Venerdì 06 novembre 2020
Il diritto ad abitare in città è sempre più ineguale, soprattutto in lockdown
Scritto da:
Lilia Giugni
Sono e sarò sempre una ragazza di città. Come tante bambine napoletane, i miei contatti con la natura si limitavano (e non era poco) a riempirmi gli occhi e i polmoni di mare. Un giorno alle elementari ci chiesero di disegnare la nostra città ideale, e mio padre conserva ancora il disegno che portai a casa. Il mare c’era sempre, blu e incommensurabile, c’erano i castelli, i palazzi e le colline, ma un verde intenso aveva invaso la Napoli della mia infanzia.
Oggi vivo nel Regno Unito, dove 27 milioni di persone hanno un giardino privato. Io non ce l’ho, con i prezzi del mercato immobiliare londinese non me lo posso permettere, e non sono la sola. Ma vivo a Islington, un quartiere composito dove l’edilizia popolare si alterna a villette giorgiane, e l’amministrazione locale ha più risorse di altre. Durante il primo lockdown, i rigogliosi giardini pubblici della mia zona mi hanno letteralmente permesso di respirare. A giugno io e il mio compagno abbiamo scritto una lettera di ringraziamento ai giardinieri e alle giardiniere che si prendono cura del parco pubblico sotto casa, facendogliela trovare nel capanno degli attrezzi. Ci pareva il minimo, in tempi di retorica sui ‘lavoratori essenziali’, dove l’aggettivo è interpretato come mero sinonimo di produttività economica - basti guardare alle esternazioni dell’ineffabile Toti.
Di polmoni verdi, di contatto con la natura, abbiamo tutte e tutti bisogno, soprattutto ora. Non si tratta di un lusso, ma di un bisogno essenziale.Da ieri, l’Inghilterra è nuovamente in lockdown. Le giornate sono più brevi che in primavera, inizia a piovere e a far freddo, e tanti parchi chiudono al calar del sole. Vivendo in un piccolo appartamento, mi mancheranno moltissimo alcuni piccoli riti salvagente dello scorso marzo, come la corsetta serale al parco dopo una giornata di lavoro casalingo. Lo scrivo nella piena consapevolezza dei miei privilegi: c’è chi neppure l’affitto del piccolo appartamento può permettersi, chi il lavoro lo ha perso o non lo ha mai avuto, e chi vivendo in città meno verdeggianti di Londra (o in parti diverse della stessa metropoli) ha da sempre poco accesso a sacche di natura urbane. Ho letto da qualche parte che la battaglia ecologista senza lotta di classe non è altro che giardinaggio - una battuta sagace che illustra come, per salvare il pianeta dalla crisi climatica, non si possa prescindere dalla constatazione che alcuni gruppi, popoli, categorie sociali pagano lo scotto dell’emergenza ambientale ben più duramente di altri. Ma anche il ‘giardinaggio’, o meglio il lavoro di riqualificazione e cura dello spazio urbano, e gli investimenti pubblici in questo campo, si intrecciano alle complicate catene di disuguaglianze che si manifestano nelle nostre città. Di polmoni verdi, di contatto con la natura, abbiamo tutte e tutti bisogno, soprattutto ora. Non si tratta di un lusso, ma di un bisogno essenziale – un aggettivo, dicevamo, abusato e male interpretato in questi mesi. E invece proprio la pandemia dovrebbe averci insegnato che di essenziale ci sono, tanto per cominciare, salute e dignitose condizioni di vita, e anche relazioni, senso di comunità e interdipendenza tra esseri umani, e sì, accesso alla bellezza che ci permette di trovare senso anche quando la nostra fragilità si fa più palese che mai.