Jane Bennett racconta una storia della vita contemporanea che mette in luce i suoi momenti d’incanto e s’interroga sulla possibilità che la potenza affettiva di tali momenti venga impiegata per diffondere un’etica della generosità. Sostiene, quindi, sia che il mondo attuale ha il potere di incantare le persone, sia che le persone possono accrescere la propria capacità di sperimentare gli effetti di questo potere. L’incanto della vita moderna è un delicato invito a lasciarsi pervadere da una sensibilità inedita, da nuove forme di pensiero, d’immaginazione e di cura; a riscoprire la profonda e meravigliosa ricchezza – fisica, biologica e ontologica – di un mondo le cui forme di vita devono sopportare la più infelice delle tragedie: dover convivere con la più insensibile delle razze, la razza umana.
Pubblichiamo un estratto dal libro di Jane Bennett, L'incanto della vita moderna. Legami, incroci, etica, tradotto da Angela Balzano e edito da Timeo. Ringraziamo l'editore per la gentile concessione.
Nella mia accezione del termine, l’incanto implica uno stato di meraviglia, e una delle caratteristiche di questo stato consiste nella sospensione temporanea della scansione cronologica e del movimento corporeo. Incantarsi è dunque prendere parte a un incontro che ha effetti momentaneamente immobilizzanti; si tratta di lasciarsi trafiggere, stregare. Philip Fisher lo descrive come un momento di pura presenza: il momento della pura presenza nello stato di meraviglia risiede nella differenza e nella singolarità dell’oggetto che colpiscono la mente tanto da non farci ricordare nulla, lasciandoci indugiare in sua presenza per un lasso di tempo in cui la mente non procede per associazione a qualcos’altro.¹
I pensieri, ma anche gli arti (per continuare sulla scia di Fisher), vengono messi a riposo, nonostante i sensi continuino a funzionare a tutta velocità. Con un’acutezza e un’intensità mai esperite, si fa caso a colori mai notati, si distinguono dettagli precedentemente ignorati, si ascoltano suoni straordinari, si riconoscono come familiari alcuni paesaggi di senso. Il mondo prende vita come una collezione di singolarità. L’incanto implica, quindi, una condizione di euforia o di attività sensoriale accresciuta. Lasciarsi simultaneamente attraversare dalla meraviglia e trasportare dal senso, per poi lasciarsi catturare e trascinare via: l’incanto è contrassegnato da questa bizzarra combinazione di effetti somatici.
Con un’acutezza e un’intensità mai esperite, si fa caso a colori mai notati, si distinguono dettagli precedentemente ignorati, si ascoltano suoni straordinari, si riconoscono come familiari alcuni paesaggi di senso. Il mondo prende vita come una collezione di singolarità
Anche la paura, che non può non accompagnarsi a uno stato tanto eccezionale, svolge un ruolo nell’incanto. Lo scrittore del Tredicesimo secolo Albertus Magnus ha descritto la meraviglia come una «sorpresa sconvolgente e una sospensione del cuore affetto da stupore, di fronte all’apparizione sensibile di un grande prodigio, tale da provocare una sistole. Pertanto la meraviglia è in qualche modo simile alla paura».² Eppure, la paura non può regnare sovrana se d’incanto si tratta, poiché quest’ultimo richiede un impegno attivo con gli oggetti dell’esperienza sensibile: l’incanto è uno stato di fascinazione interattiva, non di soggezione e timore. A differenza dell’incanto, una paura paralizzante non placherà né intensificherà la percezione, ma la soffocherà del tutto.
La disposizione che sto chiamando «incanto» riguarda, in primo luogo, un incontro sorprendente, un incontro con qualcosa di inaspettato e di cui non si riesce a farsi carico appieno. Questo stato di sorpresa comporta: (1) la piacevole sensazione di sentirsi affascinati da una circostanza inedita e non ancora elaborata, (2) una sensazione più perturbante che viene dal lasciarsi spiazzare o strappare via dalla propria predisposizione sensoriale-psichica-intellettuale. L’effetto complessivo dell’incanto è uno stato d’animo di pienezza, compiutezza, vivacità, la sensazione di aver sintonizzato e ricaricato i nervi, o la circolazione, o la concentrazione³ – una scarica nel braccio, un fugace ritorno all’infanzia e alla sua eccitazione per la vita. Le storiche Lorraine Daston e Katharine Park osservano che, agli albori dell’Europa moderna, i termini che rimandano alla meraviglia – admiratio, mirabilia, miracula – «sembrano avere le loro origini in una parola indoeuropea che vuol dire “sorriso”».⁴ Consideriamo, inoltre, che in italiano e in francese la parola «incantare/enchanter» è connessa al verbo «cantare/chanter». In-cantare: circondare di canto o di incantesimo, quindi affascinare attraverso i suoni, far cadere sotto l’influenza di un ritornello magico, trascinare in un flusso sonoro.
L'incanto richiede un impegno attivo con gli oggetti dell’esperienza sensibile: è uno stato di fascinazione interattiva
I filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari descrivono il ritornello come dotato di una funzione trasformativa: «Il ritornello ha [...] una funzione catalitica: non soltanto aumentare la velocità di scambi e reazioni in ciò che lo circonda, ma assicurare interazioni indirette fra elementi privi dell’affinità detta naturale e formare così delle masse organizzate».⁵ Detto altrimenti, la ripetizione dei suoni delle parole non si limita a enfatizzare il ritmo di una frase ordinaria fino a renderla priva di senso, ma può anche innescare nuove idee, prospettive e identità. In un ritornello incantevole, il senso diventa prima non-senso e poi un nuovo senso delle cose. Il ritornello, dicono Deleuze e Guattari, «ruota su se stess[o], si apre su se stess[o] per rivelare potenzialità fino ad allora inaudite, entrare in altre connessioni, portar alla deriva l’amore verso altri concatenamenti».⁶
In più passaggi di questo libro evidenzio la portata etica di un certo tipo di «sonorità». In particolare, gli ultimi due capitoli si concentrano sulla dimensione sonora del linguaggio, che rende possibili i giochi di parole, l’effetto ammaliante delle storie raccontate ad alta voce, il potere ipnotico dei canti.
Note
¹ Philip Fisher, Wonder, the Rainbow, and the Aesthetics of Rare Experiences, Harvard University Press 1998, p. 131. Fisher collega la meraviglia alla visualizzazione e alla spiegazione o alla «poetica del pensiero». Lo stato d’animo che chiamo «incanto» ha molto in comune con la meraviglia di Fisher, sebbene io lo metta in relazione prevalentemente con il suono e non con la vista. Fisher offre un’interessante analisi del ruolo della meraviglia nel motivare gli atti di comprensione: ciò che gli interessa di più è la «spinta verso l’intelligibilità» della meraviglia. Io invece sottolineo come lo stupore metta in luce la vitalità e l’agentività di un mondo che a volte concede alle umane e agli umani il dono della gioia, un dono che può essere tradotto in generosità etica. Nonostante le differenze, io e Fisher condividiamo l’interesse per la dimensione affettiva della vita etica e intellettuale.
² Citato in Lorraine Daston, Katharine Park, Le meraviglie del mondo. Mostri, prodigi e fatti strani dal Medioevo all’Illuminismo, Carocci editore 2000, p. 93.
³ Ivi, p. 15: «Cartesio definì la meraviglia la prima delle passioni, una sorpresa improvvisa dell’anima, per cui essa si volge a considerare con attenzione quegli oggetti che le sembrano rari ed eccezionali».
⁴ Ivi, p. 18.
⁵ Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi 2006, p. 507.
⁶ Ivi, p. 508.