Martedì 21 ottobre 2025
Civicity
 
Ripensare le design week nel segno di chi abita la città

Un racconto che attraversa la nuova fase del progetto Civicity. CIVICITY è la prima edizione di Redesigning Design Weeks, un programma di residenze pluriennale in cui i designer sono invitati a riflettere sull’impatto degli eventi di design – in termini sociali, ambientali e culturali – sulle città che li ospitano. Il programma è un’iniziativa del Nieuwe Insituut di Rotterdam in partnership con l’Ambasciata e il Consolato Generale dei Paesi Bassi in Italia e cheFare, agenzia per la trasformazione culturale.



Quando abbiamo concepito CIVICITY, la domanda che ci ha guidato è stata: possiamo leggere le Design Week non solo come vetrine, ma come occasioni di riflessione, dialogo e ripensamento delle dinamiche urbane e sostenibilità sociale? In un’epoca in cui eventi culturali e design week si sommano, generando pressione sul territorio, consumo e disuguaglianze, sentivamo che serviva almeno un cambiamento di premesse. A Milano ci sono più “weeks” che settimane nell’anno. L’attuale modello delle design week si rivela insostenibile poiché contribuisce a incrementare l’inquinamento locale, il costo della vita, le difficoltà abitative, le disuguaglianze sociali e il sovraffollamento.

CIVICITY — la prima edizione del programma Redesigning Design Weeks — non è un esperimento estemporaneo, ma un tentativo concreto di avvicinare le vocazioni della Milano del design a quelle di luoghi non deputati al design. Con il sostegno del Nieuwe Instituut e del Consolato Generale dei Paesi Bassi, abbiamo invitato designer in residenza (Pete Fung e Studio-Method) a immergersi nel tessuto urbano, sociale e ambientale milanese. I poli che abbiamo scelto sono Terzo Paesaggio (Chiaravalle) e Magnete (quartiere Adriano), ambienti con identità ben definite e sfide proprie. 


Il percorso non è stato lineare. C’è stata la tensione tra il modello consolidato delle design week aperte al mercato e tra la volontà di introdurre pratiche più attente alle relazioni, all’impatto ambientale e alle comunità che abitano la città. I designer hanno dialogato con gli abitanti, hanno osservato gli spazi marginali, hanno sperimentato micro interventi che parlano del quotidiano. 

I designer Pedro Daniel Pantaleone e Riel Bessai (Studio Method) hanno sperimentato che ad Adriano – un quartiere ai margini della frenesia cittadina – la vita scorre in modo diverso: sembra che il design che parte dalle periferie possa iniziare da premesse diverse, lasciando spazio a dinamiche funzionali anzichè puramente estetiche. Il punto qui non è fare qualcosa di bello da vedere in vetrina ma fare o rifare qualcosa di utile. Quello di Studio Method è, infatti, un approccio al design che produce soluzioni apparentemente piccole che fanno, però, la differenza per chi vive quel determinato luogo tutti i giorni. Con il chiosco portatile “Arrotino del Design”, ispirato ai vecchi riparatori di quartiere, hanno aggiustato occhiali, motorini, insegnato ai ragazzi a costruire sgabelli con materiali di scarto – usando il design per rispondere ai bisogni locali invece che inseguire mode passeggere. Per Pedro e Riel “un design basato sulla cura, sul riuso e sulla riparazione può essere creativo quanto, se non di più, dell’invenzione di qualcosa di nuovo. Radicato nella comunità, il design si allontana dalla mercificazione per avvicinarsi alla rigenerazione”.

Sembra che il design che parte dalle periferie possa iniziare da premesse diverse, lasciando spazio a dinamiche funzionali anzichè puramente estetiche

Dalla parte opposta di Milano, il designer Pete, a Chiaravalle che appare come un margine di Milano e, insieme, come un’oasi verde idilliaca, lontana dal frastuono della vita urbana, si è confrontato con i due centri per minori stranieri non accompagnati, “nascosti in piena vista”. “A prima vista, la questione di come ripensare la design week sembra lontanissima dalle preoccupazioni e dalle vite quotidiane di chi abita Chiaravalle. Eppure le promesse parallele di un futuro migliore tracciano un legame inquieto: da un lato un gruppo in cerca di condizioni economiche e di vita più dignitose, dall’altro il design come disciplina che così spesso promette qualcosa, qualsiasi cosa, migliore”. E allora ci si deve confrontare con queste promesse che non sappiamo se mai si realizzano davvero. Adottando un approccio di design-as-research, Pete ha sviluppato e condotto una serie di laboratori di design sulle relazioni dei minori non accompagnati con la mobilità, il radicamento, i desideri e i sogni. Questi laboratori cercano di mettere in discussione la collocazione sociale binaria di questi ragazzi come vittime o potenziali problemi. Un ulteriore esito è stato lo sviluppo della Pizzeria delle Promesse, un progetto che capovolge uno dei cliché più forti della cultura italiana, oggi mantenuto vivo soprattutto dalle comunità migranti. Gestita direttamente dai ragazzi stranieri, la pizzeria mobile con forno a legna non è soltanto uno strumento di emancipazione, ma anche uno spazio dove affrontare insieme temi legati a speranze, difficoltà e capacità di agire sul proprio futuro.

Con CIVICITY abbiamo visto germogliare relazioni: tra designer e cittadini, tra soggetti istituzionali e comunità locali; abbiamo assistito alla nascita di interrogativi collettivi sull’impatto delle settimane del design; abbiamo osservato come un progetto culturale voglia farsi innesto a lungo termine.


Arrivati a questo punto, ci chiediamo: come rendere sistemiche le pratiche emerse? Come moltiplicare i laboratori, le collaborazioni, le sperimentazioni che fondono estetica, comunità e cura dello spazio urbano? CIVICITY vorrebbe essere più di una residenza: vorrebbe essere una metodologia, un prototipo, uno stimolo, un punto di partenza per nuove edizioni e per nuovi quartieri.


Foto di Camilla Morino



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