Hill of Desires è un dispositivo editoriale condiviso che assume l'arte contemporanea come pratica situata, localizzata nei territori marginali e nelle aree interne dell'Europa. Un esercizio di immaginazione radicale che riconosce la ruralità come spazio di contro-narrazione, capace di generare ecologie politiche, dispositivi affettivi e forme di sapere non istituzionali. Un contributo critico alla ridefinizione delle geografie culturali e dei paradigmi curatoriali, oltre la logica dell'evento. Il progetto editoriale si articola in cinque sezioni: un atlante visivo con opere di riferimento create in Italia dal 1960 a oggi, tre sovraccoperte d'artista appositamente realizzate, nove testi inediti, una bibliografia collettiva e la documentazione fotografica del progetto pluriennale Traffic Festival.
A cura di Matteo Binci, Pietro Consolandi, Giacomo Pigliapoco, Bianca Schröder. Testi di Elvira Vannini, Panos Giannikopoulos, Simone Ciglia, Emanuele Braga, Myvillages (Kathrin Böhm, Wapke Feenstra), Robida Collective (Vida Rucli, Aljaž Škrlep), Paisanaje, Ronald Kolb, Marcelo Expósito.
Il rischio più diffuso nel dibattito contemporaneo sulle aree interne è la loro trasformazione in un dispositivo retorico: un “altrove” su cui proiettare istanze di autenticità e comunità, fino a ridurne la complessità a una superficie simbolica. Sto pensando alle narrazioni dello “slow” — dallo slow living allo slow tourism — che, pur mettendo in crisi i paradigmi della modernità tardocapitalista, contribuiscono a una nuova idealizzazione del rurale, riconvertito in spazio di consumo instagrammabile.
Alla luce della riflessione di Gilles Deleuze e Félix Guattari, per i quali il desiderio è una forza produttiva e non una mancanza, il progetto editoriale Hill of Desires – a cura di Matteo Binci, Pietro Consolandi, Giacomo Pigliapoco, Bianca Schröder – si colloca criticamente rispetto a questa visione, assumendo il rurale come campo problematico attraversato da processi di costruzione immaginifica, in cui si articolano le stratificazioni del desiderio nelle sue dimensioni individuali e collettive.
Uno dei passaggi più rilevanti del libro è proprio la critica alla sua romanticizzazione. Negli ultimi anni, una parte significativa del discorso culturale ha contribuito a costruire un’immagine delle aree interne come spazi di possibilità alternativa: luoghi di resistenza al capitalismo estrattivo, di sperimentazione ecologica e di comunità non alienate.
Hill of Desires assume il rurale come campo problematico attraversato da processi di costruzione immaginifica, in cui si articolano le stratificazioni del desiderio nelle sue dimensioni individuali e collettive
Rappresentazione parziale se non confrontata con le condizioni storiche e materiali che attraversano tali territori — segnati da spopolamento, fragilità infrastrutturale e marginalizzazione — nonché con le trasformazioni legate alla transizione energetica, che ne stanno ridefinendo il ruolo all’interno delle geografie dell’investimento. In linea con le analisi di Saskia Sassen sulle nuove forme di appropriazione dello spazio nel capitalismo globale, questi processi mostrano come la transizione in corso implichi una ridefinizione delle modalità di gestione, valorizzazione e controllo della territorialità da cui deriva una riattivazione di logiche di occupazione del suolo che si innestano nei territori interni secondo configurazioni inedite, ma strutturalmente coerenti con i paradigmi economici.
A fronte di tali trasformazioni, e secondo una lettura in termini di ontologie relazionali, Hill of Desires sospende l’idea di fuori-città come sfondo rappresentativo e rielabora il sociale come un assemblaggio eterogeneo di attanti umani e non umani. Fa seguito un più ampio processo di decentralizzazione del sistema dell’arte, dove artisti, curatori e istituzioni hanno progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione al di fuori dei centri urbani, ridefinendo i confini della produzione culturale. Gli esempi che emergono spaziano dalla sperimentazione in loco — come nel caso di Gianfranco Baruchello (1924-2023) negli anni Settanta con Agricoltura Cornelia S.p.A. — alla concezione ampliata dell’arte dello stesso Beuys, fino alle più recenti restituzioni alla Biennale di Venezia, in particolare nel Padiglione Grecia, o al collettivo internazionale Myvillages.
Secondo una lettura in termini di ontologie relazionali, Hill of Desires sospende l’idea di fuori-città come sfondo rappresentativo e rielabora il sociale come un assemblaggio eterogeneo di attanti umani e non umani
Lavorare nelle aree interne significa confrontarsi con tempi diversi, con economie fragili, con relazioni che non possono essere ridotte a network professionali. Significa, in altre parole, accettare una maggiore esposizione all’imprevisto.
Il desiderio — evocato fin dal titolo — si colloca allora all’interno di questa tensione, non come categoria autonoma, ma come forza attraversata da dispositivi di produzione simbolica che ne orientano e ne rinegoziano continuamente le forme di espressione. E le pratiche artistiche qui considerate non si limitano a tematizzarlo, ma ne interrogano la consistenza, evitando ogni sua traduzione in forma compiuta o pacificata. Quali desideri si producono oggi nelle aree interne? Attraverso quali dispositivi vengono attivati, governati o disattesi? E in che modo tali processi incidono sulle forme di vita che lì si danno?
Domande che risuonano anche in una prospettiva personale. Infatti, pur mantenendo una postura volutamente “indisciplinata” — per riprendere un termine di Emanuele Braga, nel libro — intesa come pratica fondata sulla convergenza di linguaggi differenti, per anni mi sono interessato alla restituzione artistica delle aree interne, a partire da Rotondi (AV), nel Sannio irpino, da cui ha preso forma il progetto VarieAzioni, successivamente sviluppato in contesti istituzionali come Castel Sant’Elmo – Museo del Novecento a Napoli.
A questa si affianca l’esperienza di Sottovoce, a Benevento, progetto espositivo e curatoriale che ha messo in relazione pratiche provenienti da ambiti lontani — arte contemporanea, design, fumetto, poesia e architettura — portando tali sperimentazioni in un territorio storicamente marginale rispetto ai grandi circuiti dell’arte e all’area metropolitana di Napoli.
In un momento in cui le aree interne sono sempre più al centro di politiche culturali e strategie di sviluppo, un simile approccio appare particolarmente necessario. Non si tratta di fornire soluzioni, ma di problematizzare le narrazioni dominanti, restituendo complessità a territori spesso ridotti a slogan. Ogni pratica culturale che ambisca a una reale capacità trasformativa è chiamata, in questo senso, ad abitare il desiderio senza ridurlo a una forma semplificata.
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