Viaggio nella provincia di Brescia, in uno dei sistemi zootecnici più intensivi d’Europa. La filiera (multispecie) della carne è sostenuta da infrastrutture, reti idriche e logistiche che strutturano un paesaggio complesso, attorno alla produzione animale.
I territori della carne sono i luoghi dove ogni vivente, umano e non-umano, è sistematicamente messo al lavoro. Attraversano la Pianura Padana senza dichiararsi, si dispongono tra campi coltivati, capannoni agricoli e strade secondarie, senza mai apparire come sistemi unitari. Sono i paesaggi della zootecnia intensiva, paesaggi della massimizzazione e dell’automazione, come quelli analizzati da Víctor Muñoz Sanz (TU Delft). Nascosti in piena vista, non risultano solo come suoli e supporti fisici, ma come sistemi complessi di relazioni, infrastrutture e processi produttivi.
In essi si consuma un’estrazione che non riguarda solo le componenti ecologiche, ma anche i corpi viventi. Le specie animali che li abitano, pur marginalizzate nelle forme di rappresentazione politica e culturale, ne sono parte integrante e sono sottoposte a logiche produttive che ne regolano esistenza e valore. In questo senso, come osserva la storica e filosofa Benedetta Piazzesi, gli animali costituiscono una presenza costante nella storia dei dispositivi disciplinari e biopolitici, in cui le tecnologie applicate ai corpi animali e umani si intrecciano. Lo spazio, in tal senso, non è solo abitato da umani e non umani, ma è prodotto da queste relazioni asimmetriche, diventando una piattaforma di estrazione biopolitica come indaga Nicole Shukin in “Capitale animale“, in cui la vita animale è continuamente gestita, misurata e trasformata in valore economico.