Martedì 11 novembre 2025
SITU Festival: abitare i margini
 
Il site-specific come metodo e relazione

In un tempo in cui i luoghi sembrano dissolversi in mappe digitali e non-luoghi, tornare a situarsi diventa una postura politica e poetica. Come scrive Miwon Kwon, «To be “specific” to a site is to be engaged in a dynamic definition of site, one constituted through social, political and institutional processes».¹

Le riflessioni di Miwon Kwon sulle pratiche artistiche localizzate aprono uno spazio fertile per comprendere la traiettoria errante di SITU Festival, un progetto che ha scelto di abitare i margini, intesi non come spazi da colmare, ma come centri possibili da cui ripensare il fare arte e il fare comunità.

In One Place After Another, Kwon decostruisce il concetto di site-specific, smarcandolo dall’idea romantica del luogo come sfondo o semplice contesto. Il sito è piuttosto un campo di forze, un costrutto relazionale, dove l’opera è situata e situante: negozia poteri, tempi, desideri e storie. Operare in situ, in questa prospettiva, significa ascoltare le ecologie materiali e umane del territorio, riconoscerne le tensioni, e agire artisticamente come gesto di cura, coabitazione, restituzione.


È con questa attitudine che SITU Festival, fondato nel 2020 da Nicola Tineo e promosso dall’associazione Zona Blu A.P.S. composta anche da Viola Lo Monaco e Francesca De Chiara, si muove da sei edizioni sul territorio siciliano. Un festival nomade che, invece di radicarsi in un solo luogo, sceglie di intessere una rete tra borghi dell’entroterra marginali. Così come fa un ragno con la propria ragnatela, SITU Festival tesse fili invisibili tra diverse comunità, connessioni che attendono di diventare strutture stabili. È una scelta poetica, ma anche politica: restare in movimento permette di disegnare nuove mappe culturali, attraversando paesaggi spesso esclusi dalla narrazione mainstream del contemporaneo.

E così, edizione dopo edizione, SITU risponde agli inviti delle comunità che lo accolgono: Militello Val di Catania, Acate, Chiaramonte Gulfi, Modica e ora Ficarra.

Il sito è piuttosto un campo di forze, un costrutto relazionale, dove l’opera
è situata e situante: negozia poteri, tempi, desideri e storie

Nel cuore dei Nebrodi, tra Palermo e Catania, il borgo di Ficarra ha accolto la sesta edizione del progetto (18‑31 agosto 2025), trasformandosi in un laboratorio di sperimentazione e riflessione sul rapporto tra arte, luogo e comunità. Qui, la pietra scolpita dagli scalpellini locali, i segni delle famiglie Lancia e Piccolo di Calanovella, la Badia Benedettina, il Convento dei Cento Archi, la Fortezza Carceraria e Palazzo Milio diventano non solo paesaggio o scenario, ma materia viva attraverso cui il festival ha riletto la pratica del site‑specific come strumento di riattivazione territoriale.

L’itineranza: problema o potenzialità?

Tra i temi che continuano a emergere, edizione dopo edizione, nel public program di SITU Festival, l’itineranza rappresenta una delle questioni più discusse e identitarie. Il fatto di non mettere radici può essere interpretato come un limite, come una potenziale fragilità del progetto; tuttavia, questa scelta apre anche una riflessione più ampia e attuale sul modo in cui oggi si ridefiniscono i sistemi culturali nei territori periferici e marginali, lontani dai centri urbani tradizionalmente riconosciuti come luoghi di produzione e attrazione.

Ci si può allora chiedere: è davvero necessario radicarsi in un luogo per generare trasformazione? O può essere, al contrario, l’attraversamento stesso, se condotto con attenzione, ascolto e responsabilità, a produrre un impatto duraturo e significativo?

L’itineranza di SITU Festival si configura non soltanto come un movimento spaziale, ma come un processo di tessitura territoriale, una rete che connette realtà distanti accomunate da esperienze di spopolamento, fragilità infrastrutturale e silenzi culturali, ma anche da un patrimonio di memorie e potenzialità ancora da attivare.


Spesso criticata come mancanza di radicamento, questa condizione nomade solleva in realtà una domanda cruciale: la capacità di generare trasformazione e aggregazione appartiene solo a chi si stabilizza in un luogo, o può emergere anche da un movimento continuo, capace di far dialogare spazi e comunità diverse, innescando nuove forme di prossimità e di relazione?

Se pensiamo alla pratica di SITU come a una pratica rizomatica, costruita dal basso e radicata nel sottosuolo, la centralità non risiede più nel concetto di radicamento statico, ma nella capacità di generare diramazioni sotterranee, di produrre nuovi nodi di incontro e di attivare processi di sviluppo in continuo movimento. In questa prospettiva, la metafora della ragnatela restituisce efficacemente il senso del progetto: non è necessario occupare un solo punto per lasciare tracce, ma è sufficiente tessere legami, fili e relazioni che rendono ogni borgo un nodo, ogni incontro una memoria viva e persistente.


Come racconta il fondatore, l’itineranza nasce anche da una risposta diretta delle comunità, da inviti spontanei, da giovani che desiderano rileggere e reinterpretare la propria casa, da borghi che vogliono diventare coprotagonisti di un processo culturale condiviso. In questo senso, SITU si configura come una pratica di dialogo sociale e territoriale, che coinvolge artigiani, amministrazioni locali, aziende agricole e abitanti, in una convivenza che richiede ascolto, cura e responsabilità reciproca.

Possiamo quindi affermare che il radicamento di SITU non è assente, ma diffuso e decentralizzato: una forma di presenza che si rinnova di volta in volta nei diversi contesti attraversati, da nord a sud, da est a ovest della Sicilia, mantenendo una forte connessione con ciascun territorio. La potenza del progetto risiede proprio in questa capacità di coniugare decentralizzazione e contestualizzazione, costruendo un modello culturale mobile, ma profondamente situato.


Parlare dai margini: la forza di un centro alternativo

Il programma delle talk, raccolti sotto il titolo “Ripartire dai margini”, ha costituito il nucleo teorico del festival. Ma cosa significa oggi margine? L’espressione non è stata intesa come dichiarazione di marginalità, bensì come domanda aperta, una lente attraverso cui rileggere il sistema dell’arte contemporanea e le sue gerarchie. Margine per chi? È il mercato a definire la centralità, o piuttosto la capacità di generare nuove reti, nuove forme di conoscenza, nuove ecologie del fare?

Questa domanda è diventata il punto di partenza di un confronto ampio e partecipato che ha attraversato tutto il public program, concentrandosi sul tema per interrogare non solo la nozione di margine in senso geografico, ma anche come categoria critica ed epistemologica.

In un territorio come quello siciliano, segnato da forti asimmetrie tra centro e periferia, tra città costiere e borghi interni, tra reti istituzionali consolidate e pratiche autonome, la domanda “margine per chi?” ha aperto un campo fertile di riflessione. Il margine è emerso non come condizione di mancanza, ma come spazio di possibilità, luogo di disallineamento rispetto al sistema dell’arte mainstream e, al tempo stesso, di libertà, sperimentazione e auto-definizione.

L’itineranza di SITU Festival si configura come un processo di tessitura territoriale, una rete che connette realtà distanti accomunate da esperienze di spopolamento, fragilità infrastrutturale e silenzi culturali

Le conversazioni con gli ospiti (Fondazione Oelle, Fondazione Brodbeck, il duo Aterraterra, l’artista Diego Miguel Mirabella, lo Studio La Siringe, il curatore Mario Bronzino, Daniela Bigi, Fondazione Studio Rizoma, Gianluca Collica e Mauro Cappotto) hanno messo in luce la necessità di ripensare modelli di curatela, sostenibilità e trasmissione che siano in grado di radicarsi nel tempo e nel territorio: committenze sensibili, collezionismi diffusi, alleanze non estrattive tra artistə, istituzioni e cittadinanza.

Non si è trattato di trovare risposte immediate, ma di formulare domande nuove: come costruire un’ecologia culturale che non si esaurisca nell’evento? Come sostenere una pratica artistica che non occupa, ma abita i luoghi? E, soprattutto, come dare continuità a questi processi senza cadere nella retorica della rigenerazione, ma mettendo davvero in discussione le gerarchie di valore che attraversano l’arte, i territori e le persone?

In questo senso, Ficarra, luogo dell’ultima edizione, ha funzionato non solo come caso studio, ma come possibile archetipo di una Sicilia policentrica e relazionale, in cui i margini smettono di essere periferie da colmare e si affermano come nodi critici e generativi da cui ripensare il sistema culturale nel suo insieme.

 

Ficarra: un laboratorio permanente

Nell’itinerario errante di SITU Festival, la tappa di Ficarra non è stata un punto qualunque del percorso, ma un incontro con un contesto già portatore di esperienze artistiche e culturali stratificate. A partire dagli anni Ottanta, infatti, il borgo ha visto transitare figure centrali dell’arte contemporanea come Massimo Bartolini, Urs Lüthi, Lois Weinberger, Mark Kremer, Atlas Projectos, costruendo nel tempo una memoria condivisa di ospitalità e sperimentazione.

In questo scenario, la collaborazione con La Stanza della Seta, progetto di residenza artistica attivo dagli anni Ottanta e riattivato negli ultimi anni grazie a Mauro Cappotto, ha rappresentato un punto di convergenza naturale. Se SITU nasce come festival nomade volto ad attivare territori marginalizzati attraverso pratiche site-specific, La Stanza della Seta è tra i primi esempi siciliani di un dispositivo di ospitalità artistica fondato sulla relazione profonda con il contesto.

Entrambi i percorsi condividono una visione non decorativa dell’arte contemporanea, intesa non come strumento di promozione territoriale, ma come forma di conoscenza, intervento e trasformazione.

Ficarra ha funzionato come possibile archetipo di una Sicilia policentrica
e relazionale, in cui i margini smettono di essere periferie da colmare
e si affermano come nodi critici e generativi

Gli artisti in residenza hanno interpretato questa visione con opere che dialogano con i materiali, le storie e le persone del borgo: Margot Kalach, con Olio Lampante, trasforma barili d’olio in camere stenopeiche, restituendo al Museo dell’Olio un ritratto sensoriale e autobiografico della Città dell’Olio; Rosa Frazzica e Gregorio Vignola, in Stone Knows, hanno realizzato una scultura-processo nel cortile di Palazzo Busacca, intrecciando pietra, ferro e acqua in un altare laico dedicato al lavoro manuale e alla spiritualità quotidiana; Alessia Talò, con Punti morbidi e strade di pietra, reinterpreta la pratica dell’uncinetto come gesto partecipativo, trasformando le vetrine dell’ex pescheria in un archivio relazionale; Rossana La Verde, in Ho provato a dare peso al dolore che mi hai donato, compie una performance di memoria e cura nella Fortezza Carceraria, caricando il proprio corpo di noccioli d’oliva come peso simbolico e genealogico; Camila Curiel, con Forse c’è Dio, forse ci sono io, costruisce un itinerario percettivo tra realtà e illusione, usando un velo green-screen come soglia tra spazio pubblico e immaginario; Silvia Muscolino, con Goodbye, convoca presenze femminili del passato in un convivio impossibile, intrecciando memoria domestica e rito collettivo; infine, Nicola Tineo, con 98062, rende omaggio a Lucio Piccolo, evocando con piume e catene la tensione tra leggerezza e radicamento, poesia e prigionia.


Queste esperienze mettono in luce alcune costanti: il materiale (locale e povero) come vettore di memoria, la relazione con gli abitanti come condizione di verità, la predilezione per formati ibridi (installazione, gesto performativo, documentazione) che si sottraggono alla logica commerciale dell’oggetto. Tutto questo rende SITU meno “festival-vetrina” e più progetto di infrastrutturazione culturale. Qui le opere non decorano Ficarra, la abitano, la interrogano, la ascoltano. Il site-specific diventa così pratica di conoscenza e di restituzione, dove l’artista è insieme ospite e interprete, e il territorio si trasforma in medium; non una tecnica, ma un’etica: un modo di abitare i luoghi, ascoltarne le storie, riattivarne la memoria.

In questa prospettiva si inserisce anche l’esperienza di Contemporary Divan, sempre a Ficarra e voluto da Cappotto: una piattaforma di dialogo tra artisti, curatori, studiosi e abitanti, che come SITU ha posto al centro il paesaggio materiale e immateriale del borgo come fonte di senso.

La convergenza tra il nomadismo di SITU e la genealogia locale della collezione de La Stanza della Seta ha dato vita a un laboratorio comune in cui si sono sovrapposte esperienze, visioni e reti. Da un lato, SITU ha trovato a Ficarra un luogo non “da attivare”, ma già vivo, portatore di pratiche affini; dall’altro, la sua presenza ha rilanciato e amplificato la vocazione relazionale e policentrica dell’arte contemporanea nel borgo.


SITU ha lavorato tra le vie, i cortili, le vetrine e gli spazi del Museo Diffuso, collaborando con realtà locali come Lenzo Winery e con il tessuto sociale e produttivo del paese.

Il festival non ha inventato luoghi, ma li ha riattivati dando nuova voce a spazi esistenti, trasformando il quotidiano in scena e il margine in un centro alternativo di senso. In questo modo Ficarra diventa il punto in cui il percorso itinerante di SITU si radica senza immobilizzarsi, un esempio di ecologia culturale interterritoriale, capace di connettere passato e presente, locale e globale, arte e vita. A Ficarra, il processo non è stato di rigenerazione, ma di riattivazione di legami tra materiali e memorie, tra artisti e comunità, tra pubblico e privato.


In un borgo che parla con le sue pietre e le sue memorie, SITU non ha piantato bandiere, ma fili. Ogni opera, ogni parola scambiata, ogni gesto artistico è stato un punto di cucitura tra passato e presente, tra arte e vita, tra ciò che è invisibile e ciò che può ancora accadere.

La sfida che emerge da Ficarra è quella di pensare il site-specific non come eccezione, ma come metodo: un modo di produrre cultura a partire dai luoghi, dalle storie e dalle persone che li abitano. In questo senso, il margine non è il contrario del centro, ma lo spazio in cui il centro può essere ripensato, dove la cultura non si consuma ma si costruisce, nel tempo e nella relazione.

Qui, il festival inteso come momento conclusivo di un percorso di residenza non segna una fine, ma apre una soglia, un tempo espanso in cui il dialogo continua, le opere restano, e le comunità si riappropriano del loro racconto.

In Sicilia, il margine non è un limite, ma un punto di partenza: il luogo da cui ripensare la cultura come pratica condivisa e trasformativa. SITU Festival è il suo laboratorio in movimento, un dispositivo che unisce, ascolta e restituisce senso ai territori che attraversa.



Note


¹ Miwon Kwon, One Place After Another: Site-Specific Art and Locational Identity, The MIT Press, Cambridge (MA) – London, 2002

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