Martedì 28 ottobre 2025
Città immateriali
 
Un requiem per il diritto all'abitare
Scritto da: Gessi White

Pubblichiamo un estratto del libro di Gessi White, Città in affitto. Un requiem per il diritto all'abitare, edito da Editori Laterza. Ringraziamo l'editore per la gentile concessione. 



C’è stato un tempo in cui le città ci appartenevano. Non parliamo solo del senso di appartenenza culturale che lega una popolazione al luogo dove abita, ma proprio del fatto che terreni ed edifici erano proprietà di qualcuno. Poi sulla scena ha fatto irruzione la finanza, trasformando la rendita terriera per come era esistita fino ad allora. Si è visto accadere all’estero e lo si vede oggi anche in Italia. Basti pensare a Londra, forse la prima capitale davvero globale, passata da proprietà in larga parte della Corona inglese a una multiproprietà che ha come socio di maggioranza il fondo d’investimento del Qatar. Ai vecchi landlord si sono sostituite nuove sigle anonime, dietro le quali è quasi impossibile trovare il nome e cognome di un padrone di casa, foss’anche solo per maledirlo tra i denti.

La grande dismissione della proprietà fisica è un fenomeno che arriva all’immobiliare in ritardo. L’adorato mattone è rimasto a lungo tangibile certezza per investitori inesperti anche quando la finanza aveva già conquistato tutti gli altri settori dell’economia (e spesso anche della vita privata). Almeno nell’Occidente più ricco, dove la flessibilità è stata introdotta a partire dal lavoro, il neoliberismo ci ha ormai abituato ad affittare per intero il nostro tempo tra abbonamenti, accessi temporanei e account. Il nuovo mantra del consumo ci spinge all’acquisto di esperienze piuttosto che di cose materiali e durature.


Per la casa, la svolta è avvenuta a seguito della crisi finanziaria del 2008, momento in cui la popolazione mondiale era davvero divisa al 50% tra città e campagna¹. Con buona pace della favola di Esopo, noi topi contemporanei alla fine abbiamo scelto di vivere nell’angoscia cittadina invece che nella tranquillità agreste. La concentrazione abitativa nei centri urbani ha accelerato esponenzialmente il fenomeno della finanziarizzazione della casa², l’operazione con cui si trasforma il luogo predisposto all’abitare in un titolo azionario da tenere nel proprio portafoglio. Cominciata negli anni Ottanta come tentativo di democratizzare l’acquisto e allargare il bacino di consumatori (il motto ai tempi di Margaret Thatcher era right to buy, il diritto di comprare), la finanziarizzazione della casa ha portato alla condizione attuale in cui la costruzione e lo sviluppo delle nostre città sono operazioni che, per quanto immobiliari, passano prima dagli operatori della Borsa che dagli uffici comunali dell’urbanistica.

La concentrazione abitativa nei centri urbani ha accelerato il fenomeno
della finanziarizzazione della casa, l’operazione con cui si trasforma il luogo predisposto all’abitare in un titolo azionario

Così le città sono diventate immateriali, come la finanza che ne decide l’azionariato. Poco alla volta si sono convertite in agglomerati di milioni di posti letto di cui negli anni, senza che qualcuno lo comunicasse esplicitamente, è cambiato il proprietario: le amministrazioni comunali affittano pezzi di tessuto urbano a sviluppatori immobiliari per trasformarle, farle abitare, metterle a rendita. I cittadini sono inquilini in subaffitto, anche quando proprietari della propria casa: un individuo privato può infatti possedere le mura di un appartamento, non il quartiere intorno. E il cambiamento è avvenuto là fuori, con gli spazi pubblici sequestrati per interessi privati, con la moltiplicazione dei marchi di negozi che si ripetono uguali in tutto il mondo, con il pullulare di bed&breakfast, con l’esplosione della foodification, il fenomeno per cui il cibo è una scusa per occupare pezzi di città. Lo spazio urbano è così diventato “apubblico", se non privato, e ha finito per respingere sempre più abitanti, a prescindere da quanto fossero “del luogo”, dalla loro storia e identità culturale. Cosa vuol dire “respingere”? Perlopiù rendere l’abitare economicamente insostenibile nello spazio vissuto fino a quel momento. Il fluttuare del valore di questo o quel settore della città è certamente legato alle opportunità di investimento e agli accordi fra finanza e amministrazione, ma si muove anche “a caccia” del valore aggiunto prodotto dalla cultura di chi li abita, quei luoghi.


Significa che quella stessa appartenenza culturale che abbiamo evocato sopra, e che oramai ha ben poco a che vedere con la proprietà legale, è il plusvalore che il processo di finanziarizzazione della casa cerca, sottrae e sfrutta per mettere il segno positivo al proprio investimento. L’intero processo non è solo un furto di spazi, ma un furto di cultura vero e proprio, che trasforma la vitalità e il carattere di un quartiere o di un’intera città in un flavour da dépliant pubblicitario, da vendere a turisti, “transitanti” e investitori.

Le città, per definizione, concentrano popolazione, servizi, infrastrutture, impianti produttivi, opportunità di lavoro e socialità. Ma anche problemi: disparità sociale, esclusione economica, fonti di inquinamento, pericoli reali e percepiti. Nella vecchia e stanca Europa, l’attrazione non dirompe come in Africa e in Asia, dove gli insediamenti assumono i contorni di megalopoli con decine di milioni di abitanti. Dato il privilegio quantomeno del passaporto – lasciapassare per sconfinare anche solo per piacere – nelle città europee si va per vivere meglio piuttosto che per sopravvivere. Tale attrazione non coinvolge allora solo gli abitanti che mirano alla “stabilità” ma anche i transitanti di cui sopra. Abitanti a tempo, cittadini “mordi e fuggi”, che a loro volta rappresentano denaro sonante per l’industria della città che fattura facendo marketing di bellezza, cultura, fama, richiamo.

L'appartenenza culturale è il plusvalore che il processo
di finanziarizzazione della casa cerca, sottrae e sfrutta per mettere
il segno positivo al proprio investimento

Questo libro è un’inchiesta sui meccanismi che stanno trasformando la città, talvolta già noti al pubblico, ma spesso poco compresi. Parla di tre “città in affitto” italiane attraverso storie di piccoli e grandi locatari, di residenti qualunque e imprese nazionali e internazionali dell’immobiliare. Naviga contraddizioni e conflitti che animano oggi le città tra popolazione in transito e popolazione stanziale, tra turisti e studenti, tra cittadini che si impoveriscono e grandi speculatori che hanno soldi da spendere in tutto il mondo, tra interesse pubblico e interesse privato, tra l’abitare popolare e la gentrificazione. Va alla ricerca di indizi per capire cosa non funziona nella progettazione pubblica dei centri urbani, che dovrebbe essere al servizio del bene comune e non dell’investitore privato.

Le città protagoniste sono tre luoghi esemplari dove riconoscere la trasformazione e anche il disfunzionale, ma talvolta efficace, tentativo di rimandare il cambiamento. Sono state scelte perché riescono a cogliere un aspetto universale della storia urbana, pur nelle loro caratteristiche specifiche. Bologna è “in affitto” da sempre, da quando la sua storia di città si è intrecciata a quella dell’università, una delle più antiche del mondo, che ha contribuito a collocarla nella mappa internazionale. Il problema di gestire i forestieri, quindi, è storico: solo che oggi non sono più solo studenti, ma anche turisti. Troppo grande per essere davvero governabile, Roma è una città-villaggio, dove ogni quartiere fa storia a sé, tra chi resiste e chi si trasforma all’ennesima potenza, nell’esagerazione di una metropoli in cui anche i problemi sono eterni. Milano è un cantiere sempre aperto sul futuro, un “sogno americano” all’italiana dove risulta ancora più evidente come la corsa agli investimenti provochi dinamiche di espulsione e che ruolo abbia l’amministrazione pubblica nella privatizzazione degli spazi.


Se entro il 2050, come sostengono le Nazioni Unite, circa il 70% della popolazione mondiale abiterà in aree urbane³, allora non si può evitare di partecipare al dibattito su come debbano o possano essere le città del futuro. Nella pubblicistica internazionale si parla da anni, soprattutto dai tempi della pandemia, di city quitter, di chi lascia il logorio della vita urbana perché la tecnologia permette di lavorare e intrattenersi ovunque. In Italia si è cercato di spingere la ripopolazione delle aree interne anche attraverso questa narrazione, ma con scarsi risultati: l’Istat calcola che nell’ultimo ventennio circa 190mila abitanti si sono diretti verso i centri urbani⁴. 

Un esodo che riguarda una popolazione pari a quella della città di Taranto⁵. Sarà una forma di sindrome di Stoccolma, sarà che nonostante tutto le città continuano a offrire più degli altri contesti abitativi, ma è ancora presto per parlare di epoca post-urbana. Ed è certamente troppo presto per archiviare la discussione più impellente: quale spazio spetti ai veri proprietari, i cittadini.




Note


¹ Il dato è segnalato nel report World Urbanization Prospects 2018 realizzato dal Dipartimento economia e affari sociali delle Nazioni Unite, p. 9, https://population.un.org/wup/assets/WUP2018- Report.pdf.


² Marianna Filandri e Gabriella Paulì, La finanziarizzazione del bene casa: accesso al credito e disuguaglianze sociali, in «Quaderni di Sociologia», 76, 2018, pp. 81-105.


³ World Urbanization Prospects 2018 cit., p. 11.


⁴ Istat, La demografia delle aree interne: dinamiche recenti e prospettive future, 29 luglio 2024, p. 5, https://www.istat.it/comunicato-stampa/la-demografia-delle-aree-interne-dinamiche-recenti-e-prospettive-future/.


⁵ Ibidem.


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