Martedì 28 maggio 2024
Ascoltare. Tra musica, percezione e cognizione
Scritto da:
Massimiliano Viel
Pubblichiamo un estratto, scritto da Massimiliano Viel, di "Ascoltare. Tra musica, percezione e cognizione". Edito da ShaKe. Ringraziamo l'autore e l'editore per la disponibilità.
Dopo essere stata per secoli il retaggio pressoché esclusivo dei discorsi sulla Parola di Dio o, al più, un aspetto secondario di discorsi sull'estetica musicale, si può oggi dire che il tema dell’ascolto ha finalmente raggiunto il rispettabile status di tema di ricerca, anche se non ha ancora ricevuto l'onore di essere esplicitamente menzionato nel nome di una vera e propria disciplina accademica. E non c’è da stupirsi: oggi le ricerche sull’ascolto e sui temi ad esso connessi si pongono al crocevia di una miriade di discipline legate alla musicologia, alla (neuro-)fisiologia, ai cosiddetti cultural studies e all’intelligenza artificiale, e di conseguenza sono coinvolte in un'intensa attività di pubblicazione.
Le ragioni dell'emergente interesse verso i temi dell'ascolto vanno ricercate nella complessa articolazione di una molteplicità di fattori che sono legati alle singole discipline e sono coinvolti nell’innovazione tecnologica e nel progresso teorico. È poi evidente che vi sono anche aspetti della conoscenza, più legati alle sue attività di supporto, che hanno finito col favorire l’espansione di questo campo di indagine: si pensi, ad esempio, alle possibilità di ottenere fondi di ricerca o di rivolgersi a un mercato sempre in ascesa legato ai temi dell’assistenza vocale, delle nuove didattiche eccetera. Tuttavia, vi è anche un'altra possibile ragione di questo accresciuto interesse per l’ascolto, e cioè l’emergenza di una nuova sensibilità verso il sensoriale, tesa a superare l’approccio tradizionale e la sua predilezione verso la visione con le sue metafore sensomotorie.
Il filologo e fondatore della Teoria dei Media, Marshall MacLuhan parla di uno "spazio uditivo" (1960), cioè di una regione dell’esperienza che non è toccata dai concetti di confine e prospettiva, ma sembra essere piuttosto connessa alla polifonia, alla presenza articolata di una molteplicità di fonti in uno spazio sferico non direzionale, verso la quale ci poniamo in modo essenzialmente emotivo. Ecco allora che lo “spazio uditivo” sembra anticipare la “sfera di internet” e in particolar modo la sfera virtuale dei social network, per come viene costruita dalle tecnologie della telepresenza, in senso generale. E dunque, si potrebbe quasi dire che l'attuale interesse verso i temi dell’ascolto, risponda all’esigenza di individuare una cornice concettuale che sia in grado di rendere conto delle peculiarità di come costruiamo i significati e delle implicazioni che derivano dal controllo dei media, nell'era dell'ipertestualizzazione globale.
A tutto ciò, però, va aggiunto che l’impegno verso questo argomento ha anche una motivazione di carattere personale. Nello svolgere la professione di musicista, di compositore e insegnante di musica, mi è capitato spesso di essere coinvolto in discussioni su tecniche di composizione, ad esempio quelle legate al serialismo, che, essendo esplicitamente basate sulla manipolazione dei simboli grafici della notazione, vengono tacciate di non essere sufficientemente radicate negli aspetti sonori della musica, sia in rapporto all’ascolto che alla performance degli interpreti. Inoltre, quando si tratta di metodi didattici è facile imbattersi in apparati e schemi esplicativi, come quelli dell'idea stessa di armonia, della metafora sensomotoria della tensione tra accordi di dominante e tonica e altri, che spesso rivendicano un'esistenza oggettiva senza che sia stata avviata alcuna discussione sul loro statuto ontologico. Tutto ciò ha provocato l'urgenza di studiare l'esperienza dell’ascolto, alla ricerca di un punto stabile al quale poter ancorare sia discorsi e pratiche legate alla musica, sia le condizioni per poter condividerle.
Gli strumenti cognitivi e culturali che utilizziamo per affrontare l'ascolto, infatti, non possono non essere plasmati dai paradigmi emersi prima di tutto dalle pratiche linguistiche, che sono stati poste e sviluppate all’interno dell’accademia. E di conseguenza, i concetti e le parole che usiamo nei nostri discorsi sull'ascolto non sembrano essere quelli più adatti ad affrontare il mondo evanescente ed articolato dell'esperienza uditiva, tanto più se ci si vuole porre in una prospettiva svincolata da estetiche specifiche. È proprio questa inadeguatezza a far sì che i diversi discorsi sull'ascolto che si trovano in pubblicazioni o didattiche spesso appaiono al servizio di paradigmi e assunti, a cui non vogliamo finire con l’essere “abbonati” senza aver dato il nostro consenso. Tuttavia, se si vuole promuovere una comprensione delle pratiche sonore nel senso più generale, che includa anche la musica come la conosciamo, bisogna liberarsi di questi paradigmi o quanto meno occorre metterli in discussione. Solo così, si potrà essere nella condizione di poter studiare il ruolo delle pratiche sonore nel nostro contesto culturale e la loro connessione con musica, linguaggio parlato e quanto vi si trova a metà strada, ma anche di acquisire una prospettiva sulla cognizione in generale, che sia legata all’esperienza dell’ascolto in modo genuinamente originale.
Si può quindi riassumere il problema alla base di questo testo nelle seguenti domande:
- Come possiamo affrontare la varietà dei discorsi sull'ascolto ed eventualmente esporre i paradigmi nascosti al loro interno?
- Come è possibile proporre un discorso sull'ascolto, che possa rendere conto della diversità delle esperienze di ascolto, così da promuovere allo stesso tempo le diverse pratiche ad esse connesse?
Altri contenuti correlati
Articolo
Economia della condivisione e della collaborazione Intervista a Ivana Pais
Articolo
La ferita dell’accesso Sulla partecipazione giovanile con il premio GenP
Articolo
La pianta filosofale Intervista con Michael Marder
Bando
GenP Giovani che partecipano
Bando
Concorso di illustrazione GenP Spazio alla creatività dei giovani artisti under 35