carcere, una scuola, una comune hippy, un cimitero, un museo, ma anche una nave, una festa, un giardino. E allora perchè non anche gli Spazi di socialità di cui scrivevo prima?
La girandola di letture fino ad arrivare a Cristina Bianchetti è stata abbastanza lunga e non serve riportarla qua. Ovviamente è stato utile ripescare qualcosa che sentivo connessa, ad esempio, con le T.A.Z. di Hakim Bey. Ma è per caso che il concetto - a ripensarci, così onnipresente - di “spazio pubblico” si è inserito nel mio flusso, a partire da un saggio del ricercatore Fabio Bertoni.
Significare il varcare una soglia, come l’atto di compiere un rituale
In che modo può esistere una soglia nello spazio pubblico - o addirittura lo spazio pubblico diventare soglia - se convenzionalmente intendiamo lo spazio pubblico come uno spazio “aperto” o "all'aperto"? Dai traceur a "Intimité, extimité, public”, il saggio della Professoressa Bianchetti, il passaggio - grazie a qualche sito - è stato breve. E con quel saggio, si è aperta una nuova prospettiva. Bianchetti è largamente citata nell’auto inchiesta Extimité di Arci Torino che molto probabilmente avete in mano in questo momento e io non possiedo le competenze per riassumerne il pensiero in modo esaustivo. Mi limito a riportare ciò che di quel testo ha colpito me, radicalmente.
Il testo di Bianchetti offre i presupposti teorici, per domandarsi se le caratteristiche e le funzioni che siamo, anche nel senso comune, abituat3 ad attribuire ad uno “spazio pubblico” non possano essere ricercate, nelle nostre società post-moderne, in spazi diversi da quelli che i nostri sensi stanchi e spesso superficiali sono portati a riconoscere come tali. Se per “pubblico” vogliamo intendere - e qua sono io e non Bianchetti - “di interesse generale” (anche con l’aiuto dell’art.5 del Codice del Terzo settore italiano), comune (anche solo per uno specifico e situato numero di persone), se vogliamo intendere per pubblico qualcosa in cui gli equilibri di potere siano negoziati o negoziabili o perlomeno espliciti, come possiamo chiamare “spazio pubblico” una piazza urbana cannibalizzata dalle attrazioni turistiche o una via occupata in ogni centimetro da automobili e dehors? Come possiamo lasciarci imbrogliare, quando l’atrio di una stazione viene “ri-allestito” a “spazio pubblico” - tra applausi e umarell - per poi non essere altro che un teatro dove vanno incessantemente in scena il fallimento di un servizio pubblico (i trasporti), e la mercificazione di ogni metro residuo, trasformato in vetrina per ospitare qualche grande marca (di libri o di abbigliamento intimo). E come facciamo, qualche volta, a farci abbindolare dalla brillante idea (forse è social innovation) che un pianoforte, buttato lì, al centro di questo atrio, possa essere una buona idea e non un atto che relega la cultura a una funzione decorativa e di copertura?
Ecco.
E invece - qua proseguo con Bianchetti, e, se vogliamo, con Bertram Niessen - non sarà che in questa società lo spazio pubblico può essere definito tale se e solo se chi lo abita vi si riconosce, da un punto di vista culturale e, di conseguenza, politico? Bianchetti apre alla possibilità che esista uno spazio pubblico non “per tuttɜ”, ma piuttosto per chi ne ha cura, lo costruisce, lo crea.
E allora non sarà forse che, nelle nostre società, gli spazi che svolgono funzioni pubbliche, di interesse generale, vanno ricercati in luoghi che possiedono un’intenzionale visione del mondo e una coscienza politica, che non sono per forza aperti o “all’aperto”, che talvolta invece sono un po’ segreti o protetti (più sicuri? liberi?), ai quali magari si accede varcando una soglia, che è accesso di senso, rituale, simbolico e che dobbiamo significare noi, collettivamente, con fatiche infinite? Spazi altri, eterotopie, spazi instabili, imperfetti, persino temporanei, dove ci si rifiuta di replicare regole, logiche, stereotipi e automatismi di un pensiero dominante che, almeno attualmente, là fuori, negli spazi aperti (o all’aperto), neutri, puliti, ordinati, decorosi e disciplinati, a quell’“Interesse generale” concede davvero molto poco.
Ecco, l’auto inchiesta Extimité non si occupa, se non tangenzialmente, di queste cose. Ma d’altronde questa è solo una premessa. Non tocca a me descrivere cosa sia Extimité, ma uso un ultimo residuo della pazienza di chi legge per raccontare che, sempre nel 2024, ho conosciuto Roberto Vietti, che è autore e coordinatore di Extimité. Con lui, tra psicogeografie e cene in trattoria, abbiamo deciso di contattare Cristina Bianchetti, che è stata così gentile da confrontarsi con noi in più occasioni e validare, in qualche modo, l’idea di approfondire il concetto certamente più oscuro dei tre che danno il titolo al suo saggio Intimité, Extimité, Public, attraverso un’auto inchiesta su alcuni spazi Arci. Con Roberto abbiamo deciso di studiare quattro spazi della rete di Arci Torino - molto diversi tra loro - che condividessero le caratteristiche che ho riportato prima e che fossero accomunati da un elemento: tutti e quattro, nei mesi precedenti, erano stati soliti “debordare” nello spazio esterno adiacente al circolo. Ci siamo voluti far guidare da questa somiglianza, forse la sola, tra di loro, pensando che nulla potesse riunirli in modo più significativo del desiderio di invadere con la loro identità e modalità ciò che normalmente sta “fuori”.
In che modo può esistere una soglia nello spazio pubblico - o addirittura lo spazio pubblico diventare soglia - se convenzionalmente intendiamo lo spazio pubblico come uno spazio “aperto” o "all'aperto"?
Roberto, in un flusso che fatico a non definire magnetico e piacevolmente disordinato, ha poi coinvolto Roberta e Luca, co-autorɜ dell'auto inchiesta e che vorrei ringraziare per la generosità e l’entusiasmo con cui sono saltatɜ a bordo. Con loro, in ultimo, vanno ringraziate Valentina Sacchetto, per il contributo sotto forma di intervista, e Marta Vicari, bibliotecaria del Centro Studi Piero Gobetti di Torino che ha avuto la pazienza di farci visionare più volte le riviste e gli altri materiali di Arci conservati nei loro archivi. L’Arci, soprattutto in decenni passati, ha prodotto pubblicazioni, riflessioni e persino oggetti meravigliosi, coraggiosi, dal punto di vista politico ed estetico. Per questo anche il libretto che avete in mano non è rimasto un pdf da girare in una chat.
Ho rivisto, esteso e perciò consegnato con colpevole ritardo alle stampe questa premessa dopo che, il 6 settembre 2025 si è tenuta a Milano una grande manifestazione contro lo sgombero del Centro Sociale Leoncavallo. Non si tratta di uno spazio Arci, ma questo ovviamente non cambia le cose.
Recentemente ho letto “Gramsci è morto, dall’egemonia all’affinità” di Richard J. F. Day . E’ un testo sfidante per chi, come me, fosse solito definirsi “post-comunista”. Ma contiene due concetti buoni per finire: quello di alleanza per affinità (Il collettivo di Fabbrica ex GKN di Campi Bisenzio direbbe “convergenza”) e quello di “buco”, meno autoesplicativo.
Parto quindi dal secondo: anche Day riconosce come un pensiero alternativo, laterale, volendo rivoluzionario, possa originare dai margini; non in contrapposizione con l’idea generativa di margine, ma provando a scartare di lato il dualismo “margine/centro”, Day propone che il margine si faccia “buco”, come a descrivere una fessura nel muro dell’oppressione, dell’individualismo, o del pensiero unico, rappresentata da un’esperienza di resistenza, attivismo, o simili. L’auspicio è che questi Spazi, di cui ho scritto, e che magari prima o poi riconosceremo e saranno riconosciuti come pienamente “pubblici”, possano diventare dei buchi sempre più grandi e che, alleandosi tra loro, per affinità, possano infine abbattere i muri e lasciar debordare bellezza. D’altronde, l’Arci, dovrebbe servire anche a favorire queste convergenze.