Agosto è il mese perfetto per meditare, guardarsi fuori ma anche dentro.
Luce Irigaray
Per un essere umano è insopportabile la condizione della mera sopravvivenza.
Luigi Maria Epicoco
Il pilota e l’operatore osservano questa scena da un monitor. Indossano un’uniforme di tela color kaki, con uno stemma sulla spalla - una civetta, ali dispiegate su fondo rosso, con delle saette tra gli artigli. Stanno seduti uno accanto all’altro, su sedie in similpelle, con le cuffie incollate alle orecchie. Spie luminose ovunque. Eppure, non sono dentro un normale abitacolo.
Gregorie Chamayou
Un diario di viaggio, per un archivio-scultura in processione
Per chi ama le avventure, il suo avvenire e l’arte concettuale spinta, dall’11 al 22 agosto appena trascorso, ha potuto trovare il suo pane e il suo olio sul fuoco della passione in montagna e precisamente a Scareno (Fraz. di Aurano, sopra Verbania in Piemonte) a 96km da Milano, un minuscolo paesino – che sembra un giardino di paradiso silenzioso – un luogo innestato tra picchi, foreste e profondi respiri.
Questo lembo di terra, incastonato tra il cielo e le cime, è stato teatro di una residenza artistica, un programma educativo di arte concettuale e filosofia del paesaggio immaginato da g. olmo stuppia, Irene Tabanelli, Domenico Palmeri e reso possibile dalla collaborazione di Università prestigiose e tanta volontà. Un progetto che ha ripopolato temporaneamente un luogo selvaggio e quasi disabitato tra i più vasti d’Europa: la Val Grande.
Il programma di azione scultorea, tecnologica e filosofica intitolato Dalle Cime alle Isole ha attinto il materiale di lavoro dall’archivio dell’associazione Cassata Drone Expaded Archive – piattaforma sia siciliana che globale capace di generare dialettiche, mostre, laboratori e incandescenze a più latitudini – per sintetizzarlo, nel corso delle due settimane di studio e lavoro, in una Zattera scultura relazionale.
Con il patrocinio dell’Università IUAV, dell’Esad Grenoble, del Distretto dei Laghi, della Venice Art Factory, dei Comuni di Aurano e di Fanano, dell’azienda locale Borgo Pianello dell’Appenino bolognese e dell’Archivio dell’ANPI, un gruppo eterogeneo di studenti (selezionati con bando e borsa di studio per ISEE) si è ritrovato a vivere in comune nel casolare Ardesia - Case del Sole, in Via Casa Moriggia a Scareno.
Comprimendo ritmi, evitando distrazioni, riducendo al minimo consumi e ossigenando corpo e mente con incedere legato al respiro e alla forma delle pratiche dada e zen si è dato vita ad una comune scultorea e relazionale di largo respiro. Nella stupenda cornice dell’area montana di Verbania e Locarno, presso i sentieri e le rogge del torrente San Giovanni, l’Alpe Piaggia e Monte Zeda è stata costruita una zattera-scultura relazionale di 455cm ispirata all’opera La Zattera della Medusa di J.T Géricault, un olio su tela che denunciava la corruzione e l’incompetenza della classe dirigente del 1818. Un’opera ardita, allora come oggi.
Una pratica di lavoro ma anche di lavorio esistenziale intenso e resistente, che insiste sul Che fare? di sapore leniniano. Un progetto che incede su un corpo comune di braccia ed intime mani (Severino, 2010) attorno ad un archivio in processione ligneo e sonoro insieme. Un archivio in continua accumulazione, che trasforma in scultura viva ogni suo partecipante. Una processione laica dai margini del bosco e dei picchi per onorare le vette, i fantasmi, le storie partigiane e i tetti in ardesia e il fluire vitale delle rogge. Obiettivo: edificare un senso comune, rieducare lo sguardo, filare una tessitura artistica che riporti il con-fabulare al centro dell’apparato di arte concettuale più puro; creare occasioni di crescita professionale mescolando mentor internazionali a giovanissimi studenti delle Accademie, spesso alla loro prima residenza artistica e alla loro prima convivialità filosofica comune. Dalle Cime Alle Isole è un laboratorio in continua elaborazione, un simposio permanente di estetica, filosofia, storia delle icone e della tecnologia contemporanee e si innesta nel mistero che irradia la storia, per una reale innovazione. È trasformare una casa privata in comune. Un laboratorio-residenza intensiva immaginato e generato per sconfiggere la smemorattezza, lo sporco, la tendenza al sudicio esistenziale e la nebbia mentale che le forze consumiste del neobarocco (Omar Calabrese, 1999) provano a imporre. Un progetto umile e ambizioso, arrogante e rifrangente, accogliente e al contempo duro, nelle sue continue e faticose ascensioni tra felci, faggi, betulle sino ai picchi di Monte Zeda con declivi a strapiombo; una zattera-edificio concettuale, una zattera per amarsi, per navigare la luce accecante di led e sensori, per ricostruire una placenta di tenebra carnale.
Intrecci
Proprio ascendendo dalle città e risalendo tra le cromie verdi, costruire una zattera-scultura lignea capace di invertire le rotte iperegoiche dell’arte modaiola, contro un’arte spacciata per “contemporanea” che altro non è che ossessione per il sé rattrappito. Una zattera lignea che scala letteralmente i picchi, dal colore sabbia e betulla, che ascende facendo contrasto con i mille verdi dell’immenso bosco della Val Grande. Un attacco pervicace all’estetica dell’ego, tipica degli imperialismi e bizantinismi di tutte le epoche. Un invito aperto, che ha rivelato la sorgiva necessità di lavorare duro, di bagnarsi nel torrente San Giovanni, di riascoltare il sentire delle Valli, di ricollegarsi all’anello del Monte Zeda, ove si sussurra fosse ancorata l’Arca di Noè.
Il progetto è portato a studiare intensivamente il paesaggio come architettura e corpo vivo, come estensione della mano e come annullamento temporaneo dell’individuo instagrammer e tik tokizzato, per farsi corpo comune e inspirazione alla deriva. Sulla zattera anche un suono ronzante, possente: i terrificanti suoni dei droni killer progettati anche da Leonardo Spa a Varese e venduti a molti eserciti assassini; il drone simbolo della codardia dei bianchi e dei dominanti che si scagliano su chi ha pochi mezzi, per espellere la vita dei poveri dai luoghi, dai confini, dalle preghiere. Simbolo dello sguardo rarefatto dell’alto verso il basso.
Lavoro e lavorio, per creare il domani in una immersione di ossigeno, in una stazione orbitante per sperimentazioni archivistico-concettuali chiamata Case del Sole, appartenuta a poetesse e amici e che si dipana e apre, gratuitamente, attivando archivi inerti di libri e sguardi. Affacciata sul bosco con un pronao a tre arcate costruite in sobria pietra di sacra Ardesia, si trasforma quindi in una vista curativa. Che nutre. Mi confessa g. olmo stuppia: “non avrei mai immaginato che tanti giovani volessero fare gli eremiti con me, è bellissimo, mi hanno distrutto ma è giusto”.
In visita da università di tutto il mondo, anche i professori Nicola Capone e Ferdinando Trapani hanno scelto di lavorare con impegno, superando la posizione autoritaria della cattedra, affiancati da mentor presenti quali Paolo Bufalini, Federico Grilli, Giulia Valenti, Gloria Bernardi, Greta Mullaj e Giorgia Antonioli.
La foresta
Le foreste della Val grande (come pure del bellunese e della Carnia o Slovenia) sono sempre state viste dalle città di Venezia, Torino o Milano come "stock" usabile e solo oggi, che le soprintendenze per fortuna tentano di arginare la follia neobarocca del capitale globale, la fame di foresta è temporaneamente placata. Per secoli, però, specie Venezia ha reso servi gli abitanti delle foreste, imponendo enormi sforzi per la vendita e trasporto del legname, per dare a pochi l’eclettismo dei palazzi e l’oscura trama del Canal Grande. La Zattera della Medusa inverte questa storia, lenisce i traumi coloniali, reinventa formule di stare, si sussume alla foresta. Una foresta abitata, un tempo teatro di terrazzamenti, oggi ospita sentieri e castagneti abbandonati, così come antichi canti apparentemente estinti e fontanili di un lusso sobrio.
Fino agli anni ’60 le persone vivevano di poco: poi hanno costruito, metaforicamente, Venezia e Milano. Attratte da una vita migliore, hanno reciso i rituali e le stagioni. Ammaliate dal fascino della merce e dall’energia perversa dei luoghi commerciali, hanno ceduto alla pervasione della vita modaiola e moderna. Sono le stesse persone che oggi, depresse, trasformano cani e amici in psicologi perpetui. La stessa gente che finge di non vedere e va avanti, in loop, macchinificandosi. La stessa gente ignora che soltanto navigando con forza, creando derive, la vita si fa invece realmente turgida, pregna, sexy.
Il progetto ha voluto calcare la mano sull’“estetica dell’esistenza” e sull'arte comportamentale ispirandosi liberamente a dOCUMENTA (13), curata da Carolyn Christov-Bakargiev, e ha temporaneamente realizzato un'utopia: una scultura lignea di 455cm liberamente ispirata a Gericault, lavorando dalle sei di mattina alle dieci di sera, affiancando gli studenti con mentor di rilievo quali Monica Centanni (Engramma, IUAV), Francesca Castellani (IUAV) Nicola Capone (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici), Fosbury Architecture, Giacomo Abruzzese, Joe Cochran II, Irene Tabanelli, Razvan, Gian Maria Tosatti e molti altri e molte altre, qualitativamente orchestrati e sinfonicamente resi armoniosi da da g. olmo stuppia.
La Zattera, strumento anche catalizzatore di sguardi, co-progettata assieme alle architette Giorgia Antonioli, Greta Mulllaj e dal prof. di Design Polito Nicolò di Prima, ha visto oltre 46 mentor susseguirsi online, 21 studenti lavorare dalle 6 di mattina alle 23 tra cammini e un programma di date per le processioni internazionali che toccherà Milano, Napoli, Grenoble, Parigi. Soprattutto ascolto delle storie laterali (partigiani, abitanti del luogo e altri) e uso sia di competenze manuali come di sperimentazioni con droni, intelligenza artificiale debole, disegni a mano, danza, yoga per creare suoni, riusare materiali e umanizzare le tecnologie usate nei conflitti, da Gaza all'Ucraina, dal Niger al Sudan, dalla mancata redistribuzione delle ricchezze iscritta nella Costituzione fino alla Scultura relazionale e comunitaria. Generando continue collisioni, ipotesi surreali e politiche contro diktat iperproduttivisti che desiderano i giovani silenti e autoestrattivi. Creando anche con AI e disegnando a mano insieme una scultura lignea in betulla, bambù, faggio, pino che rimanda alla Gondola veneziana, al triangolo del monumentale quadro ad olio di Gericault custodito al Museo Louvre. Una scultura lignea e sonora affinché il futuro ritorni e il naufragio e la speranza si riverberino, nel continuo gioco della formazione radicale che è dovere di ogni intellettuale, artista e cittadino.
L'opera Zattera della Medusa è perno di un'operazione disseminativa e germinativa; un segnale di speranza che ha abbracciato Venezia, invaso gentilmente campo Santo Stefano dopo aver camminato da Campo Santa Margherita, inchinandosi dinanzi al gigante Nicolò Tommaseo assieme e con Spazio Sparc grazie ai curatori Luca Berta e Francesca Giubilei. Il progetto ha navigato in Laguna con Venice Lab creando una "controcartolina italiana" oltre all'overtourism, ricollegandosi al nodo gordiano che inietta situazionismo – trasformando architettura e amore per gli spazi marginali – nel braccio del corpo artistico morente, generando un sogno denso di naufragi e speranze, una scultura lignea vispa e potente generata dal vivere spartanamente insieme.
Come già in Golden Scar in The Darkness allo Stivo nel 2024 grazie alla Provincia di Trento e Inhabitat di Verona, in cui un filo spinato della Grande Guerra per g. olmo stuppia, diventa aurea scultura di pace, l'impegno dell'arte concettuale per la bellezza dello stare insieme e della giustizia deve farsi sentire. È sexy.
Come appollaiarsi tra proprietà esclusiva dei beni e pratiche di consumo. Svettare da grillo parlante, da blatta kafkiana per sovvertire con gentilezza e trauma la vita di quelli che si anestetizzano tra tossicomania, scrolling e brain rot. Appollaiarsi con la vita dei cittadini e più che mai premere, riattivare neuroni latenti, ghiacciati da schermificazione, gamifications, ritiro dalla sfera del corpo. Una Zattera della Medusa per connettere la Sicilia ai picchi, agli Appennini, alle valli. Una zattera che sovverte con gentilezza il paesaggio statico e rimette la foresta al centro, il fluire dei suoni, dei torrenti e della Laguna, come fuoco che fa brillare tutto.
Il suono, creato ad hoc dagli studenti istruiti dall'artista siciliano Domenico Palmeri, innestato sulla Zattera, prodotta anche con la sapienza scultorea di Irene Tabanelli, assurge a riverbero di un segnale di pura speranza. Obiettivo esplorare e rendere viva l'utopia dell'homo Faber, tra tecnica antica, tradizione e "canto tecnologico". Tra i vestiti cuciti dall’artista Amande Pierre e da Anya Posdikova, tinti con la curcuma, si segue il percorso del legno che, con molte fatiche, ha dato origine a Venezia. Un fluire che diventa processione laica e poetica, omaggio a Nicolò Tommaseo e Werner Herzog — tra la pellicola unica di Fitzcarraldo e la pittura a olio monumentale della Zattera della Medusa. Infine, la Zattera, nel modello ridotto di 140cm, è stata sacrificata (posizionata all’Arsenale nord, su due podi di cemento armato abbandonati che svettano dall’acqua) in un rituale ecologico di purificazione il 22 agosto 2025. R Platform, organizzazione non profit con sede ai Tre Archi e a Milano che sostiene il progetto, assorbe quindi nuove energie, diventa catalizzatore di ardenti scintille. Inevitabile lo sfondo del film In girum nocte et consumimur igni di Guy Debord che l'accompagna come un fedele compagno, tutta la produzione di Cassata Drone Exapanded Archive, dalla Sicilia alle foreste, dai fiumi alle megalopoli. In ogni luogo e attraversamento, la Scultura di Cassata Drone Expanded Archive, si arricchisce di suoni, inglobando canti e narrazioni locali, e mescolandole ai suoni della Val Grande e di Venezia, come lucciole nelle tenebre. Come continui, turgidi intrecci tra filosofia del sapere, amore per il fare artistico e per la Costituzione.
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