Questo articolo fa parte del terzo numero de laRivista, la pubblicazione monografica di cheFare, dedicato alla rigenerazione urbana. Un fenomeno che assume significati diversi a seconda degli attori coinvolti e che si confronta con la crisi dell’abitare, l’overtourism, la gentrificazione, la finanziarizzazione urbana e l’aumento delle disuguaglianze. Un processo che può essere compreso solo a partire dal diritto alla città. Puoi leggere qui gli altri articoli del numero monografico.
Oggi è più semplice capire cosa si intende con la parola “rigenerazione” nelle città che nell’Italia rurale o più in generale nei territori extraurbani. Forse anche perché quando parliamo di “rigenerazione” parliamo di futuro, e questi sono luoghi che nel discorso pubblico sembrano non averne. Eppure, da un certo punto di vista è un paradosso, perché la parola rigenerazione ha una origine biologica e un immediato richiamo al mondo vegetale, che nelle aree interne più che altrove, è un elemento costitutivo del paesaggio e della vita delle persone.
Di fatto oggi siamo in un Paese che per la prima volta dalla sua storia almeno unitaria, si trova a confrontarsi con una realtà inedita. Dopo un secolo e mezzo di migrazioni, una larga parte del territorio nazionale è ormai strutturalmente a bassa densità di popolazione, a bassa densità di servizi, a bassa densità di mercato. E per contro, esiste tutta una parte del paese che invece è congestionata, nella quale la pressione antropica sull’ambiente ne compromette la vivibilità attuale e si configura come una minaccia per il futuro della “sostenibilità” welfare. In questo quadro, le aree interne sono ai margini del sistema urbano del Paese ma ne sono allo stesso tempo complemento e parte fondamentale. E per certi aspetti, capaci di anticiparne le dinamiche.
Questo squilibrio demografico è un fenomeno relativamente recente, e se da un lato non sembriamo culturalmente preparati per comprendere quello che sta avvenendo, dall’altro non abbiamo gli strumenti per intervenire. Eppure ci sono luoghi che convivono con questa situazione da sempre. Basti pensare ai paesi del nord Europa, che hanno saputo mettere a punto sistemi di welfare “sostenibile” in luoghi dove le persone abitano a 40 km l’una dall’altra, ad innestare su questo sistema di servizi una economia florida, e ad evitare contemporaneamente che l’accesso a questi servizi diventasse solo una questione di censo, come succede nelle aree densamente popolate del nostro paese.
A leggere i documenti programmatici e i bandi pubblici, la missione della rigenerazione nelle aree interne sembrerebbe esser quella di trasformare degli spazi che si immaginano “vuoti”, in veri luoghi, attraverso un complesso intreccio di fattori che favoriscano la territorializzazione, il radicamento e la diffusione del senso di appartenenza delle persone, che chiamiamo “homemaking”.
Non si tiene però sufficientemente conto del fatto che gli spazi da rigenerare nelle aree interne non sono singoli edifici dismessi, il palazzo baronale, la grande fabbrica, come più spesso avviene nelle aree “dense” del paese. In questo caso l’operazione dovrebbe esser quella di dare un nuovo valore d’uso ad interi insediamenti antropici che, con la crisi della civiltà contadina, hanno smarrito in toto, o quasi, la ragione d’esistere. Non parliamo solo di borghi ammuragliati, ma di paesi, intesi come ambiti bioculturali, quell’insieme organico, quella catena di eventi naturali ed architettonici dove il confine tra natura e storia è indistinguibile.
Per dare concretezza fisica a questo processo di “homemaking”, è necessario che la rigenerazione esca dalle mura degli edifici, attraverso interventi diffusi di recupero di manufatti e usi, naturalmente a zero consumo di suolo. Luoghi che vanno riempiti prima di significati che di cose, che vanno posizionati scendendo lungo le strade per arrivare ad includere campi, boschi, acque.
Basti pensare ai paesi del nord Europa, che hanno saputo mettere a punto sistemi di welfare “sostenibile” in luoghi dove le persone abitano a 40 km l’una dall’altra, ad innestare su questo sistema di servizi una economia florida
Per altro, nell’Italia di mezzo e nelle aree interne, l’attraversamento costruisce gli spazi, è uno spazio di per sé. In particolare, oggi le aree interne sono al contempo spazi sedentari e nomadi. Le persone che le abitano sono persone che viaggiano, e questo continuo spostarsi fa sì che per immaginare un qualsiasi progetto di rigenerazione bisogni costruire, immaginare delle strutture fisiche e delle immateriali in grado di collocarsi nelle intersezioni tra i percorsi che le attraversano in continuazione, che raramente sono nel Castello.
Nelle aree interne, se potessimo facilmente dipanare l’intreccio di fattori che possono contribuire all’”homemaking” troveremmo tra i primi quello dell’accessibilità di questi spazi, una accessibilità innanzi tutto economica. L’intervento trasformativo deve avere l’obiettivo di contribuire ad abbassare i costi di vita di queste aree strutturando nuovi servizi pubblici, per non rischiare di favorire quegli stessi meccanismi che si vogliono combattere, e produrre la distorsione di espellere gli abitanti originari e azzerare il tessuto produttivo locale. Tutto quello che al contrario produce la rigenerazione nelle città, quell’aumento di prezzi e di allontanamento degli abitanti che chiamiamo gentrificazione, dove la priorità è quella di dare agli spazi vuoti (o “svuotati” per l’occasione) un valore commerciale, unico valore d’uso che si ritiene funzionale al mercato. Un approccio che si cerca di trasferire anche nelle aree interne, che è destinato al fallimento, proprio per la debolezza del mercato in queste zone.
Ma se la rigenerazione ha l’obiettivo di migliorare la abitabilità dei luoghi in senso inclusivo, e non solo di attrarre e attivare capitali privati, deve costruirsi consapevolmente come strumento di produzione di nuovi beni ad uso civico, promiscuo e collettivo, pubblici e no, che si configurino come spazi di socialità e condivisione, indistintamente nelle città come nelle campagne. Ma non dimentichiamoci che uno degli specifici problemi delle aree a bassa densità di popolazione, di cui parlo in questo articolo, è l'assenza o la debolezza degli spazi pubblici e della produzione culturale che inevitabilmente legata alla socialità.
Il tema della rigenerazione viene spesso affiancato a quello della cultura. E in effetti se non esiste cultura, ossia capacità di immaginare il futuro, senza socialità, come si è detto, è vero anche il contrario, cioè che non esiste socialità senza produzione culturale. Nelle aree interne, dove è necessario ripensare e riorganizzare un sistema di protezione sociale legato ad una situazione demografica nuova, gli spazi rigenerativi, per rimanere tali, devono affiancare ai temi dei diritti culturali dei cittadini a quelli tradizionale del welfare, alla salute, all’istruzione e alla libera circolazione degli individui. Devono diventare i luoghi di un nuovo welfare che non può essere più solamente di tipo compensativo, ma deve essere in grado di anticipare i bisogni del futuro, nei quali questi servizi vengono continuamente rielaborati in base alle istanze dei cittadini. Un welfare dei sogni, oltre quello dei bisogni.
Se la rigenezione ha l’obiettivo di migliorare la abitabilità dei luoghi in senso inclusivo, deve costruirsi consapevolmente come strumento di produzione di nuovi beni ad uso civico, promiscuo e collettivo
I luoghi “rigenerati” devono trasformarsi in veri e propri centri civici, luoghi dell’agibilità democratica, dove i cittadini possono esercitare i diritti democratici e vedere riconosciuta la loro “agency”, con l’obiettivo di contribuire attraverso le loro pratiche quotidiane di sopravvivenza ad ampliare lo spettro dei servizi di cittadinanza.
Devono, infine divenire centri di produzione delle competenze per descrivere e governare la trasformazione in corso e auspicata, per leggere e scrivere il territorio, e per diffondere queste conoscenze. In tutto il mondo le aree interne si stanno trasformando in luoghi di natura autodeterminata, dove a causa dell’effetto congiunto della rarefazione umana e del cambiamento climatico, il lupo e l'orso girano in mezzo alle abitazioni, le colture e le economie storiche sono travolte, e le piogge o la siccità determinano la sopravvivenza di intere comunità. Si tratta quindi di costruire luoghi in grado di attrarre persone, non solo turisti in vacanza, per produrre ed erogare conoscenza e formazione legata ad un lavoro nuovo, innervato in qualche maniera dalla centralità crescente che assumono le condizioni ambientali nel definire la geografia umana del nostro Paese e del pianeta.
In questo senso immaginare la rigenerazione, per tornare alla sua accezione originaria e vegetale, è come lavorare su un organismo vivente in evoluzione: non si tratta di intervenire solo sul ramo secco, ma di fornire al sistema, l’intera pianta, questo spazio che nelle aree interne abbiamo definito bioculturale, la capacità di autoguarirsi e adattarsi, garantendo che l'ossigeno vitale raggiunga ogni parte del corpo, specialmente i margini, per evitare che la forza si concentri solo nel centro.
Ma questa è ancora “rigenerazione”, o sto parlando di altro? È certo che la parola "rigenerazione" oggi offre una soluzione solo di tipo architettonico e socio-tecnico, invece di affrontare un problema che è sostanzialmente politico, di scelte. Ma bisogna esser consapevoli che parleremo ancora a lungo di rigenerazione nelle aree interne, anche perché i bandi pubblici sono così pieni di questa parola che sostanzialmente qualsiasi progetto trasformativo nei prossimi anni avrà come etichetta quella della rigenerazione.
Sarà a questo punto cruciale precisare, capire e dare corpo al concetto nella fase attuativa che si sta aprendo. Sarà necessario risignificarla dopo la sua fase progettuale e liberarla dalla scommessa finanziaria e speculativa contenuta implicitamente nei progetti di rigenerazione urbani, per tornare a produrre economia reale e lavoro all'interno di questi stessi processi.
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